“Dov’è Wally?”, storia di un’icona che si nasconde (come il suo creatore)

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Maglietta a righe rosse e bianche, cappello di lana sormontato da un pompon, fisico allampanato e bastone da passeggio alla mano. Per essere uno difficile da individuare in mezzo a una folla, Wally ha un aspetto molto riconoscibile. Il personaggio, detto anche Waldo, Ubaldo, Charlie, Holger o Jura, a seconda dei paesi, è il protagonista della serie di libri per bambini nata negli anni Ottanta Where’s Wally?, enormi paginoni panoramici ritraenti scene di persone stipate nelle ambientazioni più disparate in cui il lettore deve individuare l’elusivo giramondo.

Anche se in Italia la probabilità di conoscere Wally è medio-bassa ed è soprattutto di sponda, il gioco, a metà strada tra un picture book e un’attività ludica, è diventato molto popolare nei paesi anglofoni, permeandone il tessuto culturale. Con un’estetica da proto-hipster, Wally è comparso su magliette, scatole dei cereali, nelle vignette del New Yorker, in studi scientifici sul problema della descrizione di immagini da parte di intelligenze artificiali, ricerche sul metodo più veloce per trovarlo (mai nei margini, raramente al centro o nella parte bassa dell’immagine) e, in tempi di distanziamento sociale, parodie sulla peculiare tendenza a confondersi tra la folla. Definito dal New York Times «una combinazione di stravaganza, satira e scenette comiche», Where’s Wally? trae la sua forza sì dal meccanismo alla base dei libri ma soprattutto dalla personalità del suo autore, l’inglese Martin Handford.

David Bennett, l’art director che a fine anni Ottanta ebbe la prima idea per il libro, racconta a Fumettologica di aver scoperto Handford vedendo un poster che aveva disegnato in un negozio di abiti da uomo: «Avevo sempre desiderato realizzare un progetto simile ai libri di Richard Scarry. Mi piacevano perché erano affollati di situazioni e personaggi e anche il più piccolo dei bambini poteva guardare quelle pagine per un lungo periodo di tempo. Mi piaceva anche Rupert Bear, che potevo capire anche senza saper leggere. I picture book che riescono a raccontare una storia senza le parole sono uno strumento fantastico e gli illustratori di questi libri sono artisti visivi incredibili». «C’era così tanto da guardare in quel poster, ed era tutto molto più interessante degli abiti che vendevano in quel negozio» ricordò Bennett.

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Nato ad Hampstead, a nord di Londra, nel 1956, Handford aveva passato l’infanzia a disegnare. «Le mie prime influenze sono il cinema epico e i soldatini giocattolo» disse in un’intervista rilasciata a Scholastic. «Ho cercato di ricatturare quell’entusiasmo nei miei disegni.» Where’s Wally rappresentava l’evoluzione dei disegni che Handford realizzava fin da quando aveva cinque anni. Figlio di genitori divorziati, Handford trascorreva i pomeriggi per conto a suo, in attesa che la madre tornasse dal lavoro: «Mentre gli altri bambini andavano fuori a giocare, il mio ideale di divertimento era stare a casa a disegnare», ricreando scene di film con una grande concentrazione di comparse (quelli con Errol Flynn e John Wayne i suoi preferiti) o ricopiando le illustrazioni di Cornelius DeWitte che accompagnavano i testi di The Golden History of the World: «Ho sempre disegnato immagini di folle, miniature zeppe di attività, di solito umoristiche».

Visto che la sua passione per le «scene di battaglia sovrappopolate e militarmente corrette» non accennava a diminuire, si iscrisse alla scuola d’arte, lavorando come assicuratore per mantenersi agli studi, che poi abbandonò per diventare illustratore freelance specializzato nelle scene di massa. Uno dei suoi primi lavori fu la copertina dell’album Magnets dei Vapors, un’immagine di folla che, radunandosi, forma la figura di un occhio.

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Bennett riuscì a rintracciare Handford, lo invitò negli uffici della Walker Books, «e andammo subito d’accordo. Era timido se messo in un gruppo ma quando eravamo da soli no. Avevamo un senso dell’umorismo simile, sviluppato attraverso i giochi e i fumetti della nostra infanzia». Donna Cassanova, editor di Walker Books, ricordò che «l’editore si stava preparando per la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna e, una settimana prima dell’inizio, qualcuno propose di inserire un personaggio nella scena che il lettore avrebbe dovuto cercare. Pensavamo tutti che quell’idea avesse del potenziale e così David Bennett si mise al lavoro con Martin».

