“Controspionaggio”, il fumetto labirintico di Luca Negri

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Regular Size Monster, al secolo Luca Negri, dopo l’esordio nel progetto Stigma con Storie di uomini intraprendenti e di situazioni critiche ritorna per Coconino Press in una storia di più ampio respiro con il graphic novel Controspionaggio. La quarta di copertina – con toni un po’ troppo enfatici – avvicina la narrazione di Negri alle opere-mondo di Thomas Pynchon e alle visioni di John Cassavetes, il tutto declinato attraverso un’estetica da gioco RPG.

Tutto ciò invoglierebbe (o allontanerebbe) una buona parte di lettori ad affrontare una lettura che si presenta come cerebrale: un vero rompicapo narrativo. Per immergere il lettore in un’esperienza attiva, ma sicuramente meno sfibrante di alcuni dei suoi racconti, Negri gioca con il tempo della storia, frammentandola in lacerti narrativi. Questi vengono disposti come tessere di un mosaico più ampio, dove tra esche, tranelli e rimandi sembra che la voce narrante si muova in maniera randomica. L’autore elude informazioni, procrastina, seleziona e sceglie di mostrare solo pochi evidenti fatti, ma le assenze, questa volontà combinatoria, portano con sé allusioni a un mondo narrativo più ampio, di cui possiamo soltanto avvertire la eco.

Ma di cosa parla Controspionaggio? Il sottotitolo ci aiuta: Sull’ascesa e caduta di Viktor Gaplinsky, broker. In buona sostanza, ci troviamo dinanzi a una biografia atipica. Gaplinsky non ha nome o, meglio, ne ha diversi. Il suo nome compare in calce a documenti riservati e in dossier della CIA, anche se il suo volto resta nell’ombra. Intorno alla sua figura si coagulano episodi da cronaca nera e fantasiose teorie complottiste. Gaplinsky narra in prima persona i fatti salienti della sua vita con disincantato, ma quello a cui assistiamo è una parata di fantasmi. Sono ricordi che non sempre collidono con la realtà, ma che ci vengono forniti come tali. 

La fonte da cui proviene il racconto è opaca: il cappuccio che copre il volto di Gaplinsky è un ostacolo che produce una distorsione della sua voce. Laddove non vi è l’incidenza del volto, non vi è identità: la voce è un fenomeno evanescente, e Negri gioca con il riverbero della stessa. Il volto celato è un correlato oggettivo della menzogna narrativa dietro cui si nasconde a sua volta l’autore.

Negri mostra disinvoltura e acume nel gestire una materia complessa, intrecciandola con la Storia del Ventesimo secolo in un’ucronia fedele ma che genera una sentimento di inquietudine. Eppure, c’è qualcosa che sembra non tornare (a differenza dei fantasmi che affollano queste pagine): la tendenza a mandare fuori di sesto la narrazione genera un racconto sfocato. È una delle diramazioni predilette del postmoderno, quella della centrifuga narrativa, della natura inflattiva della realtà, delle diramazioni improvvise che sfociano nel labirinto. L’identità dei personaggi – così cara ai moderni – si desquama: nel riferimento principe, Pynchon – esso stesso voce ma non persona -, è un tratto peculiare il frangersi dell’identità, insieme a un continuo scompaginarsi del confine tra finzione e realtà.

Nell’Arcobaleno della Gravità – che il sottoscritto non ha letto ma corteggiato, a differenza di Negri, che ne evidenziava la presenza totemica nel suo studiogli eventi più inverosimili sono quelli che si mostrano più autentici e indelebili, mentre le sezioni realistiche abbondano di finzioni, licenze e clamorosi anacronismi. Negri segue quanto tracciato da Pynchon – e dai maestri del postmoderno – ma lo fa in tono minore. La prima sezione dell’opera mostra questa volontà, giocando a rimpiattino con il lettore, che più di una volta si troverà a fare i conti con un uso vertiginoso dell’analessi. Nella seconda sezione, l’autore sceglie una narrazione più lineare: tutto diventa più immersivo, nonostante i ripetuti momenti di straniamento. 

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La cornice si fa sempre più evidente – e forse anche ovvia -, concedendo così al lettore una pacificazione. Il meccanismo messo in moto da Negri ricorda a grandi linee quello che Manu Larcenet aveva fatto in Blast, in cui il racconto continuamente si accartocciava su se stesso e restava sospeso all’incredulità dei lettori (che si identificavano come in questo caso con i responsabili dell’interrogatorio). Negri, però, sceglie una strada più contorta e sfuggente, che forse avrebbe richiesto uno sviluppo più ampio, ma il cui fascino risiede sicuramente nella dimensione frammentaria, episodica e disturbata.

Nella scena italiana, Controspionaggio potrebbe essere avvicinato a un’opera altrettanto onirica e altra come Due attese di Maurizio Lacavalla. I due autori condividono sicuramente un’idea non canonica e perturbante del racconto, dove l’inquietudine della voce, lo sfarfallio dell’immagine e il rumore bianco delle informazioni sottese sono un dato fondamentale. Negri sicuramente affonda la sua estetica in un milieu più acido e pop, sebbene alcune sue scelte (la palette sui toni di grigio, il segno spigoloso e pungente, la costruzione mutante della tavola) possano ricordare alcune cose di Gabriele “AkaB” di Benedetto.

Controspionaggio, quindi, rappresenta un esordio sulla lunga distanza importante, con alcune criticità e alcuni elementi di pretenziosità che forse una narrazione di genere non riesce a calibrare a pieno. Negri, comunque, è un autore da tenere d’occhio e che, conoscendo bene la vertigine del racconto, saprà sicuramente regalare ai lettori opere che riescano a contenere un’immaginazione compulsiva e deviante.

Controspionaggio
Luca Negri
Coconino Press, settembre 2020
brossurato, 224 pp., b/n
16,00 € (acquista online)

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