Nicoz Balboa: le donne, il gender trouble, Harry Potter, gli amori

nicoz balboa intervista play with fire

Nicoz Balboa lavora nel campo del fumetto, del tatuaggio e dell’illustrazione ed è un nome noto fin dagli anni Novanta nel mondo delle autoproduzioni e delle fanzine romane – Kerosene, Centrifuga, Lolabrigida – anche se dal 2001 vive a La Rochelle, una cittadina sulla costa atlantica francese. Nel 2017 Coconino Press aveva dato alle stampe il suo Born to Lose, definito su queste pagine come un libro «a metà tra il punk più lurido e il pop più glitterato». A distanza di tre anni è uscito il seguito per Oblomov, Play with Fire, in cui Nicoz Balboa racconta il coming out e la disforia di genere (qui ci sono un po’ di pagine in anteprima).

Come il precedente, anche questo è un diario brutalmente intimo che ruota attorno a questioni più che mai attuali, fino a diventare una testimonianza densa di significato. Ne abbiamo discusso – via Zoom – in una chiacchierata lunga tre ore, senza quasi accorgerci che, a un certo punto, non stavamo (quasi) più parlando del suo fumetto.

Play with Fire esce tre anni dopo Born to Lose, cos’è cambiato tra i due libri?

Sono idealmente consequenziali, anche se hanno un approccio diverso. Il primo è la raccolta dei miei diari dal 2011 al 2013 e finisce con un giro in bici, segno di ritrovata libertà. Questo va dal 2014 al 2017 e comincia con un giro in bici. In mezzo c’è lo stacco di un anno ma con quella pedalata ho voluto dare un senso di continuità. Born to Lose era stato fortemente voluto da Igort, che ha lasciato Coconino proprio l’anno in cui è uscito e da subito mi ha proposto di pubblicare il seguito con la sua nuova casa editrice, Oblomov. Io sapevo già che volevo chiamarlo Play with Fire e parlare del coming out, ma quando mi sono messa a selezionare le tavole dei diari ho capito che non potevo prenderle così com’erano, come avevo fatto con Born to Lose.

Quando ho raccontato i problemi della maternità e il divorzio, nel primo libro, la storia era già di suo abbastanza lineare, senza tanto dialogo interiore, si vede tutto quello che succede, quindi era un lavoro più facile. Invece questa nuova storia è molto “pensata” e questa cosa nei diari non si vede, non c’è. Volevo anche aggiungere ricordi del passato e mettere insieme un po’ di pezzi, era impossibile da fare solo con il materiale dei diari, perché non era adatto per far capire ai lettori quello che volevo. Nessuno avrebbe capito nulla, neanche chi mi conosce, perché i problemi che ho sempre avuto con me stessa non li ho mai raccontati, anche quando mi sono messa per la prima volta con una ragazza non ho mai fatto una “festa del coming out”. [ride]

E quindi come hai fatto? Hai ridisegnato tutto tenendo davanti i vecchi diari?

È stato complicato. All’inizio ho comprato un nuovo diario per disegnare Play with Fire, ma dopo tre pagine ho capito che non andava. Non riuscivo a raccontare una cosa mentre la disegnavo, ero troppo lenta, non riuscivo a stare dietro al flusso dei pensieri. Quindi mi sono messa a scrivere e così facendo buttavo fuori tutto, pensieri, ricordi, tipo flusso di coscienza. Era il 2015 o 2016.

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Quindi ancora prima di Born to Lose?

Sì. L’idea c’era ancora prima che uscisse il primo libro, che in realtà era già pronto, le tavole erano selezionate da tempo ma ci ha messo tanto a uscire perché ho dovuto rifare a mano tutto il lettering. Nel frattempo stavo già pensando a quest’altro ma come ti dicevo il primo tentativo è fallito e ho buttato tutto, dimenticandomene. Poi l’anno successivo ho fatto il secondo tentativo scrivendo e basta la storia sul bloc-notes del cellulare, ma poi ho messo da parte anche quello. La cosa buffa è che ho ritrovato questi due primi tentativi solo di recente, già due volte avevo provato a raccontare tutto ma non era andata bene.

E cosa ha sbloccato la situazione?