Handford realizzò in tutta fretta due illustrazioni che furono esposte alla fiera, attirando la curiosità degli astanti. La prima immagine che completò fu quella di un’arena olimpica, che dovette rifare perché Bennett gli consigliò di aggiungere colore. Il progetto ottenne luce verde e i due andarono avanti seguendo l’istinto, sfidando l’opinione di alcuni colleghi di Bennett, che gli dissero che quel progetto era un fumetto da quattro soldi («ma io e Martin amavamo i fumetti!»).

Installazione dalla mostra “Happiness Hunt – Where’s Wally? Art Exhibition“, svoltasi a Hong Kong nel 2015.

Nonostante l’iniziale ritrosia a identificarsi con la propria creazione (nel 1990 disse alla giornalista di Entertainment Weekly che era «una teoria che mi irrita un po’»), Handford ammise in seguito di essersi ispirato alle proprie fattezze (fisico segaligno, mento sporgente, occhiali spessi) e in qualche modo al proprio carattere (pacato e cortese) per creare l’aspetto di Wally, il cui nome fu scelto perché «nel Regno Unito, se qualcuno dice qualcosa di sciocco o sembra scemo, lo chiamano “Wally”. È un po’ stupido, ma ben intenzionato» spiegò Handford. «Pensai alla ragione per cui un personaggio si poteva perdere nelle scene, e il motivo che mi venne in mente era perché era leggermente idiota e non sapeva bene dove stava andando.»

Where’s Wally? uscì nelle librerie nel 1987 e, dopo una tiepida accoglienza iniziale, vendette sempre di più, vendendo esportato in Europa e in America. «Se un libro per bambini vende 25.000 copie in un anno possiamo ritenerci soddisfatti» spiegava John G. Keller, vice-presidente di Little Brown (l’editore che lo pubblicò negli Stati Uniti), al New York Times nel 1990. «Di The Great Waldo Search ne abbiamo vendute 300.000 in tre mesi». Nei primi cinque anni di vita, Wally finì parodiato dai Simpson, fu trasposto in una striscia quotidiana e in una serie tv animata e vendette quasi venti milioni di copie, diventando un fenomeno di massa.

Martin Handford wally
La scrivania di Martin Handford, donata dall’autore alla mostra “Happiness Hunt – Where’s Wally? Art Exhibition“, svoltasi a Hong Kong nel 2015.

Con l’avvicendarsi dei libri nacque un cast di comprimari – Wilma (la migliore amica di Wally poi sostituita dalla gemella Wenda), il cane Woof, il mago Whitebeard e Odlaw, la nemesi baffuta di Wally che veste una maglietta a righe gialle e nere – e Handford si perse nella propria ossessione: a partire dal terzo volume, The Fantastic Journey (1989), i disegni si fecero panoramiche bizantine. Wally era ora in missione alla scoperta delle proprie origini. Insieme al mago Whitebeard, attraversa paesaggi fantastici e arriva, alla fine del libro, nella disturbante Terra dei Wally.

Il successivo Where’s Wally in Hollywood? era ancora peggio: la paginata “Un musical travolgente”, che l’autore reputa la sua preferita, era un vortice di comparse, uno spettacolo uscito da un musical di Busby Berkeley. Il suo immaginario era stralunato, sottilmente sovversivo e tutt’altro che pacifico. In uno scenario storico, i cavalli si ribellano al cocchiere mettendosi alla guida di una biga, in un set cinematografico un gruppo di attori è riunito a ripassare il copione insieme a un vero copione antropomorfizzato, ci sono spade sguainate, pistole cariche, personaggi zuppi d’alcol.

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Negli anni Handford è riuscito a farsi censurare a causa di insensibilità culturale e nudità (a volte queste censure hanno privato di senso certe gag: perché la polizia starebbe inseguendo un corridore vestito durante una gara campestre?). «Sono cresciuto con i cartoni di Tom & Jerry, in cui la violenza non era mai reale» si giustificò l’autore. «Molti criticano il fatto che trivializzare la violenza abbia lo stesso effetto di renderla eccessiva, ma penso che queste immagini non sarebbero le stesse senza quei conflitti.»

Al New York Times Handford raccontava di svegliarsi alle due del pomeriggio e di lavorare fino a quando non andava a letto, alle sei della mattina, ascoltando registrazioni del Phil Silvers Show, una sitcom americana degli anni Cinquanta con protagonista il Sergente Bilko. Gli ci voleva un mese per finire ogni immagine, lavorando da sinistra a destra e inserendo gag prestabilite o improvvisate sul momento. Conduceva un’esistenza spartana e caotica nella sua piccola casa quasi interamente devota al suo lavoro: un enorme tavolo da disegno aveva estromesso il materasso dalla camera dal letto, che stava in soggiorno. Ammassi di libri, fumetti e soldatini giocattolo occupavano il resto dello spazio. Troppo occupato a lavorare per preoccuparsi di una nuova casa, il successo gli permise di migliorare la sua strumentazione di lavoro e ampliare la sua collezione di fumetti. «Sono schiavo del mio lavoro. Ne sono ossessionato. Se non disegno mi innervosisco o mi annoio.»

