Tex Willer, il migliore degli uomini possibili: intervista a Mauro Boselli

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Tex Willer è un ranger, ma è anche un’idea di uomo: il migliore degli uomini possibili. È un eroe puro, un raddrizzatorti nato in pieno Dopoguerra dal bisogno di ricostruire, dall’entusiasmo per le avventure ambientate in spazi sconfinati. Un giustiziere solitario (via via affiancato da un piccolo cast di amici) che nasce come spensierata proiezione di una “rifondazione”, un tuffo all’indietro nel West per cercare una nuova dimensione e nuove regole, in cui la distinzione tra giusto e sbagliato sia chiara.

Tex Willer è un eroe senza abilità magiche, senza poteri super. È un uomo completo, però, con tutti i suoi valori al massimo: l’intelligenza, l’istinto, la velocità, la resistenza, la forza. Tex è un uomo dal “fattore di forma normale”, perché non è un colosso – e non era neanche la prima scelta dei suoi creatori. Gianluigi Bonelli stava scommettendo su un altro personaggio, Occhio Cupo, le cui avventure erano ambientate nella zona dei Grandi Laghi durante il Settecento, al tempo della guerra franco-inglese, disegnate sempre da Aurelio “Galep” Galleppini. Curato, sofisticato, lussuoso nella forma editoriale e nel prezzo, Occhio Cupo oggi è dimenticato. Invece, il ranger con il volto e l’andatura da cow-boy che ricordano un po’ Gary Cooper (e un po’ Galep), era meno complesso, ma lo sarebbe diventato con il passare dei decenni.

Dal suo esordio il 30 settembre 1948 ad oggi, si sono succedute centinaia di migliaia di tavole disegnate, centinaia di avventure, decine e decine di disegnatori e solo un pugno di autori. Perché le storie di Tex sono semplici sì – è intrattenimento, certo – ma a loro modo complicate da raccontare: richiedono un mestiere molto particolare. Un mestiere che negli anni si è saputo rinnovare, passando il testimone che fu di G.L. Bonelli a suo figlio Sergio fino ad arrivare all’attuale curatore, Mauro Boselli. Che nel tempo è diventato anche uno degli autori più prolifici delle avventure del ranger e dei suoi pards.

Abbiamo chiacchierato per quasi due ore con Mauro Boselli, per raccontare chi è Tex Willer nel 2020, e cosa sta facendo oggi il più importante fumetto italiano attualmente in commercio. Qui di seguito, leggermente condensata per chiarezza e brevità, l’intervista. 

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Mauro Boselli con in mano due albi di “Tex Willer”

La prima domanda è più generale, ma è per capire una cosa che pensiamo molti si chiedano: come si fa a diventare autore e poi curatore di Tex? Cosa bisogna “studiare”?

In pratica, bisogna impadronirsi del personaggio leggendo tutte le avventure e le storie che sono state scritte su di lui, soprattutto quelle del suo creatore, Gianluigi Bonelli. È chiaro che se uno si mette a scrivere delle nuove storie di Sherlock Holmes è essenziale che conosca integralmente almeno le avventure scritte da Conan Doyle e magari anche le più importanti di altri autori. 

Per scrivere Tex bisogna conoscere a menadito le avventure del suo creatore, ma anche le più importanti dei successivi autori. Gli autori che scrivono Tex oggi non possono prescindere dalle storie di Claudio Nizzi o dalle mie. È molto faticoso per noi ed è per questo che siamo in pochi. Attualmente lo staff di sceneggiatori è composto da me, Pasquale Ruju, Gianfranco Manfredi, Jacopo Rauch, Claudio Nizzi e dal mio assistente Giorgio Giusfredi. 

Io ho il vantaggio su alcuni miei colleghi (tranne Nizzi, ovviamente) di essere un po’ più vecchio e di leggere Tex sin dall’infanzia, ma anche perché ho conosciuto Gianluigi Bonelli quando facevo le scuole elementari. Sono praticamente cresciuto vedendolo scrivere Tex e per anni ho passato interi pomeriggi nel suo studio semplicemente guardandolo lavorare, perché ero amico di suo figlio e passavo di lì. Quindi Tex mi è entrato dentro in una maniera particolare. Pur avendo in fondo uno stile narrativo diverso da quello di Gianluigi Bonelli, ma conoscendolo bene e conoscendo bene il suo personaggio, riesco a comprenderlo intimamente.