Alla fine del 2018 ero a Bologna perché avevo dei miei lavori esposti a BilBOlbul e ho visto una mostra chiamata “Transitional States”, curata da Chiara Beccalossi, un’italiana che insegna Storia della sessualità in un’università inglese. Era una collettiva di vari artisti nello spettro della transessualità, documentari, installazioni e altro. Lì mi è arrivata la “botta del gender”, vedendo quelle opere mi sono resa conto di voler assolutamente fare il libro e il giorno dopo, nelle dodici comode ore di viaggio tra Bologna e La Rochelle, tra aerei, treni e macchine, ho buttato giù tutta la storia di getto, ho scritto a Igort e gli ho detto «ho il libro, eccolo, si chiama Play with Fire». Dopo ho organizzato il racconto dividendolo a blocchi, ho fatto una sorta di timeline e di storyboard e infine ho disegnato tutto seguendo il testo. Ho finito a luglio 2019 con quindici chili in più addosso.

Oddio, come mai?!

Perché lavoravo con un’organizzazione folle. Nelle settimane in cui tenevo mia figlia non riuscivo a fare granché ma in quelle in cui era dal padre spegnevo il cellulare, chiudevo casa a doppia mandata e passavo 16 ore al giorno a disegnare, mangiando praticamente solo cibo a domicilio (cosa che mi ha reso anche povera), soprattutto curry indiani zeppi di burro.

Alla fine sono uscite fuori 250 pagine a colori e Igort mi ha detto «impossibile, troppo lungo, devi tagliare». Io mi sono opposta e gli ho detto che allora il libro non si faceva, perché non potevo tagliare niente, era tutto consequenziale, non si sarebbe capito nulla. Quello che ho fatto è stato reimpaginare alcune tavole più vuote, i momenti di pausa con meno significato, cercando di accorparle ad altre. L’unica cosa che ho tolto del tutto sono due pagine di incipit in cui ci sono io nel 2012 che leggo un libro di quella che allora si chiamava Beatriz Preciado, poi diventato Paul [filosofo spagnolo nato donna, autore di numerosi testi sulla transessualità, N.d.r.]. Sarebbe dovuto uscire a maggio di quest’anno, ma poi la pandemia…

Igort ti ha sempre dato carta bianca? Com’è il rapporto con lui?

Sempre. A volte mi chiedevo se leggesse sul serio le tavole che gli mandavo, perché continuava a dirmi solo «va bene, va bene, vai avanti!». In realtà so che non è la sua modalità di lavoro, ma con me si è sempre comportato così e ha funzionato. Completa libertà, senza fare editing o dare suggerimenti. Ed è una cosa che può anche spaventare, perché magari altri autori hanno bisogno di maggiore guida o controllo sul lavoro. Ha sempre creduto a scatola chiusa a quello che facevo, inseguendomi anche quando latitavo, ed è una bellissima sensazione, di fiducia totale. È una cosa che ti fa fiorire, come autore.

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Mi sembra che il fumetto al momento sia il medium preferito per storie legate al gender e all’accettazione di sé. Penso al successo di Fumettibrutti, o a Leo Ortolani che fa un volume intero sul suo personaggio Cinzia. Forse c’è più “libertà” rispetto ad altre arti? O è solo una mia percezione?

Non lo so… Sto pensando a una mostra che ho visto a Londra l’anno scorso: lì spesso le mostre non sono legate un tema, ma a un argomento “politico”. Questa si chiamava Kiss My Gender, non era una cosa militante con scopi divulgativi o informativi ma semplicemente un’esposizione di arti plastiche, soprattutto installazioni e fotografia, che politicizzava in qualche modo opere già esistenti realizzate da artisti queer. E poi lo scorso luglio sempre a Londra ho visto Masculinities, una mostra pazzesca che mette in luce la mascolinità tossica, cercando di far aprire gli occhi agli uomini stessi.

Quindi ecco, mi viene da pensare che nell’arte, in generale, quest’attenzione ci sia e anche da parecchio tempo. Prendi Fun Home di Alison Bechdel: è del 2006. Il punto secondo me è un altro, cioè che il fumetto in Italia è percepito come medium più fruibile e pop rispetto per esempio all’arte contemporanea, soprattutto adesso che è esploso e ha preso molto spazio ovunque. Ciononostante, vedo comunque una larga prevalenza maschile anche in questo settore.

Se ne fossi capace, mi piacerebbe fare un portale, un sito, qualcosa del genere, solo per le fumettiste, perché i maschi tanto non si sveglieranno mai, non capiranno mai. Ulli Lust, la fumettista austriaca, lo faceva con il suo Electrocomics, uno spazio per mettere a disposizione i propri fumetti, gratuitamente o in vendita, per farli conoscere e dare visibilità.

