“Dr. Slump”, la folle e imprevedibile commedia di Akira Toriyama

Una ragazzina sorridente, con occhiali e cappello alato con visiera, che corre  a braccia aperte: capita ancora di trovare Arale su magliette, tazze e gadget vari nei negozi o nelle fiere di fumetti. A vederla lì, i trenta/quarantenni che da piccoli la guardavano in tv precipitano in ricordi sbiaditi (e i coetanei giapponesi ballano la sua danza nei festival estivi), mentre i lettori di manga più giovani si chiederanno probabilmente chi sia. Arale altri non è la sorella maggiore di Goku, perché prima di Dragon Ball c’è stato Dr. Slump, la serie umoristica pubblicata dal 1980 al 1984 che ha lanciato la carriera di Akira Toriyama.

Anche se sembra non invecchiare mai, Arale è entrata negli anta. Per l’occasione abbiamo riletto Dr. Slump tutto d’un fiato. Se per molti aspetti la serie resta ancorata agli anni in cui è stata creata, ci sono diverse ragioni per cui non andrebbe riletta soltanto dai nostalgici degli anni Ottanta.

dr slump

Il bello dei fumetti

Senbee Norimaki è un inventore geniale ma così imbranato da esser soprannominato dottor Slump, cioè “dottor disastro”. Può costruire qualsiasi cosa in poco tempo, e le sue invenzioni – tendenzialmente bizzarre nella forma e spesso anche nello scopo – funzionano a dispetto di qualsiasi legge scientifica. Un bel giorno inventa un androide con l’aspetto di una ragazzina, che è super forte e super veloce, ingenua, impertinente e miope. La chiama Arale e, spacciandola per una sorellina tredicenne, la fa entrare nella vita della cittadina di provincia in cui abita, il Villaggio Pinguino, sperando che questo gli dia un buon pretesto per avvicinare la professoressa Midori Yamabuki: Senbee è infatti scapolo e, maldestramente, fa di tutto per vedere le mutandine delle ragazze (negli anni Ottanta non c’era molta sensibilità in fatto di molestie).

Arale fa presto amicizia con alcuni vicini di casa nonché compagni di scuola: Akane Kimidori, una bulletta che la coinvolge come complice nei suoi scherzi, e i fratelli Soramame: Taro, che vuole fare il duro senza riuscirci, e Pisuke, che con il suo cappuccio da gatto sembra molto più piccolo della sua età. In un secondo momento si aggiungono al gruppo anche i fratelli cinesi Tsun: Tsukutsun, esperto di kung fu che si trasforma in tigre appena sfiora una ragazza, e Tsururin, dotata di poteri paranormali.

Gli amici si abituano presto agli straordinari poteri di Arale e anche alle sue bizzarrie: ha un candore infantile ma distrugge ogni cosa anche quando vuole fare la brava; nonostante vada alle medie beve dal biberon (il robobitan) e ama le cacche, tanto che le cerca, le colleziona e le regala come se fossero un tesoro prezioso. La famiglia Norimaki è destinata ad allargarsi. Per non fare spoiler, citiamo solo Gacchan, che è nata da un uovo, ha l’aspetto di una bambina molto piccola (anche se è asessuata), vola, lancia scariche elettriche e mangia letteralmente tutto (tranne la gomma).

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Se i Norimaki sono decisamente speciali, il Villaggio Pinguino non è certo un posto che si può definire normale: ci puoi incontrare animali parlanti (lo stesso sindaco è un pinguino), Godzilla, uno stormtrooper arruolato in polizia o uno studente del tutto simile al dottor Spock, oltre a vari spiriti della tradizione giapponese. Il Villaggio è inoltre frequentato da personaggi discutibili come Suppaman, sedicente paladino della giustizia ghiotto di umeboshi (che gli trasformano la bocca in un asterisco); l’extraterrestre “grande re dell’universo” Nikochan che fa cacca dalla testa e che, con il suo unico e fedele suddito, lavora come venditore ambulante in attesa di riuscire a tornare sul suo pianeta; e il perfido dottor Mashirito, la nemesi di Senbee, che vuole conquistare il mondo e a questo scopo costruisce una pletora di robot, tutti chiamati Caramelman.