Nella serialità televisiva gli autori per coordinarsi e rimanere coerenti con un flusso di produzione complesso, creano un libro, una specie di wiki a uso interno che viene chiamato “Bibbia” e che contiene tutto quello che bisogna sapere per scrivere una storia della serie: i personaggi, le ambientazioni, i presupposti, le origini, la traiettoria di sviluppo. Voi avete creato una Bibbia per Tex?

Esiste una bibbia di Tex, l’ho scritta nel giro di un pomeriggio ed è composta da quattro o cinque pagine. È per uso interno degli autori e racchiude tutte quelle cose che non si devono trasgredire per realizzare una storia di Tex. Ma è anche una traccia che può servire per l’eventuale possibilità di sondare altri media, come il cinema.

Non avevo mai pensato di scrivere Tex, ma di certo volevo scrivere e fare fumetti: era nei miei interessi. Verso i 30 anni, in un periodo difficile della mia vita, Gianluigi Bonelli mi diede una grossa mano facendomi diventare suo assistente. Poi sono passato a lavorare in Bonelli, che non era sua ma della moglie che l’aveva in gestione dalla fine degli anni Quaranta. 

La vicinanza a Gianluigi Bonelli per me è stata una fortuna, ma anche per Tex credo, perché in un certo modo lo teniamo vivo e per farlo è necessario calarsi nei suoi panni. Claudio Nizzi, che mi ha preceduto, ha dovuto fare un lavoro diverso, davvero da palombaro: leggere le storie tutte assieme e immergersi completamente nelle atmosfere di Tex. Per lui è stato in un certo senso più faticoso, ma ci è riuscito splendidamente. Il suo Tex era anch’egli un perfetto esempio di come si deve scrivere il personaggio. Chiaramente abbiamo degli stili diversi, che un po’ si integrano e completano. Ma l’importante è che il personaggio rimanga lo stesso. 

La copertina del “Texone” disegnato da Claudio Villa su testi di Mauro Boselli

Veniamo al lato davvero “pratico”. Come nasce una storia di Tex? Lo chiedo anche perché nei video che la Bonelli ha pubblicato su Facebook durante il lockdown dello scorso marzo ti si vede nel tuo studio con la macchina per scrivere, che è un gesto coraggioso in un mondo ormai tutti digitale e fatto di email. Per lavorare a Tex si usa la macchina per scrivere?

Chiaramente Bonelli padre scriveva con la macchina da scrivere perché era un uomo dei suoi tempi. Io ho cominciato a scrivere con la Olivetti Lettera 33, quella a doppia banda rossa e nera. Usavo la banda nera per il dialogo e la banda rossa per la sceneggiatura. Poi sono passato alle macchine elettroniche. E devo dire che tuttora preferisco battere a macchina, anche per motivi fisici, perché scrivere al computer per me è molto più faticoso, per la vista ma soprattutto per l’organizzazione del lavoro. 

Sostanzialmente uso la macchina da scrivere perché ho la possibilità di avere le pagine sottomano per rileggere, sfogliare e rivedere i vari punti della storia in un colpo solo. Una cosa che non tutti fanno, perdendosi ogni tanto i personaggi per strada. Con la carta puoi vedere tutto assieme mettendo le pagine sul pavimento, una cosa che su uno schermo del computer non puoi fare.

Così, rileggendo sempre tutto, riesco a evitare gli errori e la storia mi cresce meglio tra le mani. Quando mi metto a scrivere pagina 130, avendo sottomano le prime 129, so esattamente dove sono i personaggi in quel preciso momento, cosa pensano, cosa intendono fare o cosa intende fare Tex. La storia deve vivere attraverso i personaggi e le situazioni. Rinfrescando continuamente la memoria, rileggendo le storie che scrivo e riscrivo, spesso decine di volte, riesco a renderle articolate e complesse senza perdere il filo della struttura narrativa. È per questo che pur non scrivendo quasi mai soggetti, ma solo appunti volanti, riesco sempre a trovare il bandolo della matassa e quasi sempre a finire in gloria.

