Unite per un mondo (del fumetto) migliore: intervista al collettivo Moleste

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Illustrazione di Rita Petruccioli per Moleste

Quando leggiamo fumetti guardiamo innumerevoli volti e corpi di personaggi, ma non necessariamente abbiamo in mente le fisionomie di chi li disegna. Anche degli autori che più amiamo non è detto che conosciamo l’aspetto, e anzi può accadere di scoprirlo per la prima volta mentre, in fiera o a un festival, siamo in fila per una loro dedica. Non è poi così strano: a differenza di attori e musicisti, il lavoro dei fumettisti non è fatto di performance, e la loro fisicità, così come anche l’appartenenza a un genere piuttosto che un altro, non dovrebbe incidere sul valore dei loro disegni e storie, né tanto meno sulla loro carriera.

Per le fumettiste, però, questa regola rischia di avere tante e imprevedibili eccezioni. Essere una donna, più o meno attraente, può rendere un percorso professionale più accidentato o può attirare attenzioni non richieste. Fino alle vere e proprie violenze. A mettere in evidenza questa situazione, certo poco edificante ma purtroppo reale, è un collettivo di autrici appena formato, con un nome emblematico: Moleste.

Il loro obiettivo è raccogliere quante più testimonianze possibili per smascherare la discriminazione che colpisce le donne professioniste e artiste del fumetto, e per individuare qualche soluzione per scardinarla. Abbiamo quindi chiesto alle fondatrici di Moleste di raccontare il loro punto di vista in questa intervista collettiva. E di spiegare perché ottenere la parità di genere sarebbe una conquista importante, (anche) per il mondo del fumetto.

Una delle frasi che avete usato per raccontare il progetto di Moleste è «non siamo solo molestate». È una frase breve che racchiude molte cose.

Sì, ha più chiavi di lettura. Una molto semplice, ed è che ovviamente all’interno del collettivo non tutte hanno subito molestie. Sarebbe ipocrita dire che ce ne facciamo carico tutte, collettivamente, perché in realtà ognuna ha poi la sua storia, ma quello che possiamo fare è creare un ambiente sicuro, agire di concerto per evitare che certe dinamiche si ripetano e per rendere l’ambiente più salubre, mettere in contatto chi ne ha bisogno con i centri antiviolenza che ci supportano nel nostro progetto e lavorare attivamente contro una certa mentalità, che fa da brodo di coltura per le molestie. Siamo molto più che molestate anche in questo senso: abbiamo progettualità, la nostra azione non si limita alla denuncia.

Denuncia, presa di coscienza e spinta a cambiare le cose: sono alcuni degli elementi che Moleste ha in comune con il fenomeno #MeToo. Perché è importante raccontare distintamente, in questo contesto, anche il punto di vista delle fumettiste?

Con il movimento #MeToo abbiamo qualche punto in comune e molte differenze. Capisco che nel momento in cui si sente parlare di molestie in ambito lavorativo l’associazione di idee sia inevitabile, ed è anche vero che il movimento ha molte anime. In Italia, per esempio, si è già declinato in modo diverso che negli Stati Uniti. Nel complesso la nostra scelta è stata di rendere pubbliche le testimonianze di abusi nel nostro settore per portare allo scoperto un fenomeno, non per denunciare singoli individui. Abbiamo una progettualità molto ampia, non miriamo a fare terra bruciata, ma a cambiare l’atteggiamento di certe parti del settore, in modo che possa diventare più accogliente per tutti. Amiamo il fumetto come medium e vogliamo fare qualcosa in suo favore, non contro di esso.

C’è un momento particolare a cui legate la nascita di Moleste?

Ufficialmente siamo nate il 27 ottobre, cioè quella è la data in cui siamo andate online, ma c’è stata una gestazione di qualche mese, iniziata durante l’estate. Dagli USA erano arrivate delle testimonianze che accusavano autori molto noti di grooming e molestie sulle colleghe. Le notizie statunitensi hanno generato un fermento anche in Italia, inizialmente è sfociato in un articolo in cui si tracciava un quadro della situazione nazionale a partire da alcune testimonianze, rese irriconoscibili per proteggere le fonti. Dopo l’articolo è nata la necessità di uno spazio in cui confrontarsi e, non molto tempo dopo, abbiamo capito che volevamo dare vita a un progetto di più ampio respiro.

