Violenza, perversione e pornografia in “Golden Gai” di Kamimura e Suzuki

golden gai kamimura j-pop manga

Negli ultimi anni i lettori italiani hanno dimostrato di apprezzare la riscoperta dell’opera di Kazuo Kamimura attualmente in corso e della quale fa parte anche Golden Gai. Le notti di Tokyo, realizzato insieme a Norifumi Suzuki, maestro del pinky violence, e pubblicato da J-Pop per la prima volta al di fuori del Giappone.

Anche se scomparso prematuramente, Kamimura ha comunque lasciato un corpus di opere imponente, al cui interno sono facilmente individuabili letture indispensabili e di indiscutibile importanza, da Lady Snowblood ai complessi drammi di L’età della convivenza o Il fiume Shinano. Nel caso di Golden Kai, Sukuzi e Kamimura cercarono di tratteggiare con leggerezza e affetto il clima che animava l’omonimo quartiere di Tokyo tra gli anni Sessanta e Ottanta.

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Il Golden Gai, nei pressi del quartiere di Shinjuku e del tempio di Hanazono, in poco più di 6.000 metri quadri contava quasi 200 piccoli bar in cui si incontravano artisti e personaggi del mondo dell’arte e della letteratura. Il protagonista delle storie contenute nel volume è il giovane Rintaro Hibiki, intorno al quale gira una serie di torbidi personaggi che lo coinvolgono in situazioni surreali e oniriche. Rintaro passa le sue notti seduto al bancone del bar gestito da sua madre, una donna affascinante che viene corteggiata dagli avventori che trovano ristoro al suo bancone, vagheggiando una figura paterna accusata di pedofilia e violenza su minori. Insomma, un contesto ideale per un ragazzo in età universitaria che ha deciso di dedicare la propria vita al cinema soft-core e alla lussuria.

Le prime tavole della storia di apertura sono emblematiche di tutto questo: Rintaro filma una ragazza intenta a masturbarsi e presto, attraverso un flashback, veniamo trascinati in un polveroso cinema d’essai, dove è proiettato un film in costume. Durante la proiezione, Rintaro incontra una ragazza che assomiglia come una goccia d’acqua a una famosa attrice del cinema muto. La fatale coincidenza è il motore di una commedia dell’agnizione in cui il nostro viene trascinato in ambienti torbidi e dominati dalle pulsioni più animali e abbiette.

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In realtà, al di là dello sviluppo narrativo, la storia – intitolata Un film muto ammaliante – è una specie di manifesto programmatico: con i loro racconti, Sukuzi e Kamimura si dedicarono infatti a tracciare un confine netto tra il mondo dell’erotismo del passato, in cui la donna era un semplice oggetto, e quello che si trovavano invece a vivere e coltivare tra le affollate strade del distretto dorato. Il nuovo ideale di donna era ferino, violento, intraprendente e mutante. Kamimura aveva già esplorato l’idea – insieme a Kazuo Koike – in Lady Snowblood del 1972 (a cui La banda rossa di Tokyo, qui pubblicato, fa eco).

Le storie contenute nel volume di J-Pop non trascendono mai dalla voglia di divertissement dei due autori (aliena invece alle altre opere di Kamimura) e sono segnate da una narrazione di ampio respiro, grazie anche a una caratterizzazione dei personaggi credibile e profonda, godibile in particolare nell’ultima grande sequenza narrativa, dove tutti gli elementi disseminati nelle pagine precedenti sembrano trovare una quadratura.

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Golden Gai è un’opera minore all’interno della produzione di Kamimura, ma si fa comunque leggere e apprezzare come ritratto di un’epoca d’oro per la Tokyo notturna e il cinema di genere. Uno spaccato sociale ed emozionale ma anche una biografia velata, con cui Suzuki e Kamimura omaggiarono un’umanità che di là a breve sarebbe scomparsa, travolta dalla velocità e dalla frenesia postmoderna.

Golden Gai – Le notti di Tokyo
di Kazuo Kamimura e Norifumi Suzuki
traduzione di Tommaso Ghirlanda
J-Pop, ottobre 2020
brossura, 212 pp., b/n
14,00 € (acquista online)

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