C’è un trucco: di solito scrivo tra le 15 e le 20 storie contemporaneamente, tra quelle per Tex mensile e Tex Willer, Dampyr e altro. Una cosa che faceva anche Gianluigi Bonelli, scrivendone quattro o cinque alla volta, o Tiziano Sclavi, quando faceva Dylan Dog. Io scrivo così da trent’anni anni, mi domando anche io come faccio, ma forse è proprio questa la cosa che mi tiene vivo. 

Il trucco, che come ho detto usava anche Sclavi, è quello di interrompere le storia a metà o alla fine di una scena e di avere una pagina di appunti su come procederà successivamente. La storia va poi ripresa in mano quando il disegnatore ne ha bisogno, cioè quando ha terminato le pagine pronte che aveva da disegnare. Ci si rimette quindi a scrivere prendendo come riferimento il foglio degli appunti, che si tramuta con un po’ di ragionamento nella scena successiva.

Ovviamente non è un metodo usato da tutti. In questo momento Claudio Nizzi, che è in pensione e può scrivere delle storie con calma, mi consegna direttamente la sceneggiatura finita. Prima, quando è stato il principale sceneggiatore di Tex, anche lui scriveva più storie contemporaneamente, saltando dall’una all’altra. E questo metodo, come sanno gli appassionati, dopo vent’anni lo aveva un po’ mandato in crisi perché era davvero oberato di lavoro.

Anche Pasquale Ruju utilizza lo stesso metodo, ma mi chiede legittimamente di non scrivere più di quattro o cinque storie insieme, per non rischiare di confondersi. Lui lavora diversamente da me. Riesce a scrivere anche con l’iPad quando viaggia, cosa che io non sono capace di fare. Io scrivo solo se sono in una delle mie postazioni, dove ho la mia documentazione e posso concentrarmi. So benissimo che è necessario essere concentrati per riuscire a tenere in pugno la storia anche quando è complessa. Quindi, magari mi dimentico di fare la spesa, almeno questo è quello che mi rimproverano in famiglia, ma non mi dimentico mai di come deve andare avanti una storia. 

Sono anche abbastanza ordinato e molto veloce, anche se la velocità la si acquista con il tempo. Ma sceneggiare è anche una questione d’abitudine e d’istinto. Una cosa singolare di questo lavoro, che noto quando faccio l’editor curando le storie altrui, è che gli sceneggiatori alle prime armi sono laboriosi. Si soffermano a pensare sui singoli dialoghi. Invece per me, come per Gianluigi Bonelli o Alfredo Castelli, ovvero gli scrittori abituati al mestiere, il dialogo arriva prima di pensarlo: il personaggio parla e tu scrivi sotto dettatura.

L’abitudine a scrivere ti permette di lavorare in questo modo, molto velocemente, ma è una cosa pre-razionale. Ad esempio, una volta avevo abbandonato a pagina 10 una storia breve di Tex perché il disegnatore stava procedendo lentamente. Quando dopo molto tempo l’ho ripresa in mano perché lui aveva finito la sua parte ho pensato: «Oh mio dio, adesso come vado avanti?». Ho riletto le 10 pagine e mi sono immerso nella scrittura. Dopo due ore dopo avevo finito. I personaggi hanno agito praticamente a mia insaputa e la storia alla fine si è anche conclusa in maniera elegante. Una volta terminata l’ho letta e ho detto: «Oh, funziona», ma è stato un po’ come se in quel momento l’avesse scritta qualcun altro.

A chi lavora con l’arte, come ad esempio con la musica, questi passaggi vengono spontanei. Il musicista non sta lì a rimuginare sulle note. A un certo punto l’ispirazione arriva e compone. Per noi che facciamo umilmente fumetti accade qualcosa di analogo, le storie sgorgano all’improvviso.

Una tavola dal “Maxi Tex 27”, disegni di Alessandro Piccinelli, testi di Mauro Boselli

Quale lavoro di editing viene fatto sulle storie di Tex? Qual è la filiera, per così dire?