Le uscite iniziarono a diradarsi e Handford prese a disegnare tavole che crollavano sotto il peso dei loro dettagli. Recensendo il volume del 2006 The Great Picture Hunt!, Sean French sul Guardian scrisse che «il primo libro non era certo povero di personaggi, ma, paragonato a quello nuovo, sembra Aspettando Godot». Nel libro The Wonder Book, il paginone finale prevedeva di trovare il cane Woof nella landa dei Woof, «che era come cercare un ago in un pagliaio di aghi dentro una stanza scura, con le mani legate dietro la schiena» scriveva French. «Io non l’ho mai trovato.»

Se a disegnare Wally c’è sempre stato Handford, almeno nei libri, con l’espansione dell’impero e l’arrivo di nuovi progetti collaterali come il merchandising e gli adattamenti su altre piattaforme, altre personalità entrarono in gioco. Il francese Stephan Martinière – illustratore di romanzi e giochi (Magic: l’Adunanza), vincitore di un premio Hugo e concept artist per il cinema (Il quinto elemento, Io, robot, Flubber) – fu uno dei padri putativi del personaggio, avendo curato la direzione artistica della serie a cartoni Where’s Wally del 1991 e la striscia domenicale distribuita da King Features Syndicate tra il 1993 e il 1998.

Una delle strisce a fumetti di Wally realizzata da Stephan Martinière

Martinière racconta a Fumettologica di essere finito a lavorare sulla serie quasi per caso: «Il capoprogetto, nonché manager di Handford, Mike Gornall non gradiva lo stile del direttore artistico e mi chiese una mano. Io feci qualche proposta e i miei disegni piacquero al punto che Gornall mi offrì il ruolo di art director». Cercando di non snaturare l’estetica di Wally, Martinière propose una linea tremolante che ricordasse quella di Handford ma che fosse pulita e riproducibile dagli animatori. E per replicare l’esperienza interattiva del libro, i produttori inserirono panoramiche affollate in cui gli spettatori potevano cercare Wally, per poi tornare al flusso narrativo della storia.

Conclusa la serie, Gornall decise di aprire il proprio studio a Los Angeles per lavorare su altri progetti con Wally e chiese a Martinière di lavorare sullo sviluppo del film animato e di altri progetti che poi non videro la luce. Fu lì che nacque l’idea della striscia, che divenne il titolo con la crescita più veloce mai registrata. Libero di realizzarla come meglio credeva, Martinière si discostò presto dallo stile di Handford disegnando mondi fantastici con il proprio tratto: «Inserii tutte le influenze con cui ero cresciuto, dall’animazione al fumetto francese, mettendo dentro le idee più buffe e strampalate che mi venivano in mente. Fu il periodo più creativo della mia carriera». Anche in un prodotto marginale come la striscia a fumetti, Wally si rivelò essere un piccolo spazio di libertà incontrollata. Nemmeno Martinière, però, ha mai avuto l’occasione di conoscere Handford, che si limitò a inviargli un disegno con dedica quando la striscia terminò la sua corsa.

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Alla fine degli anni Novanta, ritroviamo Handford sposato con un’artista di nome Elizabeth e padre di due figli. La sua vita si era regolarizzata. «Non lavoro più maniacalmente come facevo un tempo, perché ora ho una famiglia a cui badare.» Ma le sue creazioni si fecero sempre più dettagliate, e l’ossessione per il disegno non scemò, anzi. «Sto diventando sempre più schizzinoso sullo stile del disegno e sull’impatto generale dell’immagine.» Ora gli ci volevano due mesi per una sola illustrazione. Insieme a lui, anche Wally cambiò. «Lo vedo come una persona completamente diversa ora» spiegava al Los Angeles Times nel 1997. «Non è un idiota. Sa dove sta andando. Ha una mente aperta, è gentile. E anche la sua faccia è cambiata, per sembrare meno nerd.»

In Italia il personaggio non ha mai goduto di grande popolarità. Editrice Piccoli tradusse i primi volumi a ridosso delle uscite originali. Se in America l’editore che lo pubblicava non gradiva il nome “Wally” perché gli ricordava quello di Wallis Simpson, la donna per cui il re Edoardo VIII abdicò in favore del fratello Giorgio VI, e lo cambiò in “Waldo”, in Italia Wally diventò Ubaldo.