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La raccolta delle testimonianze è un’attività molto delicata, immagino. Come procedete, come funziona?

Abbiamo un indirizzo email a cui si può scrivere per lasciare la propria testimonianza, testimonianze@moleste.org. Le persone che maneggiano i dati sensibili sono solo due per avere la massima sicurezza di discrezione, e comunque i dati di chi testimonia non vengono mai resi pubblici. Dopo vari passaggi di verifica, come collettivo decidiamo se una testimonianza, a quel punto già privata di qualsiasi elemento di riconoscibilità, è attinente e può essere pubblicata.

Per esempio possono arrivare testimonianze che non riguardano il mondo del fumetto, in quel caso indirizziamo semplicemente la persona che ci scrive al centro antiviolenza più vicino e le offriamo sostegno, ma non pubblicheremo sul sito le sue parole. Il punto fondamentale, per noi, è tutelare in ogni modo possibile chi si rivolge a Moleste.

In che modo il vostro lavoro si collega a quello dei centri antiviolenza?

Abbiamo preso contatto con un numero abbastanza ampio di centri antiviolenza (CAV), a cominciare da quello di Lucha y Siesta a Roma, in modo che gli operatori siano informati sul genere di utenza che potremmo inviare loro e che sappiano in che modo fornire il miglior sostegno psicologico e legale possibile. Inoltre alcune di noi stanno anche facendo il corso da operatrici, in modo da poter fungere al meglio da liaison.

Le testimonianze pubblicate finora sono prive di qualsiasi elemento che possa mettere a rischio l’anonimato di chi si confida con voi. «Non siamo qui per punire i cattivi», ha scritto una di voi per spiegare questa scelta. Tuttavia, quanta forza conserva e quanta ne perde una denuncia priva di nomi e cognomi? Non c’è il rischio di ottenere, per chi denuncia, un riscatto a metà?

Se per riscatto intendi dire ‘rivalsa’, non è questo il nostro scopo. Il nostro scopo, come abbiamo detto più volte, non è mettere alla gogna qualcuno, ma spingere un intero settore alla riflessione. Siamo consapevoli che è un obbiettivo alto, di certo complicato da raggiungere, ma se nessuno ci prova, nessuno ci riesce. Non cerchiamo vendetta, indirizziamo chi vuole intraprendere azioni legali a un CAV, è ovvio, ma il nostro ruolo è un altro. E sinceramente crediamo che pubblicare le testimonianze anonime abbia anche un secondo effetto: depotenziare il senso di curiosità morbosa che spesso circonda certe iniziative e che, come capirai, è molto disturbante per chi ha già subito un abuso.

Credo che il giornalismo ci abbia troppo abituati a una modalità di comunicazione malata, in cui, per fare audience o solo per cattiva abitudine, si vanno a titillare gli istinti più bassi delle persone, si sbatte il mostro in prima pagina e si cerca di suscitare un forte – e volatile – senso di sdegno. Non siamo interessate a fare audience, non ci interessa suscitare reazioni di pancia, quello che vogliamo è che chi non si era mai posto il problema se lo ponga, chi ha sempre accettato un certo status quo inizi a farsi delle domande.

Chi subisce una violenza o una molestia sessuale è quasi sempre convinta di averne parte della responsabilità, anche perché nella società in cui viviamo c’è spesso chi è pronto a condannarla. In che modo si può decostruire questo pregiudizio o comunque come si può evitare di interiorizzarlo?

È una buona domanda, ma la risposta sarà per forza di cose parziale. Ogni persona segue un suo percorso e non dobbiamo dimenticare che la fatica più grande è sempre individuale. Una fatica che spesso non viene riconosciuta o viene sottovalutata. Come società, però, possiamo cercare di fare due cose: rendere esplicito il pregiudizio di cui parli, in modo da sterilizzarlo, e cambiare il substrato comune in modo che i casi di abusi siano sempre più rari. Un lavoro enorme, perché per molti noi colpevolizzare chi ha subito un abuso è normale, è ovvio, è l’unica strategia disponibile per ridurre il senso di angoscia.