Sergio Bonelli chiedeva di leggere prima il soggetto, esclusivamente per Tex e Zagor, che approvava o no, e poi tu partivi con la sceneggiatura e gliela consegnavi finita. E anche io lavoro così. Ad esempio: lo scrittore mi manda un soggetto da valutare e nel caso io abbia obiezioni ne discutiamo e sistemiamo, così poi inizia la sceneggiatura. Infine, se nella sceneggiatura consegnata trovo una scena in cui non sono d’accordo faccio direttamente una modifica, ma capita di rado con i professionisti. Per quanto riguarda me, che sono l’editor di me stesso, mi correggo da solo. 

La filiera è tutta qua, non c’è altro. Siamo sempre e solo noi. Lavoriamo sulle storie con più di un anno d’anticipo, dipende anche dalla velocità del disegnatore. Per una storia di Tex di 350 pagine ci vogliono solitamente più di tre anni. In questo caso io stesso non la scrivo tutta subito, ma nel corso dei tre anni, consegnando le pagine al disegnatore un po’ per volta. Trovo che sia un modo per rendere una storia più ricca e credibile perché macino più idee in tre anni che in tre settimane.

Alcune storie si possono somigliare, ma cerco di spronare me stesso e i miei collaboratori a non ripetere le stesse situazioni. Se uno non è in grado di farlo non può far parte dello staff. Ed è anche per questo che siamo così pochi. Ci sono autori che non hanno più di un tot di storie dentro di sé, questo è un fatto. Ce ne sono altri un po’ artigiani, come me, che invece continuano a trovare idee, che a volte magari non sono eccezionali ma che hanno quel tanto di novità e tradizione che bastano per tirare fuori una buona storia.

Per molto tempo Tex è uscito soltanto nella serie mensile classica, che negli anni Settanta, nel pieno del boom del fumetto e grazie alle migliaia di edicole attive in tutta Italia, era arrivata a tirare 700.000 copie. Nel corso degli anni poi la diversificazione su più testate è stata necessaria, non tanto perché i lettori diminuivano – che è comunque è un dato di fatto – ma perché per esigenze commerciali è sempre meglio diversificare il prodotto.

Questo Sergio Bonelli lo sapeva bene. È stato lui a lanciare nuove collane come il Texone, che privilegia la parte grafica, e il Maxi Tex, che presenta storie molto lunghe (come detto ci vogliono almeno tre anni per prepararne una, quindi ogni tanto per esigenze lavorative il Maxi Tex presenta due storie brevi). Insieme a Sergio Bonelli abbiamo inventato Tex Color, una testata più sperimentale, fatta di storie brevi, che è servita anche per trovare nuovi scrittori e sceneggiatori. Con Mauro Marcheselli, quando quest’ultimo è stato per breve tempo direttore della casa editrice, ci siamo inventati i cartonati alla francese, che presentano storie brevi a colori e con una struttura e un’impaginazione narrativa diversa.

Per quanto riguarda Tex Willer, è nato da un’idea dell’attuale direttore generale Simone Airoldi, che ha proposto: «Perché non raccontate le storie di Tex dall’inizio?». Un’idea che poi ho un po’ cambiato perché le prime storie di Tex esistono già, e le continuiamo a ristampare con grande successo. In realtà lui intendeva una sorta di racconto delle origini, ma gli ho fatto notare che stavo già lavorando a questo sui cartonati alla francese e sul Maxi Tex, dove da un po’ di tempo stavo raccontando la gioventù di Tex, per esempio con la storia Nueces Valley

Comunque, all’inizio, con tutti i nostri impegni, la proposta mi è parsa un’assurdità, poi ci ho riflettuto un solo pomeriggio e ho pensato che Tex Willer si poteva fare. Si tratta di una collana agile, con storie più veloci, che raccontano vicende nuove, ma che allo stesso tempo toccano lateralmente anche il passato di Tex già narrato da Gianluigi Bonelli nella serie regolare. Questa formula permette di rispettare la tradizione e non fare un reboot. Così le storie rimangono fedeli all’originale e ne allargano lo sguardo.

Tex Willer è in parte una riscrittura e in parte una storia nuova. Ad esempio, sul numero 24 inizia un’avventura che racconta lo scontro con John Coffin, il primo nemico di Tex, scontro che però non è mai stato narrato da Gianluigi Bonelli. 