Ogni personaggio ha un aspetto distintivo e appare definito nei minimi dettagli, anche negli accessori che ne compongono l’abbigliamento. Toriyama fonde lo stile super deformed con il gusto kawaii in una formula unica, originale e prolifica che gli consente di rimpinguare in continuazione la folla che circonda i protagonisti. Alcune figure minori, vere e proprie comparse, sono ideate anche solo per un’unica apparizione, in genere nella prima vignetta della storia, che raffigura un dettaglio del Villaggio Pinguino colto in un particolare momento dell’anno. Come una sorta di haiku disegnato e improbabile, questa vignetta d’apertura diventa uno stilema così distintivo da stimolare la creatività dei lettori, che a un certo punto prendono a suggerire nuovi e sempre più bizzarri animali che l’autore prontamente inserisce.

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La serie ha un lentissimo, quasi inesistente, sviluppo orizzontale perché è fatta principalmente di episodi autoconclusivi dove si susseguono gag esilaranti che culminano in catastrofi. In effetti, Arale e Gacchan riescono ad attirare guai e creare problemi di cui fanno comicamente le spese Senbee e gli altri che stanno loro intorno, cui può anche accadere di essere crivellati di pallottole o cadere da incredibili altezze senza morire. Può poi succedere che casa Norimaki o l’intero Villaggio Pinguino siano rasi al suolo, la Luna sia tirata giù dal cielo e la Terra spaccata in due. Ma niente di tutto questo lascia traccia o comporta conseguenze negli episodi successivi.

Chi legge Dr. Slump impara subito a sospendere qualsiasi criterio di verosimiglianza e a ridere senza preoccuparsi per quello che succederà. Dr. Slump è un fumetto in cui l’impossibile non esiste e l’unico limite è dato dall’immaginazione di chi lo crea e di chi lo legge. Toriyama attribuisce al fumetto un potere illimitato, capace anche di far scomparire la distinzione tra quello che accade dentro e fuori le pagine, tra il mondo di Arale e quello dell’autore che la disegna. E in effetti, pur non rispondendo ad alcun criterio realistico, Dr. Slump dialoga continuamente con un aspetto ben preciso della realtà: la dura vita quotidiana del mangaka.

Metafumetto o autobiografia?

In Dr. Slump c’è sempre qualcuno che ti ricorda che quella che stai leggendo è una serie periodica, con un autore che la disegna barcamenandosi tra gli strettissimi tempi di consegna e i rifiuti dell’editor, contando sull’aiuto di un assistente. Spesso a dirlo è l’autore stesso, che entra in scena accanto agli altri personaggi, presentandosi in due modi.

In alcuni momenti appare come Akira, la sua stessa caricatura super deformed, con occhiali, mascherina e un cappello di paglia (identico a quello di Monkey D. Luffy di One Piece). Più spesso – anche negli speciali (purtroppo non compresi nella Perfect Edition) in cui si racconta il lavoro del mangaka, da Ehi voi, ecco come disegno Dr.Slump! e Per una volta sono serio: I segreti di… Dr. Slump a Scuola di manga – è Tori-Bot (o Robotoriyama), un robot con un volto che ricorda una maschera antigas, le mani a pinza e un cappello con la visiera, un’evidente metafora dell’alienazione legata ai ritmi di lavoro disumani dovuti alle consegne, che costringono l’autore a passare fuori casa almeno un paio di giorni a settimana e a dormire pochi minuti a notte.

