5 fumetti fantasy che dovreste leggere ora

È ormai una decina di anni che non si fa che parlare del nuovo fantasy. Sarà stata l’esplosione della moda nerd, delle saghe young adult dalle vendite milionarie, di D&D ormai sdoganato e della cultura del gioco ormai incontenibile, di Adventure Time, de Il Trono di Spade o del crollo definitivo di ogni forma di divisione tra linguaggi e generi. Mettetela come volete, ma ormai il fantasy è ovunque e non è mai stato meglio. Le molte proposte hanno un unico punto in comune ed è il costante movimento di allontanamento e di repentina riappropriazione dei cliché del genere.

Si parte dal fantasy classico – maghi, cavalieri, orchi, draghi e così via – poi mano a mano ci si allontana dal materiale di partenza. Si possono avere derive estetiche, influenze lontanissime, si può semplicemente sovvertire il tutto o renderlo più crudo. Si aggiunge l’elemento umoristico, oppure astronavi, il realismo, il riferimento colto e quello all’RPG della nostra infanzia. Vale tutto. Poi, improvvisamente, si torna all’ovile e ci si ricorda che alla fine è tutta una questione di gente con spade, buffi cappelli, creature orrende e signori del male a tramare dai loro manieri. Questa nuova deriva ha la capacità di far convivere elementi che conoscevamo bene – magari senza neppure apprezzarli del tutto – e farli deflagrare verso nuovi orizzonti.

Visto questo fervore, abbiamo realizzato una piccola selezione di fumetti fantasy attualmente disponibili in Italia, che spazia tra produzioni americane, francesi, giapponesi e italiane. Cinque titoli da leggere e da tenere d’occhio per capire come il fantasy si sta evolvendo in questi tempi.

Coda, di Simon Spurrier e Matías Bergara (Panini Comics)

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L’intuizione dello sceneggiatore Simon Spurrier è stata quella di scrivere un fantasy sospeso tra esasperazione del genere più canonico (orchi, giganti, elfi…) e scenari al limite del post-apocalittico, adattando il tutto alla struttura della commedia romantica. All’inizio abbiamo una coppia male assortita che finisce per confermarsi come perfettamente complementare, poi arriva il più classico dei malintesi che rovina tutto e infine l’inevitabile riappacificazione dopo il rutilante terzo atto. Siamo però in un mondo dove è possibile incontrare unicorni mutanti sboccati e fumantini, una città su ruote trascinata da un gigante, folli obici magici, cavalcature assurde e così via.

L’operazione di sovversione di Spurrier non è violenta e iconoclasta, per quanto l’autore sappia miscelare umori diversi adattandosi alla complessità dei nostri tempi. A tratti si ride, a tratti l’atmosfera si fa più seria e in altri momenti violenza e azione la fanno da padrone. Al contempo la trama si attorciglia su se stessa e, pur nella sua assoluta semplicità, riesce sempre a spingerci in avanti.

Ma a fare da motore alla storia sono anche le tavole di Bergara: sempre dinamiche, nella costruzione come nella gestione di un tratto che sembra in divenire. Ogni vignetta risulta chiara e immediatamente leggibile, eppure non c’è mai una definizione troppo plastica di quello che vediamo. Il suo contributo visuale è fondamentale a dare personalità e originalità a Coda.
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Qui c’è la nostra recensione dei primi tre volumi.

(Marco Andreoletti)

Made in Abyss, di Akihito Tsukushi (J-Pop)

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Ci troviamo in una sorta di strana bolla temporale sospesa tra passato e futuro. Riko è un’orfana nata e cresciuta in prossimità dell’Abisso, un’impressionante voragine che viaggiatori da tutto il mondo cercano invano di esplorare trovando puntualmente la morte. Dopo aver ricevuto uno strano messaggio collegato a sua madre, la giovane decide di partire verso il fondo del cratere, ignorando i pericoli a cui andrà incontro.

A dispetto di uno stile grafico morbido e molto vicino a certa estetica chibi, Made in Abyss è in realtà un manga crudo, spesso disturbante, morboso e crudele. La violenza non manca – soprattutto dal terzo volume in poi – così come le scene di nudo di personaggi ampiamente sotto la maggiore età. Akihito Tsukushi costruisce un mondo assurdo ma perfettamente codificato, sospeso tra l’Inferno Dantesco e l’Area X di Jeff VanderMeer. È un incubo dove personaggi carini e infantili subiscono traumi sempre più brutali. Sebbene questo aspetto non renda certo la lettura consigliabile a tutti, il giocare tra toni così esasperati è di gran lunga il punto più interessante della serie.

Siamo dalle parti di manga come Narutaru di Mohiro Kitō. Anche in quel caso tematiche e stile grafico non tradivano la crudezza di fondo della storia, contribuendo anzi a renderla ancora più efficace. Nonostante l’occasionale comparsa di tecnologie molto avanzate Made in Abyss è comunque un dark fantasy in piena regola, dove l’aumento graduale dell’orrore corrisponde a continue trovate visuali e narrative.
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Qui ci sono le nostre recensioni dei primi volumi della serie.

(Marco Andreoletti)

Avatar: The Last Airbender – La promessa, di Gene Luen Yang e Gurihiru (Tunué)

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Dopo la deludente trasposizione live-action firmata da Michael Night Shyamalan, l’idea di portare Avatar: The Last Airbender su altri media era davvero rischiosa. Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko avevano creato un successo televisivo con ben pochi precedenti, oltre che una mitologia profonda e molto complessa da maneggiare.