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La copertina di “Tex Willer 1”, disegnata da Maurizio Dotti

Le vicende di Tex giovane sono in un certo senso “a tempo”. Albo dopo albo, il giovane “cresce” e alla fine raggiungerà la maturità e le storie che sono già state scritte nella serie regolare. Hai immaginato un arco narrativo e una fine in cui Tex Willer si ricongiunge con Tex, oppure la pubblicazione non ha un punto di arrivo, andrà avanti indefinitamente?

La fine di Tex Willer dipende anche dalla mia, ho una certa età, la serie in sé potrebbe andare avanti in eterno. In realtà ho preparato i primi sei anni di storie, che sono tutte in lavorazione. Queste ci porteranno cronologicamente alla seconda storia classica di Tex, La mano rossa, in cui il personaggio inizia a collaborare con la legge, anche se ancora non viene scagionato dal suo passato. Di lì a poco incontrerà Kit Carson, diventerà ranger, anche se è ancora giovane, e poi farà la conoscenza di una serie di personaggi noti che in questi anni hanno incrociato la storia di Tex. 

La serie potrebbe proseguire a lungo anche perché Gianluigi Bonelli aveva raccontato molto poco della gioventù del personaggio. Tex cresce rapidamente già nei primi mesi dei vecchi albi a striscia. Questo gap è una miniera di storie che ci permetterà di raccontare molte avventure. Quindi non vedo una fine, la serie può andare avanti ancora molto, ma dipenderà anche dal pubblico. Attualmente Tex Willer sta vendendo molto bene.

In cantiere abbiamo già due speciali natalizi di Tex Willer, di cui uno completo che sarà pubblicato a fine anno e uno in lavorazione per il 2021. In questi albi ci saranno grosse sorprese: lo speciale di Natale di quest’anno sarà dedicato al fratello di Tex. L’anno prossimo invece ci sarà un incontro tra due grandi personaggi Bonelli, Tex e un altro che non posso ancora svelare. Per lo speciale di Natale del 2022 ho delle idee in divenire, ma sono contrario alla ricerca di colpi di scena a tutti i costi come succede ultimamente nelle serie televisive, che sono talmente piene di sorprese da diventare noiose. Il troppo stroppia, come si dice. 

Poi ci tengo a sottolineare che io non sono un “completista” alla Don Rosa, che ha cercato di scrivere l’intera storia dei paperi. A me piace lasciare dei fili slegati. Le avventure più belle di Sherlock Holmes sono quelle che Watson cita senza aver mai raccontato, così gli appassionati possono fantasticare su cosa è successo in quel famoso caso dei “tre semi di mela”. Ogni tanto lasciare qualche avventura non scritta o nominare qualche personaggio che non si è mai visto prima può stuzzicare la fantasia dei lettori.

Tex e i suoi pards

Quanto sono importanti nell’economia della narrazione di Tex i personaggi ricorrenti?

I personaggi ricorrenti sono fondamentali per qualsiasi serie perché creano affezione, compresi quelli secondari. Il ritorno di Montales fu un evento negli anni Sessanta perché a quei tempi mancava da dieci anni. Sempre in quel periodo, le storie con Mefisto ogni volta erano un evento.

Mefisto ha avuto l’ultima sua grande storia nel 2002 [Tex 501-504, di Claudio Nizzi e Claudio Villa NDR]. Una storia a cui era difficile dare subito un seguito. Ho avuto l’idea di riportare in campo suo figlio, Yama, in modo da preparare il terreno per il suo ritorno [su Il segno di Yama, disegni di Fabio Civitelli NDR]. Quindi Mefisto è in giro, tornerà. Stiamo preparando una storia che se non sarà epocale sarà sicuramente molto lunga, al momento dovrebbe occupare 6/7 albi. Sarà in parte disegnata dai fratelli Cestaro e in parte da Civitelli.

Altri personaggi meno evocativi ritornano ogni tanto, come gli sceriffi delle varie città, e per il lettore fanno un po’ l’effetto dei comprimari delle serie tv che ogni tanto fanno la loro comparsata. Inoltre, avere un teatrino di personaggi sia canonici – ossia creati da Gianluigi Bonelli – sia inventati da noi, che possono a volte tornare, serve spesso per trovare idee.