Su queste cose solo “al femminile” io sono un po’ scettica, perché mi sembra un modo per autoghettizzarsi. In Italia è pieno di fumettiste e non puoi dire che non vengano pubblicate.

Ok, è vero, però a volte mi sale l’urgenza di essere “separatista”, di non volere che gli uomini ficchino sempre il naso, che siano onnipresenti e abbiano sempre più spazio delle donne, ovunque.

Tempo fa parlavo con una collega fumettista e mi diceva che nell’inserto di un quotidiano aveva trovato un grosso articolo su due autori di fumetto italiani, un uomo e una donna. L’uomo a tutta pagina, la donna relegata in un angolo. Non se ne può più. Ora faccio un discorso più generale, ma che lo si voglia o no, il maschio-bianco-etero-cisgender-veterocolonialista sta su un piedistallo, è un privilegiato, da sempre. D’accordo, va bene, non è grave, però deve cominciare a rendersene conto e svegliarsi.

Il maschio si deve reinventare, è arrivato il tempo. Deve aprire una porticina nel cervello, per cui nel momento in cui si rende conto di una cosa non potrà più non vederla. Deve far scattare un click, come se si svegliasse. Ma come si fa? Prendi una donna che si mette in cattedra e glielo spiega? No, lo metti di fronte alla sua stessa mascolinità tossica, in modo che lo capisca da solo, proprio come faceva quella mostra a Londra.

Allora direi che il problema, in questo settore come in altri, non è tanto che non c’è spazio per le donne, ma come viene gestito questo spazio. Se un articolo parla di un uomo e una donna, e il grafico senza pensarci mette il disegno dell’autore a tutta pagina e quello dell’autrice più piccolo in un angolo, vuol dire che quel click in testa non gli è scattato.

Esatto, la questione riguarda più livelli di consapevolezza e non soltanto chi comanda. Chi sta nelle redazioni a impaginare i testi non si è mai dovuto porre il problema di dover includere le minoranze o di dare rappresentatività a chi non ce l’ha. Anzi, quando succede che qualche autore (maschio, bianco, etero, cis) fa un fumetto a tematica femminile, oppure con personaggi trans, magari crede anche di farti un favore, perché «vedi? sto parlando di te!» e invece sta solo cavalcando la battaglia ideologica del momento. La mia risposta è «ma chi te l’ha chiesto?! Fammi parlare a me, piuttosto!».

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Però esistono i cosiddetti “alleati”, giusto? Oppure solo le donne possono parlare di donne e solo i trans di trans?

Non si tratta di essere alleati, quello lo capisco, certo. Ma è come se io all’improvviso facessi un fumetto sui migranti che sbarcano a Lampedusa. Ma che ne so io dei migranti? Sarebbe solo una posa oppure, nel migliore dei casi, un retaggio di mentalità colonialista per cui «stai tranquillo che ci penso io a parlare di te». Quello che potrei fare, eventualmente, è intervistarli e disegnare le loro storie, che poi pensandoci è ciò che hanno fatto quei due geni di Sio e Nicola Bernardi con Storiemigranti. Sono andati a farsi raccontare quelle storie e hanno usato la grande visibilità che hanno per veicolarle e farle conoscere. Lì sei veramente alleato della minoranza.

È bello che ci siano gli alleati ed è bello che siano di supporto. Ma non dev’essere sempre chi sta nella maggioranza a parlare, seppur in buona fede, sennò non cambia nulla. A volte vedo personalità brillanti, uomini stimati e intelligenti, che si mettono in cattedra a parlare della “condizione della donna”. Ma perché?! Vattene, fai parlare una donna! Si vede proprio che non ci arrivano, non per cattiveria o maschilismo ma perché, come dicevamo prima, quel click nel cervello non gli è scattato.

Quindi gli uomini sono esclusi? Oppure si può educarli al femminismo, in qualche modo?

Secondo me ci sono casi in cui non devono essere per forza inclusi. Dovrebbero avere l’accortezza di mettersi da parte e ascoltare. Rendersi conto del loro privilegio e aprire gli occhi, far scattare quel click. Se l’argomento ti interessa, e sei un uomo, documentati, osserva, ascolta, non è tanto complicato. C’è questa cosa per cui se io sono trans allora ti devo spiegare tutte le teorie degli ultimi quarant’anni sui gender studies, ma perché?!