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A Toriyama non piace creare un’aura poetica intorno al lavoro di mangaka. Fatta eccezione per Scuola di manga, un breviario di consigli pratici su come fare fumetti con la massima economia di mezzi e di tempo, è raro sentirlo parlare del suo metodo di lavoro (nell’unico video in cui è ripreso mentre disegna si vede solo la sua mano). Ostenta una scarsissima considerazione verso i suoi disegni originali, lasciati ad ammuffire in garage o ridotti a fogli di riciclo da far scarabocchiare ai figli. In un’intervista ha provocatoriamente dichiarato che le riviste di fumetti sono puro intrattenimento (mostrandosi peraltro molto vicino alle posizioni del suo editor, che gelando i fan ha affermato come non ci sia nessuna lezione da imparare da Dragon Ball), lasciando intendere che, nel bene o nel male, un manga non può influenzare il comportamento dei lettori nel mondo reale.

Eppure, inquadrare i fumetti nella dimensione dell’intrattenimento, più che svilirli, serve a Toriyama per affrancarli da qualsiasi finalità educativa o funzione sociale: i fumetti sono quel che sono, hanno in sé la loro ragion d’essere e non hanno bisogno di giustificazioni. E fare fumetti è «probabilmente uno dei lavori più belli del mondo». Non è un caso se Tori-Bot sarebbe poi tornato in Dragon Ball nei panni di una sorta di (ironica) divinità capace di creare qualsiasi cosa con carta e penna, onnipotente fino a che non incontra il rifiuto del suo editor.

L’infernale macchina editoriale

Toriyama raccontò di aver cominciato a fare fumetti per soldi, leggendo su Shōnen Jump Weekly della casa editrice Shūeisha di 100,000 yen messi in palio per un concorso di esordienti. Aveva poco più di vent’anni e si era appena licenziato da un’agenzia pubblicitaria, dove in cambio di uno stipendio vergognoso disegnava volantini con polli e calzini (negli anni Settanta le foto erano troppo costose). Come disegnatore era veloce, duttile e sicuro, ma non aveva nessuna esperienza nel fare manga, che del resto non leggeva da tempo. 

Nonostante questo, partecipò al concorso. Non vinse, ma, ostinato, decise di ritentare. Di nuovo non ottenne il premio, ma il più giovane degli editor di Shōnen Jump, Kazuhiko Torishima, fu colpito dalla pulizia dei suoi disegni, che non mostravano segni di correzione (cosa rarissima per un esordiente), e dalle sue onomatopee rese in lettering occidentale (all’epoca una scelta innovativa) di grande effetto. Dopo parecchi tentativi a vuoto, nel 1978 Toriyama debuttò con Tomato, Girl Detective, una storia con una protagonista femminile perché, secondo l’editor, era bravo a disegnare ragazze carine.

Toriyama (a sinistra) e Torishima (a destra)

Sia l’autore che l’editor erano di fatto alla prima esperienza lavorativa importante nel mondo del fumetto, e se Toriyama era tenace, Torishima era inflessibile. In un’intervista l’editor ammise di aver rifiutato nei primi anni di collaborazione circa 500 pagine. Ecco perché in Dr. Slump Torishima, oltre a essere preso a modello per il perfido e dileggiato dottor Mashirito, è spesso e volentieri rappresentato mentre sentenzia impietoso «Ti cestino!». Eppure, come si legge in Scuola di manga, un aspirante autore non deve scoraggiarsi davanti ai rifiuti: un buon editor deve mostrarsi duro per mettere alla prova la determinazione di chi ha di fronte e per aiutarlo a imboccare la strada giusta.