Tex sembra non invecchiare mai, né lui né i suoi pards, eppure passa con disinvoltura attraverso momenti storici del vecchio West anche distanti fra loro. E in qualche modo, con tutte le avventure che ha avuto, sta “saturando” i posti e i momenti in cui può andare. Come avete immaginato il rapporto tra Tex e il tempo “reale”, quello storico?

Essendo Tex un personaggio immaginario la sua storia è dilatata. È un western di fantasia: i paesaggi, i personaggi e soprattutto la Storia vengono dilatati o spostati a seconda delle esigenze narrative. Le sue avventure dovrebbero svolgersi intorno al 1880, ma alcuni eventi storici che raccontiamo appartengono in realtà a 10/20 anni prima. Viene anche allungata la vita di alcuni personaggi storici che sono morti prima del 1880, come Cochise, in modo da coprire l’intera esistenza di Tex. A volte retrodatiamo alcune avventure, per far vedere Tex nel passato. A volte semplicemente facciamo finta che i comanche o i cheyenne siano ancora un pericolo, mentre nel 1880 erano già sottomessi da alcuni anni. 

Oggi facciamo un po’ più attenzione a rispettare il periodo storico delle avventure di Tex, ma in passato ci sono state diverse situazioni molto discordanti. Ad esempio Gianluigi Bonelli creò ben due guerre di Secessione diverse. Quando decise di raccontare una storia delle giovinezza di Tex durante la guerra fece finta di dimenticare che Tex, già adulto, in modo un po’ anacronistico, aveva avuto diverse avventure durante un’altra guerra di Secessione!

Oppure, in una delle sue prime avventure, Tex incontra la banda Dalton e Butch Cassidy a ridosso del 1900, una data che non è compatibile con quelle in cui affronta i cheyenne in rivolta. Ovviamente poco male, adesso stiamo un pochino più attenti, ma quella di Tex rimane una storia d’invenzione. Se portiamo un treno in una località guardiamo se il treno in quegli anni c’era. Oppure magari se lo stavano costruendo. È chiaro che non c’è una totale coerenza, perché l’esigenza principale è quella dell’avventura. Quando abbiamo portato Tex in Alaska, ad esempio, l’abbiamo portato a Skagway, città che prima della corsa all’oro non era ancora stata fondata. Insomma, queste scelte sono da vedere un po’ come licenze poetiche. 

Tex visto da Giovanni Ticci, uno dei suoi più noti disegnatori

In molti si chiedono se Tex tornerà su altri media che non siano il fumetto: lo vedremo in televisione o al cinema? 

Adesso alla Bonelli c’è una sezione che si occupa di questo, però Tex ha dei problemi più grandi. Prima di tutto è un personaggio western, un genere che non è certo sulla cresta dell’onda. In passato comunque ci sono stati dei tentativi, ma non siamo arrivati a un risultato. I registi e i produttori a volte ci chiedono se vorremmo fare qualcosa. Dal mio punto di vista, e questo vale per tutti i personaggi dell’editore, le case produttrici di cinema e i registi vogliono il controllo delle storie e noi non glielo lo vogliamo lasciare. 

Come sapete uscirà un film di Dampyr, che è il personaggio che ho creato assieme a Maurizio Colombo vent’anni fa, su cui la casa editrice punta molto e sul quale ha mantenuto il controllo. Vincenzo Sarno è il nostro produttore esecutivo che ha seguito i lavori sul set e quelli ancora in corso di post produzione. Lui come anche Davide Bonelli e tutti noi di Via Buonarroti ci auguriamo che la pellicola dampyriana diventi un successo. Quindi, come dicevo, anche sul nostro Ranger dovremmo tenere un certo controllo, sarebbe un peccato che non venisse riconosciuto come Tex dai suoi appassionati. Successe già in parte nel 1985 con il film Tex e il signore degli abissi, interpretato da Giuliano Gemma che, diciamocelo, non era granché nonostante Gianluigi Bonelli avesse in parte collaborato alla creazione della storia.

Ci hai detto prima che scrivi moltissime storie insieme. Adesso ti chiedo: cosa c’è sul tuo tavolo? Quali sono le attività che ti tengono impegnato?

In questo momento mi sto occupando di Tex, Tex Willer e Dampyr, scrivendo circa una ventina di storie in contemporanea: una quindicina per Tex e sei o sette per Dampyr. Assieme al mio assistente Giusfredi leggo anche le storie scritte dagli altri autori, e devo controllarle tutte perché chiunque può fare un errore.