«All’epoca non era così consueto tenere il nome originale, si usava l’inglese meno di oggi» spiega a Fumettologica Giovanna Mantegazza, che curò insieme a Raffaele Lazzara i testi italiani dei primi libri di Wally, usciti a partire dal 1987 con i titoli Ubaldo dove sei?, E adesso dove sei Ubaldo? e Il grande cercatrova di Ubaldo. «”Walter” non mi sembrava divertente. “Ubaldo” suonava simpatico, assomigliava un po’ all’originale, e la “u” iniziale offriva un minimo di assonanza, più di quanto avrebbe offerto “Walter”».

martin handford ubaldo
Foto di Giovanna Mantegazza

«Era un prodotto anomalo: sembrava appartenere a quella categoria che oggi è molto popolare dei libri senza parole, che all’epoca non erano molto frequenti» afferma Mantegazza. Anche Giulio Lughi, direttore della collana LibroGame per EL e traduttore dei volumi di Where’s Wally usciti negli anni Novanta per lo stesso editore, individua nell’atipicità del prodotto uno dei motivi della scarsa diffusione di Wally nel nostro paese: «Where’s Wally? ti dava in mano un oggetto libro che era destinato a un utilizzo che non era quello della lettura e tutta la componente ludica che oggi ci è facile vedere nella gamefication ma che all’epoca non veniva capita».

Privo di particolarità cartotecniche (buchi, forme, trasparenze, pop-up), Where’s Wally? non era abbastanza libro per essere letteratura né abbastanza gioco per essere un oggetto ludico. Inoltre, secondo Lughi, «quello che non è stato compreso, secondo me, è il carattere transmediale di Wally. Declinare il personaggio su tutta una serie di media, coprendo un’ampia gamma di mezzi che uscissero dal libro. In Italia in generale, forse era troppo presto per quel tipo di operazioni».

In qualità di traduttore, Lughi riportò il personaggio al suo nome originale. «L’iconografia era evidentemente non italiana. Mi sembrava inopportuno italianizzare qualcosa che poi italiano non era, specie nei volumi che ho tradotto io, ambientati a Hollywood. Il fatto che fino ad allora fosse stato geolocalizzato è un indizio che non sia stata percepita la potenzialità transmediale e internazionale, perché una volta che crei un brand lo devi mantenere e declinare in tutte le forme.»

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A partire dal 2010, L’Ippocampo ha riportato i libri di Handford in Italia con un successo moderato (nel 2011 il Corriere della Sera scriveva che la nuova edizione del primo libro, Dov’è Wally?, aveva venduto circa diecimila copie in pochi mesi). Ora i diritti sono in mano a Il Castello Editore, che sta riproponendo Wally in una nuova vesta e traduzione, puntando su un marchio che, pur essendo stato pubblicato per la prima volta diversi anni fa, rimane attuale per la tipologia di esperienza che offre ai suoi destinatari.

«Oggi i libri “cerca-e-trova” sono richiestissimi» spiega la redazione del Castello a Fumettologica, «perché stimolano la curiosità del bambino e lo invitano a soffermarsi, anche a lungo, su ogni pagina, scoprendo dettagli nascosti e immergendosi totalmente nelle ambientazioni proposte». Wally è un franchise vicino al cuore dell’editore dato che Luca Belloni, a capo de Il Castello, era un giovane agente quando Dov’è Ubaldo? uscì in Italia e quello di Wally fu uno dei primi albi che vendette.

Nel frattempo, molte cose sono cambiate. Nel 2007, forte dei 73 milioni di copie vendute, Handford ha venduto i diritti di sfruttamento della sua creazione a Entertainment Rights (compagnia specializzata in franchise per bambini, poi assorbita da Dreamworks nel 2012), per due milioni e mezzo di sterline (poco meno di tre milioni di euro), mantenendo però la proprietà intellettuale del marchio, per poter continuare a realizzare i libri come meglio crede. Peccato che da allora ne abbia realizzato soltanto uno, nel 2009.

«Alcuni giornalisti hanno cercato di farmi passare come un gufo, una creatura notturna a cui non piace uscire di giorno» diceva l’illustratore negli anni Novanta. «È vero, non mi sveglio prima di mezzogiorno, ma non è una caratteristica insolita tra i disegnatori. Mi preoccupa venire dipinto come un recluso, perché non lo sono.»

Sta di fatto che Handford non rilascia interviste dal 1997, di lui esistono pochissime foto (solo alcune relative a un servizio che gli fece Life nel 1991, per il resto compare in camei hitchcockiani dentro i suoi libri), è molto geloso della sua privacy e la sua ritrosia sociale gli ha fatto guadagnare proprio quella nomea di “recluso” che non voleva vedersi affibbiare.

«Quando lavoravo con lui era concentrato, scrupoloso e con un grande senso dell’umorismo» racconta Bennett. «Ma come succede spesso, il successo ha i suoi lati negativi. Martin soffrì della fama ottenuta e del fatto che non venisse preso sul serio dal mondo dell’editoria e dell’illustrazione. Spero che un giorno il lavoro di Martin sarà apprezzato come merita.»

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