Se chi viene molestato «se l’è andata a cercare»… è molto rassicurante, no? Basta che non mi vesta in quel modo, non mi comporti in quel modo, non mi infili in certe situazioni e sarò al sicuro. È falso, e confrontarsi con la realtà serve anche a questo, a capire che l’unica prevenzione davvero efficace è cambiare il cervello dei potenziali molestatori. E per cambiare il loro cervello, dobbiamo cambiare la loro cultura, che poi è la nostra cultura, compresa la tendenza di cui sopra a colpevolizzare le vittime. Bisogna essere pazienti, perseveranti e saper sopportare le frustrazioni.

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Leggere le testimonianze che avete pubblicato mi ha fatto provare rabbia e disgusto per un settore che, in generale, apprezzo molto. Dalle voci raccolte emerge che sono principalmente tre i canali in cui avvengono le molestie. Uno è quello ‘privato’ dei social, gli altri sono invece due dei luoghi deputati del fumetto: le fiere e le scuole di fumetto. Qui le molestie hanno spesso un pubblico, che partecipa e ironizza, oppure, anche se in disaccordo con quello che vede, non interviene. Perché? Potrebbe essere questo pubblico la chiave per risolvere il problema?

Sì, come dicevo poco fa, cambiare la cultura è il passaggio fondamentale per cambiare lo stato delle cose. E, prima ancora, capire bene come le cose funzionino. Per questo come Moleste stiamo per lanciare una campagna volta a conoscere meglio proprio la situazione nelle scuole, per capire quali possano essere i vulnus e quali pratiche abbiano permesso che certi abusi avvenissero. Come dici anche tu, il mondo del fumetto non è un mondo malato nel suo insieme. Anzi, è un mondo creativo, forse più empatico di altri. È quindi fondamentale capire come valorizzare tutti i, molti, aspetti positivi e come depotenziare le cattive pratiche. Abbiamo già ricevuto dei segnali incoraggianti da diverse scuole e spero, e credo, che sia un lavoro che potremo fare insieme.

Il vostro manifesto comincia con una descrizione chiara, quasi colloquiale, della quotidianità delle donne che lavorano nel fumetto. Ma quando arriva al punto delle rivendicazioni assume la perentorietà dei manifesti femministi, anche se non compare mai una parola chiave come ‘patriarcato’. Che rapporto avete con il linguaggio del femminismo e con la retorica femminista?

Cerchiamo di usare un linguaggio che possa arrivare a chiunque, non solo a chi ha alle spalle un determinato percorso politico. Oltretutto, ho scoperto di recente che in molti ignorano il significato della parola ‘patriarcato’. Quando la sentono pronunciare pensano alla famiglia patriarcale, immaginano scene da Antico Testamento, e ignorano del tutto il significato sociologico del termine, che è: «Un sistema sociale in cui gli uomini detengono principalmente il potere e predominano in ruoli di leadership politica, autorità morale, privilegio sociale e controllo della proprietà privata».

Se dai un’occhiata ai numeri di uomini e donne in posizione di potere in Italia ti rendi subito conto di quanto siano squilibrati, ma il termine, capisci… il termine non piace. Nel comunicare le nostre istanze e le nostre iniziative, quindi, cercheremo di non dare per scontato nulla e di spiegare quello che c’è da spiegare.

Alcuni commenti lasciati sulla pagina Facebook di Fumettologica alla notizia della nascita di Moleste mi hanno ricordato che, spesso, le battaglie femministe sono sminuite in relazione al linguaggio con cui vengono proclamate. «Il punto della discussione diventa l’aggressività con cui si dicono le cose, mentre la violenza che sorregge il negazionismo si può permettere di restare nell’ombra», ha scritto Giulia Siviero in un articolo del Post. Qual è il vostro punto di vista sulla questione?

Nel nostro caso, se qualcuno ha letto aggressività nelle nostre parole l’ha letta all’interno delle sue palpebre. Il problema è che spesso una donna che usa un tono assertivo viene percepita come aggressiva, mentre un uomo che usa lo stesso genere di linguaggio viene semplicemente considerato sicuro di sé, preparato o al massimo provocatorio. Non ho presente il caso che citi, ma di commenti piccati ne abbiamo visti diversi.