Quando il disegnatore ci consegna le tavole noi guardiamo le matite per vedere se ha capito, perché a volte può succedere che ci siano delle incongruenze con il testo. Ogni tanto non ci si capisce e bisogna fare correzioni. Ogni vignetta è fondamentale per la buona riuscita di una storia. Una vignetta sbagliata – ce ne sono e ce ne saranno sempre perché basta una distrazione – può veramente far crollare la sospensione dell’incredulità richiesta al lettore. Invece se tutto è disegnato come richiesto e i gesti e le inquadrature sono quelli giusti, allora la storia funziona a dovere.

Parlando dei disegnatori, che sono relativamente tanti rispetto agli autori delle storie di Tex, cosa ci vuole per sapere disegnare una sua avventura? Cosa bisogna “studiare”?

Serve una conoscenza non dico del West, ma dell’immaginario western degli ultimi 100 anni, perché il West di Tex si rifà a quello del cinema classico. Un’altra cosa è il modo di gestire i personaggi, di cui bisogna restituire le pose rilassate e dinamiche dei cowboy. Questa è una cosa in cui Galep riusciva benissimo. Anche il compianto Erio Nicolò, uno dei disegnatori classici di Tex, era molto bravo a creare questa atmosfera rilassata dell’eroe del west. Un po’ quella di John Wayne, quando avanza con la sua andatura dondolante ed è minaccioso nonostante sia apparentemente rilassato. Giovanni Ticci è uno di quei disegnatori che esprime perfettamente questo dinamismo anche statico, anche dell’eroe a riposo.  

Invece, cosa è necessario dal punto di vista del disegnatore per saper fare bene le copertine di Tex?

La copertina deve essere autonoma, significativa, deve saper cogliere il momento e riassumere lo spirito della serie. Maurizio Dotti per quelle di Tex Willer spesso azzecca al primo colpo, a volte invece qualche proposta prima di arrivare a quella giusta. Idem vale per la nostra colonna Claudio Villa per la serie regolare e le testate annesse.

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Mauro Boselli nella Monument Valley, tra Utah e Arizona, i luoghi in cui per la maggior parte si svolgono le avventure di Tex

E veniamo infine agli scrittori. Cosa deve conoscere uno scrittore per poter scrivere una storia di Tex? Deve andare in America a vedere il West di persona?

Averlo visitato non è necessario, anche perché io e lo stesso Bonelli ci siamo arrivati in tarda età. Sono stato in California, Arizona e Nevada solo tre anni fa. A un autore invece serve avere una conoscenza il più possibile dettagliata del western classico, essenzialmente film e libri, ma soprattutto bisogna aver chiaro il significato che si portano dietro. Non basta ad esempio vedere il Fiume rosso e copiarne alcune situazioni, bisogna sapere cosa c’è dietro a quello che viene raccontato e conoscerne il contesto. 

Uno sceneggiatore deve sapere perché il bestiame si sposta da una parte all’altra, come lavorano i cowboy o come si ferra un cavallo. Tutto questo fa parte del realismo inerente alla storia, che viene dato per scontato, ma che scontato non è per chi non sa nulla. Senza conoscere il quadro generale si scrivono delle storie con errori evidenti, come ad esempio quello di inserire al centro della città un trading post, che nella realtà era molto lontano e isolato dai centri abitati. Non si possono scrivere storie senza sapere cosa fanno i banditi, come si rapina una banca e come si assalta una diligenza o un treno. Insomma, c’è un’esigenza di realismo che deriva dai fatti veri della storia del West.

Un’altra cosa da sapere è come funzionano piu o meno le armi. È chiaro che non possiamo essere troppo tecnici, se no sarebbe davvero difficile scrivere le avventure. Bisogna però sapere per esempio che il fucile Winchester si carica e ricarica con la leva e che non spara a ripetizione. O la pistola, se è a singola azione, non può sparare se non si alza il cane.

