Body horror e apocalisse: “Fingerless” di Spugna

Nella più classica delle città “grim & gritty” – una di quelle composte in egual misura da traffico, degrado, sporcizia e umanità alla deriva – due ubriaconi finiscono per farsi sbattere fuori dal bar dove si stanno sbronzando. Al che, aggrediti da un nerboruto criminale, si guadagnano anche un viaggio in un cassonetto dell’immondizia. Quel brutto modo di concludere la serata sarà l’unico motivo per cui sopravviveranno alla terribile minaccia che aleggia sopra le loro teste. La più inspiegabile e aliena delle invasioni sta infatti prendendo il via dai tetti della stessa metropoli che ha finito per schiacciarli.

Fingerless rappresenta la prova più straniante del percorso da fumettista di Spugna. Rispetto ai suoi lavori precedenti l’attinenza al genere più puro – piratesco, fantasy, sci-fi – è minima e la si può avvertire solo nell’avvio di una vicenda che prenderà ben presto direzioni inattese. Quando parliamo di vicoli lerci e delle strane creature che li abitano è quasi naturale fare un salto nei primi anni Novanta. Un periodo storico dove si era destinati a perdere il conto di quante invasioni avevano preso il via da quei bassifondi o a quanti antieroi li avevano scelti come loro quartier generale. Guardando a film come Mimic o alla mega-hit Spawn, passando per Maxx o culti minori come il videogame Blood 2, pareva proprio che, appena girato l’angolo, il mondo medio-borghese nascondesse una faccia putrescente e piena di pericoli. Come se i quartieri più puliti e ordinati fossero del tutto ignari delle guerre che si stavano combattendo nei loro interstizi. Una sorta di brulicante terra di nessuno dove accadeva l’impensabile.

Fingerless parte da questo incipit e lo sviluppa in maniera del tutto imprevista. La battaglia non solo esce dagli angusti spazi dove altri l’avevano relegata, ma termina ancora prima di iniziare. I misteriosi invasori – che, a differenza di quanto dicevamo prima, partono dai tetti e non dalle fogne – non ci mettono nulla a soggiogare l’intera città. E lo fanno portando avanti un singolarissimo tipo di guerriglia che pesca a piene mani dall’immaginario del fumettista. Come nei lavori precedenti di Spugna, il corpo è ancora al centro di tutto, sebbene in maniera meno fisica e concreta di quanto fatto fino a ora. Orride dita spuntano dagli infissi delle finestre e si trasformano in sbarre inamovibili, relegando i terrestri nei loro lerci cubicoli, proprio come in un incubo di Clive Barker.

Dal profondo del cosmo ecco arrivare una fortezza volante, simile a una sorta di enorme organo dotato di un’infinità di villi da cui espellere un esercito invasore di creature senza volto. Come una versione da incubo di Golconda di Magritte – già di per sé un’opera angosciante e che rifletteva sulla perdita d’identità dell’uomo – anche qui abbiamo esseri fluttuanti che indossano dei cappotti. Solo con con grossi stivali infangati a celarne i lineamenti. «Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre» diceva George Orwell, e forse non ne siamo così lontani.

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Quello che vogliono gli invasori sono i nostri volti, succhiati dalla punta delle dita e archiviati in una sorta di magazzino infinito all’interno del maniero fluttuante. Una volta ridotti a esseri senza identità non siamo che carne da macello. Finiamo per diventare – letteralmente – palle da tennis per orride partite tra giganti. Questi non arrivano dal cielo, ma fuoriescono dagli enormi cartelloni pubblicitari che riempiono lo spazio visivo della città. Strane creature vermiformi in gilet e camicia, troppo impegnate a competere tra di loro per rendersi conto del dolore che ci possono infliggere. Questo, sospeso tra grottesco, crudelmente comico e semplicemente insensato, è l’incubo che Spugna tesse per la sua città in decadenza. Si può anche pensare di fuggire da questo scenario, ma ormai è troppo tardi. Ovunque andremo a nasconderci il processo di assorbimento è già cominciato.

Da questo punto di vista Fingerless si pone come una riflessione piuttosto feroce sulla società contemporanea. Il body horror – da sempre nelle corde di Spugna – torna a essere politico e a raccontarci il nostro presente. Come nel mai così attuale Society di Brian Yuzna (1989) il corpo del singolo perde ogni importanza e finisce per fondersi in una sorta di ammasso di carne dove tutto è uno. Per il regista filippino questo significava perdersi in un’orgia, dove la carne si faceva plastilina e dove chi non apparteneva all’alta borghesia era solo materiale organico per alimentare questa massa informe. In Fingerless invece ogni aspetto del nostro volto è separato dal corpo per finire archiviato in enormi sacche di tessuto epiteliale. Ogni aspetto della nostra individualità è cancellato, e finiamo per essere solo volume biologico.

Rileggendo Fingerless verrebbe da pensare che si tratti del libro meno divertente dell’autore di Rust Kingdom. Quello meno fedele nel perseguire un’idea di immaginario sempre a cavallo tra il popolare più sfrenato e spinte sotterranee mai sopite. Spugna si è sempre dimostrato un raffinato giocoliere, in grado di avanzare abilmente su questa lama di rasoio. Questo gli ha permesso di lavorare con alcune delle migliori case editrici indipendenti del panorama italiano (GRRRzetic e Hollow Press) ma di finire anche a disegnare cover variant per eventi mainstream come Absolute Carnage (Panini Comics). 

Eppure il suo nuovo libro rinuncia a tutto questo, finendo per risultare il suo lavoro più profondo e stratificato. Sotto una superficie da flusso di coscienza fine a se stesso, come potrebbe apparire a una prima lettura superficiale, si avverte una visione sul presente tanto lucida quanto spinta da un bisogno che arriva dritto dalla pancia. Con le dovute differenze siamo dalle parti de Il cerchio di Dave Eggers. Un romanzo forse non ricercato come i suoi precedenti, ma diretto e inequivocabile nella sua foga di voler raccontare il presente. A costo di apparire didascalico.

Fingerless funziona alla stessa maniera. Si dimostra meno funambolico dei suoi precedenti nel voler buttare all’aria ogni pretesa di classificazione, ma porta in dote una capacità di critica così efferata che prima era difficile immaginarsi. Il tratto dell’autore, da sempre a cavallo tra grottesco e cartoon, si adatta perfettamente allo scopo e non ne risulta stravolto o evoluto verso nuove direzioni. Per una volta Spugna sembra meno desideroso di mostrarci il suo miglioramento come autore e più interessato a seguire una sua visione, incurante del fatto di essere capito o meno.

Fingerless
di Spugna
Hollow Press, novembre 2020
brossurato, 184 pp., colore
19,00 € (acquista online)

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