Una parte di essi veniva da frange particolari, come gli uomini che sono sicuri di subire discriminazioni collettive su base sessuale, una convinzione paragonabile a quella di certi di ricchi convinti di essere discriminati per l’eccessiva ricchezza o di certi bianchi persuasi di essere discriminati in quanto non-neri. È chiaro che questi per noi non sono interlocutori validi. Siamo invece pienamente disponibili a rispondere a critiche e osservazioni più strutturate e aderenti alla realtà, però con i nostri tempi. Siamo tutte volontarie, la nostra disponibilità di tempo è limitata e preferiamo usare le nostre risorse per le attività del collettivo.

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Leggendo con attenzione le FAQ sul sito di Moleste si percepisce la disponibilità di ascolto verso chi ha bisogno di supporto («pensa a noi come un gruppo di amiche»), ma anche una distanza di sicurezza verso chi vorrebbe entrare come parte attiva del progetto («non accogliamo chi voglia solo pulirsi la coscienza o crearsi l’ennesima vetrina»). Quali circostanze hanno dettato questa cautela e in che modo evitate che venga percepita come una forma di chiusura?

Abbiamo eliminato quella frase dall’ultima versione delle FAQ appunto perché temevamo che potesse essere percepita come una chiusura. Resta il concetto di base: per partecipare a Moleste bisogna condividerne lo spirito, non è solo la moda del momento. Ma vogliamo in prima istanza essere accoglienti con chiunque voglia impegnarsi per costruire un ambiente più inclusivo e sicuro per tutti.

Al momento tra le Moleste si contano solo fumettiste. Come possono supportare o aderire al progetto i fumettisti uomini che condividono le vostre istanze di denuncia e cambiamento? E come possono supportare e aderire lettrici e lettori di fumetti?

Come spieghiamo appunto nelle FAQ la quasi esclusiva presenze di donne tra le firmatarie è da attribuirsi allo storico del nostro collettivo: in un primo momento ci siamo aggregate in modo spontaneo ed eravamo quasi tutte donne, per questo abbiamo deciso di usare il femminile nei documenti politici e nel nome. Ma siamo aperti a chiunque condivida i nostri obiettivi, e al nostro gruppo Facebook sono iscritti anche diversi uomini.

Avete scelto di condividere le testimonianze di Moleste in una forma che ricorda il progetto So Many of Us, cui siete affiliate. Pensate che questo lavoro possa portare anche ad altre iniziative, come l’antologia collettiva Drawing Power e il ciclo di incontri di formazione e discussione Al di là degli stereotipi a fumetti tenutosi qualche anno fa a Roma?

Siamo affiliate a So Many of Us, ma abbiamo una nostra specificità, anche perché la situazione italiana (anche legale) è piuttosto diversa da quella statunitense. In questo momento siamo ancora lontane dall’immaginare un’antologia collettiva, ma abbiamo in mente una serie di iniziative di sensibilizzazione e approfondimento. Ci stiamo organizzando per tenere panel gestiti da noi e stiamo anche accettando inviti a partecipare a incontri di organizzazioni a noi affini.

Quali altre iniziative ci saranno da parte vostra, dopo queste prime fasi di presentazione del progetto e delle testimonianze? Festival e fiere (quando torneranno) potranno essere un luogo di incontro per voi? O a quali altre occasioni state pensando?

Intendiamo seguire i nostri tempi, non farci condizionare dalle esigenze social che vorrebbero eventi mordi-e-fuggi a ciclo continuo, abbiamo intenzione di creare contenuti di qualità, realmente adatti a veicolare i nostri messaggi verso il numero più vasto possibile di persone. Un rischio che si corre sempre in questi casi è di predicare ai convertiti, le nostre intenzioni sono più ampie.

È probabile che alcune nostre iniziative si articoleranno anche durante festival e fiere, se avrà senso per noi (e per loro) in quel momento. Stiamo ricevendo molti inviti di collaborazione e ne siamo felici. Dato che le nostre risorse non sono infinite, dovremo scegliere quali accettare. Dalla nostra abbiamo un elemento fondamentale, la possibilità di lavorare con la cultura, di produrre cultura e di veicolare una buona cultura. È un privilegio che intendiamo sfruttare.

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