Poi c’è la fantasia, il fatto che Tex è un fumetto di un certo tipo. Tex riesce a uccidere i banditi eliminandoli senza che loro soffrano o senza che si veda sangue, questa è una fantasia, purtroppo, perché la realtà non è così. Noi togliamo gli spruzzi di sangue eccessivi non fanno parte del mondo di fantasia di Tex in cui le pistole non sporcano, “puliscono” perché fanno fuori i cattivi, ma non in modo truculento. La realtà è ovviamente diversa.

Parliamo di personaggi e di storie. Quelle di Tex hanno una caratteristica molto rara: si cominciano a leggere da piccoli ma poi spesso si continuano a leggere anche da grandi. E’ voluto?   

Devo premettere che mi piacciono moltissimo i fumetti e che per me sono una forma d’arte. Tutt’ora leggo il Paperino di Carl Barks perché è geniale come lo sono l’Amleto di Shakespeare o le storie fantastiche di Buzzati, per dire. Anche se le storie di Paperino non sono “adulte” nel senso che dicevi tu. Tex, pur essendo complesso, ha diversi livelli di lettura. Magari i bambini apprezzano la pura avventura e le cavalcate, mentre l’adulto è interessato alla ricerca della giustizia o alla catarsi che deriva dal cazzotto di Tex al nemico corrotto. È vero, li leggono generazioni diverse, in momenti diversi della vita.

La copertina di Giustizia a Corpus Christi, settimo numero della collana “Tex – Romanzi a fumetti”, disegni di Corrado Mastantuono, testi di Mauro Boselli

Tra le altre cose, chi non conosce Tex lo immagina un personaggio “semplice”, scolpito nella pietra, rigido. Invece, la realtà è diversa: Tex è un personaggio complesso, tutt’altro che banale, assolutamente non monodimensionale. E’ un ranger dalle qualità molto diverse, anche sorprendenti.

Certo. Ne dico una: Tex ha una sua divinazione, la capacità di comprendere in un attimo le situazioni e le persone. Ad esempio, Tex guarda un sospettato negli occhi e uscendo dalla stanza si rivolge a Kit Carson e gli dice: «Sento puzza di bruciato, questo balordo non me la racconta giusta». Perché a Tex basta guardare il personaggio negli occhi per capire che c’è qualcosa che non va. Oppure quando è l’unico che crede a un accusato che si professa innocente. Non è sempre stato così, ovviamente. In Tex Willer stiamo appunto raccontando la sua crescita e di come alla fine si impadronirà di questi “poteri”, magari ogni tanto sbagliando anche. Da giovane era molto più imperfetto che da adulto. L’unica cosa che ha sempre avuto perfetta sin dall’inizio è la sua mira infallibile.

Se vogliamo andare più a fondo con il personaggio, Tex è una specie di ossimoro, un fuorilegge che fa giustizia, un Don Chisciotte vincente, un angelo con la pistola. Tex è anche un grande pragmatico, non si spaventa davanti a nulla, conta molto sulla propria intelligenza e sulla propria precisione nello sparare e non si lascia assolutamente spaventare o influenzare da fantasmi o da quelli che lui chiama “trucchi”, come quelli usati da Mefisto. 

Tex ovviamente non è un personaggio umano, ma è un’incarnazione di carta di quello che dovrebbe essere un essere umano. Il lettore lo percepisce come un uomo senza superpoteri, ma che esprime il talento umano al massimo delle sue potenzialità, così come l’intelligenza, l’acume e la capacità di discernere il bene dal male. Oltre ovviamente alle sue capacità con la pistola, che lo rendono un giustiziere infallibile. Insomma, tutte caratteristiche umane anche se in un certo senso portate all’estremo. In questo senso, non è un superumano, ma è il miglior uomo possibile. Un personaggio straordinariamente umano, caratteristica accentuata inoltre dalla presenza dei suoi pards, amici fraterni di diversa età e razza.

Tex non è un difensore cieco della legge, perché lui persegue la giustizia e spesso legge e giustizia non coincidono. Chi non conosce bene Tex potrebbe percepirlo come un eroe di destra perché giustiziere o di sinistra perché dalla parte dei deboli… Invece è semplicemente un giusto. Lui è sempre per la difesa dell’oppresso, per l’equità, la multietnicità e il rispetto per il diverso. Questo rende Tex un personaggio ricco, umano e secondo me anche molto interessante da raccontare.

Si ringrazia Michele Ginevra per la collaborazione.

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