Primo, non è detto che io le conosca e sia pure in grado di spiegartele, secondo, ma che vuoi da me?! Apri Google e cerca! Comprati un libro e leggi! [ride] Quando è uscito fuori il movimento #metoo c’erano uomini sconvolti perché «ecco, adesso qualsiasi cosa faccia passo per molestatore, non è possibile!» ma io dico, tesoro mio, non è così. Tu sai perfettamente quando ci stai provando con una donna e quando no. Quindi uomini, non fate gli gnorri che cascano dal pero, avete un cervello per capire ogni cosa, incluso il limite tra giusto e sbagliato, usatelo. Svejateve! [ride]

Il fatto che si parli così tanto di gender non rischia di banalizzare un discorso molto profondo e personale, facendolo diventare una “moda”?

Secondo me no, è come dire che il femminismo banalizza la figura della donna perché se ne parla troppo. Semmai si normalizza, ecco. Diventa una cosa naturale, accettata. Probabilmente quando è sorto il movimento per i diritti civili dei neri in America c’era chi pensava che sedersi tutti sullo stesso autobus fosse una moda, perché quando sei arroccato nel tuo privilegio non ti accorgi del resto, non ti rendi conto che c’è chi soffre perché quel privilegio non ce l’ha.

È normale, è un errore che facciamo tutti, pensare che quello che è normale per me lo sia per tutti. Almeno finché non lo metto in discussione. È successo anche a me, però partendo dal disagio e non dal privilegio, di pensare che, come me, tutti stessero male nel loro genere biologico. Quindi cercavo di non farci caso, pensavo fosse uno struggimento normale. Poi ho capito che non è così, che molta gente non ha alcun problema con il suo genere di nascita, e mi sono messa a investigare le cause di un malessere che era proprio mio.

Ah, sì, lo racconti nel libro proprio in questi termini.

Quindi ecco, non è tanto che adesso se ne parla e quindi “va di moda” il gender, è proprio che più se ne parla e più aumenta il numero di persone che si rendono conto di non essere al 100% all’estremità dello spettro maschile/femminile. È rarissimo che una persona sia totalmente da una parte o totalmente dall’altra, nello stereotipo, nell’identità, nell’espressione di genere. Magari c’è chi sta bene nel suo genere biologico ma non entra perfettamente in tutte le caselle dello stereotipo uomo/donna, le sfumature sono tantissime.

Quindi penso che ora se ne parli tanto e se ne scriva tanto perché le persone hanno voglia di sentire e leggere quelle storie. Se non interessassero a nessuno, non avrebbero tanto successo. Le occasioni si moltiplicano perché si crea un dialogo intorno al tema, che non vuol dire che chi è trans si mette in cattedra e spiega ma che se io recepisco il messaggio e poi ho delle domande, innesco una conversazione, un’analisi, un confronto. La trovo una cosa super appassionante perché tocca tanta gente, più di quanto ci si immagini.

Esiste un libro bellissimo chiamato Gender Trouble, che Judith Butler ha scritto nel 1990. Trent’anni fa! Sono almeno trent’anni che si parla di queste cose, ma il cambiamento non è istantaneo, non è che tutti hanno dato retta a Galileo appena ha detto che era la Terra a girare intorno al Sole, anzi. Ma da trent’anni nicchie sempre più grandi entrano in contatto con il tema e ne parlano, e una volta che ti rendi conto di determinate cose non torni più indietro.

Cos’è cambiato, rispetto a un tempo?

Pensa a una cosa come il coming out rispetto all’omosessualità. Negli anni Ottanta o Novanta era un evento eccezionale, adesso hai l’impressione che non serva neanche più, le nuove generazioni sono fluide, bisessuali, pansessuali, sono fuori dal binario uomo/donna. Parlarne tanto serve eccome, e dire «ecco vedi, adesso dal nulla sono tutti gay, è una moda» sminuisce un po’ l’argomento, perché forse la verità è che sono davvero tutti gay, e finora nessuno aveva avuto il coraggio di ammetterlo e viveva una vita di merda nascondendosi nello sgabuzzino o in the closet, come dicono gli americani.