Fu da questo confronto-scontro continuo tra autore ed editor che nacque Dr. Slump. Dopo innumerevoli idee cestinate, Toriyama propose una storia con un inventore come protagonista. Su richiesta dell’editor inserì un robot, immaginandolo grandissimo, così grande da doverne disegnare in ogni vignetta solo una piccola parte. Per far contento l’editor, cui questa trovata non piacque, ridisegnò il robot decisamente più piccolo e gli diede l’aspetto di una ragazzina. Torishima era convinto che il robot fosse molto più interessante dell’inventore e fece una scommessa: se la storia avesse registrato un forte gradimento da parte dei lettori, l’androide sarebbe rimasta come protagonista. Toriyama non era convinto, anche perché i ragazzini che compravano Shōnen Jump non amavano le storie al femminile. Ma l’editor vide più lontano: la storia fu pubblicata nel numero 581 del 4 febbraio 1980, riscuotendo un discreto successo: due settimane dopo i protagonisti erano già in copertina.

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Nella serializzazione fu mantenuto il titolo di Dr. Slump, ma Arale divenne la protagonista indiscussa e Toriyama si pentì di averle messo gli occhiali, visto il tempo che impiegava a disegnarli. Fu presto evidente che Arale piaceva a tutti, lettori e lettrici, e nel 1982 Dr. Slump ottenne lo Shogakukan Manga Award sia nella categoria shonen che shojo. Quella serie che doveva durare per pochi episodi, contro ogni previsione dello stesso autore, proseguì per 5 anni, con milioni copie vendute (per la precisione, 1,9 milioni nelle prime settimane, 30-35 milioni solo nel 1981), innumerevoli prodotti brandizzati (nel 1983 si parlò di più di 800 oggetti diversi) e un anime, che rese definitivamente Dr. Slump un fenomeno di massa in Giappone e contribuì alla crescita esponenziale di Toei Animation. Grazie ad Arale, nel giro di pochi anni Toriyama diventò una superstar dei manga.

Tempo di crescere

Ne Il drago e la saetta Marco Pellitteri scrive che in Dr. Slump «è kawaii il motivo di fondo “ideologico”, che non risulta afferrabile come sottotesto da chi non conosca il clima presso numerose frange giovanili nel Giappone degli anni Ottanta: il rifiuto, o a volte la totale indifferenza, rispetto all’idea di crescita e di passaggio all’età adulta». Arale non cresce mai, e il passaggio del tempo non lascia traccia sul Villaggio Pinguino. Eppure lasciò segni evidenti nella vita quotidiana di Toriyama, che era stremato dal lavorare giorno e notte su una serie la cui impostazione a episodi autoconclusivi lo costringeva a macinare idee a ritmi insostenibili.

Quando Torishima sottopose la questione ai vertici di Shōnen Jump, la risposta fu inequivocabile: visto che Dr. Slump era nel pieno del successo, l’autore avrebbe potuto concluderla solo in cambio di una nuova serie che garantisse le stesse vendite. Toriyama fu costretto a riorganizzare la sua settimana di lavoro, che diventò ancora più massacrante: 5 giorni per completare ciascun episodio di Dr. Slump, 2 giorni per elaborare nuovi progetti. Dopo settimane di idee cestinate, l’editor gli suggerì di ispirarsi ai film di Jackie Chan, che il mangaka amava guardare mentre disegnava. Il risultato fu Dragon Boy, una storia di 13 pagine che nel 1983 ebbe un interessante riscontro. L’autore poté finalmente affrancarsi da Dr. Slump, che chiuse nel 1984. Il resto è storia: Dragon Ball diventò un fenomeno mondiale, consacrando un tipo di manga comico e insieme tragico i cui protagonisti crescono e si evolvono, una formula che avrebbe fatto scuola ai creatori di One Piece, Naruto e Fairy Tail. Anche se, a dirla tutta, Goku non sarebbe mai diventato forte quanto Arale.

Perché leggere Dr. Slump quarant’anni dopo, allora? Per entrare nel vivo del lavoro di un autore che ha ridefinito il manga. Per recuperare la dimensione di libertà e gioco tipica del fumetto, che è anche il motivo per cui dei fumetti ci si innamora da bambini. E, infine, semplicemente, per mettere in pausa problemi e seccature, per divertirsi e basta. Perché i fumetti, per fortuna, possono essere anche soltanto questo.

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