Nel 2012 Dark Horse Comics ha deciso comunque di produrre una serie di graphic novel basati sulla serie Nickelodeon, affidando la sceneggiatura a Gene Luen Yang e i disegni allo studio nipponico Gurihiru. Il successo è immediato e i volumi, in corso di pubblicazione in Italia per Tunué, hanno raggiunto agilmente la vetta dei bestseller del New York Times nel giro di pochissimo. Si tratta, a conti fatti, di un fumetto perfettamente allineato con il suo pubblico di pre-adolescenti e con il loro tempo. Inclusivo ai massimi livelli e privo di ogni stereotipo o caratterizzazione da cliché, affronta temi come la ricerca della propria identità, il rapporto con i genitori e il lascito delle generazioni precedenti in maniera chiara e semplice, senza mai peccare di banalità e riuscendo a incastrare tutto nella narrazione interna al mondo di The Last Airbender.

Gene Luen Yang è arrivato qui dopo due sue opere – American Born Chinese e Level Up – dove affrontava le stesse tematiche in maniera più legata alla sua biografia, dimostrandosi la scelta più azzeccata possibile. Da parte loro il disegnatori Chifuyu Sasaki e Naoko Kawano hanno sviluppato un tratto semplice e pulito, perfetto anche per chi non mastica fumetti da troppo tempo e abbastanza vicino al mondo del manga e del videogioco da entrare subito in sintonia con i lettori più giovani.
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(Marco Andreoletti)

Mercy, di Mirka Andolfo (Panini Comics)

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Siamo nell’epoca della corsa all’oro, e a Woodsburgh qualcosa di strano e pericoloso causa una tragedia nella miniera degli Swanson. Un anno dopo, la cittadina è funestata da alcuni efferati omicidi, proprio mentre arriva dalla vicina Seattle una giovane, ricca e misteriosa signora, Lady Hellaine, scortata dal suo maggiordomo. Lady Hellaine ha un fascino glaciale. Presto si ritrova al centro dei pensieri di varie persone: dalla diffidente Lady Swanson, ancora traumatizzata dall’evento della miniera, al candido John, un giovane di colore dal cuore spezzato, fino a Rory, una bambina nativa, caparbiamente convinta che Hellaine sia sua madre tornata in vita, in forma di angelo, per proteggerla.

Mercy è ascrivibile al weird west, un genere che mischia fantastico, western e horror e che trova in Joe R. Lansdale il suo più celebre rappresentante, non solo per il romanzo La morte ci sfida ma anche per le tre miniserie a fumetti dedicate al pistolero Jonah Hex uscite negli anni Novanta per Vertigo: un gran trionfo di sparatorie e zombi. Come suggerisce il titolo, in Mercy la spietatezza e i massacri non sono però il vero fulcro del discorso.

Affiancando personaggi di incantevole bellezza, tra cui spicca appunto la protagonista (idealmente, la delizia di ogni cosplayer), a immagini perturbanti che grondano deformità, Mirka Andolfo punta a sfumare, forse addolcire, il confine tra umano e mostruoso, suggerendo come a definirci umani non conti tanto quello che siamo, quanto quello che scegliamo di fare per gli altri.
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(Mara Famularo)

Dragonero il Ribelle, di Stefano Vietti, Luca Enoch e altri (Sergio Bonelli Editore)

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In un periodo in cui Sergio Bonelli Editore sta innovando mettendosi alla prova con generi e formati inediti, prequel, saghe che distruggono universi narrativi e conseguenti reboot, c’è una serie che continua la sua corsa seguendo tutt’altra traiettoria, quella della continuità. Dragonero di Luca Enoch e Stefano Vietti è una serie fantasy nata nel 2007 come primo dei Romanzi a fumetti dell’editore e diventato nel 2013 una serie regolare, e ora è una delle migliori letture di intrattenimento seriale che si trovino oggi in edicola, grazie alla sua innovazione graduale – ma non solo di superficie – dei canoni narrativi e delle formule editoriali bonelliane. Dopo quasi 7 anni, a novembre 2019 gli autori hanno proposto una svolta: azzerare la numerazione e creare un punto di ingresso per nuovi lettori in questo complesso universo con la serie Dragonero il Ribelle. Nel frattempo, l’universo si è espanso con due serie parallele, Dragonero – Senzanima, dal taglio più maturo, e Dragonero Young, da cui prenderà ispirazione la futura serie animata.

La forza di Dragonero sta nel riuscito equilibrio tra fantasy classico e stereotipato e innovazione. Il mondo è popolato da umani di tutti i tipi, orchi feroci, nani minatori e ingegneri, maghi misteriosi, elfi silvani e oscuri, come in un Warhammer o un Dragonlance qualsiasi. Ma se andiamo a zoommare sui singoli aspetti che compongono questo mondo, troviamo che i tasselli sono molto diversi – e più interessanti – di quanto che ci aspetteremmo.

La sensibilità dei creatori della serie riempie le trame di tematiche attuali, ecologiste, libertarie, che raramente si trovano nei classici dell’high fantasy. La caratterizzazione dei protagonisti fa un passo oltre rispetto allo stereotipo dell’eroe tutto d’un pezzo e della combriccola di amici fedeli e diversissimi. Non che il “party” di Ian Aranill, detto Dragonero, non sia un’accozzaglia di tipi strambi che si spalleggiano fino alla morte, ma Enoch e Vietti riescono a dipingere ciascuno di loro di pennellate inedite. Infine la lingua stessa del mondo – che, come insegna Tolkien, è alla base di ogni vero fantasy – deriva più dal latino che dall’inglese antico, una terza via rispetto a quella dei romanzi anglofoni e del recente successo dello spaghetti fantasy di Zappa e spada, Bruti o Brancalonia.
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Qui c’è un nostro articolo sulla serie.

(Alberto Brambilla)

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