C’è bisogno di parlarne per arrivare a più gente possibile, affinché la situazione si “naturalizzi”, non mi piace dire “normalizzi”. Condividere una cosa così intima e personale significa renderla politica, non per affermare chissà quali dogmi «devi fare così o devi fare colì», ma per metterla a disposizione di chi ne ha bisogno. Sembra un discorso superato da fare nel primo mondo, ma purtroppo non lo è. C’è ancora chi pensa che la donna debba stare a casa o chi disereda un figlio perché è gay.

Esatto, guarda quello che è successo di recente in Italia con l’omicidio di quella ragazza, uccisa dal fratello perché stava con un trans… e poi parlarne tanto serve anche a far venire fuori casi tipo quello di J.K. Rowling…

Non tocchiamo questo tasto! Posso fare un appello? J.K. Rowling ti prego, con tutti i soldi che hai puoi permetterti un social media manager che parli per te, tu fai i tuoi discorsi da TERF [femminista radicale trans-escludente, N.d.r.] a cena fuori con gli amici tuoi! Non lo fare su Twitter! Sennò come faccio a continuare a comprare i tuoi gadget? Scherzi a parte, purtroppo in questo caso il problema non è quello di aprire gli occhi o far scattare un click, lei è apertamente schierata contro le donne transessuali perché le considera “uomini predatori”, quando invece le statistiche dicono che sono proprio le trans le prime a subire violenza dagli uomini.

A me questa cosa mi manda fuori di testa, perché ti dà la dimensione di quanto la saga di Harry Potter sia un capolavoro ultraterreno, forse l’ha scritta investita da una luce divina o forse nemmeno l’ha scritta lei. Quell’opera è un esempio sublime di inclusività e soprattutto del fatto che non esistono privilegi biologici, derivati dalla nascita. Hermione è una mezzosangue, una mudblood, è nata babbana eppure diventa una delle migliori streghe di Hogwarts.

Ma la società sta cambiando e non saranno le sparate di una scrittrice male informata a impedirlo. J.K. Rowling sta facendo semplicemente una figura di merda dicendo quelle cose, assomiglia sempre di più a Voldemort, che di fatto è un TERF, anzi no, un BERM, Babbani Exclusionary Radical Mago! [ride]

Tu nel libro a un certo punto ti rendi conto che hai totale libertà sul tuo corpo, proprio come gli uomini che si pompano in palestra o le donne che si rifanno le tette. Ma questa libertà assoluta non può essere anche una trappola? Può essere che la troppa libertà non ti faccia capire da che parte andare?

No, perché tu dove vuoi andare lo sai. È sempre meglio avere troppa libertà che zero libertà. Quando entri dal parrucchiere puoi farti i capelli in mille modi diversi ma tu lo sai quello che ti serve per stare bene e sentirti bene. A volte mi capita di vedere mie vecchie foto, anche di un paio di anni fa, e pensare «ma guarda che bella ragazza!» perché quando mi impegnavo a stare “nel ruolo” a volte ci riuscivo. Ma non tornerei mai a vestirmi così o a truccarmi, perché ricordo benissimo quanto stavo male con me stessa. E allo stesso modo sono perfettamente consapevole di quanto sto bene adesso.

Mi sono sempre presa mille libertà con il mio corpo, sono piena di tatuaggi per esempio, ma ho anche lavorato molto su me stessa per capire quello che volevo veramente. Il punto è sempre individuare quello che ci fa stare bene. Se mi metto i tacchi provo la gender dysphoria, ovvero un’incongruenza di genere, ora lo so. E non c’è bisogno che sia classificata come disturbo clinico per provarla, può capitare a tante donne di non stare a proprio agio sui tacchi e non significa che siano transgender per questo. Se invece mi faccio crescere i peli sulle gambe provo la gender euphoria, cioè mi riconosco in quell’identità di genere e mi sento bene. Mi ci sono voluti quarant’anni per capirlo.

E quando arrivi a questa determinata consapevolezza, conquistata con tanta fatica, come la comunichi alle persone vicine? È un altro fardello, un’altra complicazione?

Per quanto mi riguarda, l’unica persona con cui mi preme comunicare e fare spesso un “check” delle reazioni è mia figlia. Degli altri non me ne frega niente, io racconto quello che sta succedendo, vuoi capirlo, non capirlo, accettarlo, non accettarlo, sticazzi. Con mia figlia ovviamente è diverso, anche se ha 11 anni e spesso sta per conto suo io mi occupo di lei e abbiamo sempre avuto un rapporto totalmente onesto e sincero. Lei sa sempre tutto, le dico ogni cosa con la massima delicatezza.

Quando mi sono tagliata i capelli “alla Mahmood” la scorsa estate, praticamente a zero, lei era in vacanza con il padre e le ho mandato una foto. All’inizio l’ha presa male e non voleva parlarmi ma dopo due giorni mi ha detto che le piacevano. Quando è tornata ci ho parlato, le ho detto che io resto sempre mamma, qualunque taglio di capelli abbia e le ho chiesto cosa pensasse di quello che vedeva, cosa provasse dentro. Lei mi ha risposto testualmente, con la sua erre moscia francese: «Io penso che abbiamo solo una vita ed è un peccato sprecarla preoccupandosi di quello che pensano gli altri». Per poco non mi sono messa a piangere.

Lei poi vede quello che dipingo, la porto alle mostre con me, ha assistito alla presentazione della mia mostra “MermTrans” al festival Gender Bender di Bologna l’anno scorso, condotta dall’attivista trans/femminista Antonia Caruso. Era in prima fila, attentissima.

Hai nuovi progetti in ballo?

Intanto a fine novembre è prevista una mia esposizione al festival BilBOlbul, insieme ad Alice Socal, Rikke Villadsen ed Emilie Gleason, in una mostra per “disegnare e raccontare il corpo”. Poi c’è un’altra cosa a cui tengo molto, iniziata durante il lockdown. Per tenermi impegnata e fare qualcosa in compagnia, ho tenuto un corso su Zoom tutte le domeniche, delle lezioni di “diario grafico” aperte a tutti. È stato bellissimo, c’erano persone da mezzo mondo, facevamo meditazione (sì, sono una hippie o “baba cool” come dicono i francesi), disegnavamo, parlavamo.

Volevo continuare anche dopo, perciò ho aperto una pagina su Patreon e per 9 euro al mese offro due lezioni e un po’ di materiale in regalo, spedito fisicamente da me, oltre alla possibilità di seguire il mio account Instagram dedicato. La cifra è quasi simbolica, ci pago Zoom e Mailchimp e a volte spendo in spedizioni e stampe più di quanto mi entra in cassa, ma serve a chi mi segue per prendersi l’impegno, per farlo seriamente. A novembre mi piacerebbe mettere insieme tutti i lavori che mi hanno spedito e rilegarli in una fanzine da regalare a tutte, che poi è quello che faccio da quando ho 16 anni. [ride]

I tuoi diari, questo corso e anche il libretto The Vibration List che hai autoprodotto l’anno scorso, sembrano tutti strumenti per entrare in contatto con se stessi e accettarsi, è così?

Penso di sì. Ultimamente sto abbastanza in fissa con la meditazione e la spiritualità e ho capito che quando vuoi imparare qualcosa la devi insegnare, perché così la vedi da lontano e la capisci. Per andare avanti nel tuo cammino spirituale, o in qualsiasi altra cosa, devi portare altre persone al punto in cui ti trovi tu. Serve anche a smontare le certezze che ci siamo costruiti e a produrre nuovi stimoli. Il corso non serve per imparare a disegnare, ognuno disegna come vuole, ma è per imparare ad accettarsi, anche in base a ciò che si disegna, per come si è, senza seguire le mode.

Di recente ho ritrovato un mio diario grafico del 2000, un viaggio di un mese che feci a New York con una mia amica. Rivedere quelle illustrazioni, come disegnavo all’epoca, è stato uno shock, perché è esattamente la stessa roba che faccio adesso. Pensavo di esserci arrivata dopo vent’anni di lavoro ma la verità è che a farmi smettere (molto presto) di fare quel tipo di cose fu un insegnante dello IED di cui non farò il nome, che vedendo un mio diario dell’epoca mi disse: «I disegni sono belli ma della tua vita non gliene frega un cazzo a nessuno». Ci rimasi di merda ma avevo vent’anni, lui era un professore, un mostro sacro, che dovevo fare? Pensai che avesse ragione.

Ora penso solo che era il solito maschio bianco etero cisgender che sentenziava dall’alto del suo piedistallo privilegiato. Oggi non mi interessa più dimostrare che so disegnare “bene”, o che so tatuare un drago. Disegno e tatuo quello che voglio. E per fortuna a un certo punto la vita mi ha fatto incontrare Igort.

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