I 10 migliori fumetti classici del 2020

Questo 2020 così *particolare* (eufemismo) è quasi alle spalle e, come d’abitudine, ne tiriamo le somme con i nostri ‘Best of’. Da prendere alla lettera o anche no, per mettere in archivio quanto abbiamo letto di davvero memorabile in questa annata editoriale, ma anche per offrire un invito a discutere e ridiscutere le pubblicazioni che si sono affastellate sugli scaffali di librerie e edicole.

Per le nostre selezioni partiamo dal passato – remoto e prossimo – facendo il punto sui fumetti “classici”. Un modo per riconoscere il lavoro meritorio di quegli editori italiani che hanno saputo valorizzare, con una riedizione o una prima edizione, un’opera che proviene dal patrimonio storico del fumetto mondiale. E anche un modo, per noi di Fumettologica, di portare attenzione su frammenti talvolta dimenticati dello sviluppo della Nona arte.

La nostra playlist 2020 ha preso così una forma piuttosto chiara: a dominare l’anno, fra le opere “storiche” proposte dagli editori italiani, sono i giapponesi, da Moto Hagio a Baron Yoshimoto, passando per Kazuo Umezz e il Masashi Tanaka di Gon. Al loro fianco ci sono due importanti autori italiani – uno, Bonvi, molto noto; l’altro, Elfo, tutto da riscoprire – con raccolte delle loro storie meno ripubblicate, il maestro britannico Raymond Briggs, due americani molto diversi tra loro come David Lapham e Al Columbia e i francesi Georges Wolinski e Georges Pichard, per una selezione dal sapore più internazionale che mai.

Incubi di provincia, di Bonvi (Rizzoli Lizard)

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Bonvi era un centometrista, imbattibile sulle corte distanze. Lo ha dimostrato per anni con Sturmtruppen, forse la più famosa e ristampata strip italiana, ma anche con Le cronache del Dopobomba, meno famose, molto meno ristampate e ancora più caustiche. Questa abilità l’aveva però già mostrata proprio nel periodo in cui esordirono i suoi soldaten tedeschen, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, con una serie di racconti brevi pubblicati su diverse riviste quali Off-Side, Eureka e Undercomics. Questa produzione eterogenea è chiamata Incubi di provincia, dal volume del 1981 che per primo l’aveva raccolta (quasi) tutta. Da allora gli Incubi non erano più tornati in libreria fino a quest’anno, grazie ad una selezione ampliata a cura della figlia del fumettista, Sofia Bonvicini.

Per onestà bisogna dire che non tutti i fumetti al suo interno sono dei capolavori. Alcuni, come Il campo di Liebowitz o le Leggende urbane (queste ultime pubblicate su Comix negli anni Novanta, qui alla prima edizione in volume) sono racconti piuttosto lineari, spesso debitori di quella fantascienza che Bonvi aveva consumato a pacchi in gioventù. Altri, come La vera storia di Buddy the Kid, sono il tentativo riuscito a metà di portare in Italia un umorismo irriverente alla Mad, così come Il successo è la rielaborazione di un fumetto di Creepy.

Altre volte, però, ci troviamo di fronte a momenti di altissimo fumetto, tra le opere migliori del modenese. Succede quando al centro della storia si trovano personaggetti dell’Italia del boom economico, calati in situazioni assurde in cui mostrano il loro vero animo dietro una facciata di perbenismo. Sono storie come Sterminarli senza pietà, in cui il protagonista riceve la visita degli Helzapoppi, omini verdi che vogliono liberarlo dal terribile Sgalbedro, parassita della mente che ti fa vivere i tuoi sogni più proibiti. Oppure la geniale …andiamo all’Havana, in cui un pazzo con il volto di Bonvi stesso dirotta un tram su Cuba, convincendo i passeggeri piccolo borghesi della stessa follia e che potranno vivere liberi nel paradiso tropicale, tra «le più belle donne del mondo».
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Gon 1-3, di Masashi Tanaka (J-Pop Manga)

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Gon è un piccolo dinosauro estremamente feroce e affamato, ma anche molto carino: somiglia a un tirannosaurus rex ma versione super deformed, dalle dimensioni ridotte, un po’ schiacciato e dall’aria buffa. Gon è sopravvissuto all’estizione dei dinosauri e si ritrova ora a confrontarsi con la fauna selvaggia dei nostri giorni. Nelle brevi avventure raccontate da Masashi Tanaka, Gon affronta qualunque tipo di bestia, senza alcuna paura né esitazione. Nel fumetto non ci sono esseri umani, quindi non ci sono nemmeno balloon, ma – stranamente – nemmeno onomatopee a simulare versi o suono animaleschi.

Il “wordless manga” di Tanaka ha un disegno iperrealistico, fondato su un tratteggio fitto e minuzioso. Fatta eccezione per il protagonista che, ovviamente, in natura non esiste, ogni animale è molto fedele alle sue caratteristiche zoologiche. Ma il vero punto forte di questa commedia spettacolare, è il ritmo serrato: Tanaka è un ottimo regista, e riesce a far correre – o volare – lo sguardo al passo frenetico degli inseguimenti del protagonista.

Gon è uno dei manga più rappresentativi degli anni Novanta: se in quegli anni frequentavate i videogiochi più noti, potrebbe esservi capitato di incontrarlo persino in Tekken. Eppure era e rimane un manga insolito: il racconto muto non è mai stato particolarmente diffuso, nel fumetto giapponese, e l’iperrealismo non è mai stata fra le opzioni più praticate dall’estetica del manga mainstream. In Giappone la serie fu pubblicata su rivista dal 1991 al 2002, per poi essere raccolta in sette volumi. In Italia, arrivò per la prima volta a stretto giro, nel 1993. Oltre a essere molto attesa, l’edizione Italiana integrale proposta da J-Pop – in tre volumi – è anche graficamente azzeccata, grazie a un cofanetto che si apre come delle fauci.
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Ethel e Ernest, di Raymond Briggs (Rizzoli Lizard)

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Ethel e Ernest è, come recita il suo sottotitolo, la “storia vera” dei genitori di Raymond Briggs. Il racconto prende le mosse da un lunedì del 1928 in cui i due si conobbero, lui lattaio in bicicletta, lei governante presso due zitelle della borghesia londinese, e li segue per oltre cinquant’anni, intrecciando la vita della coppia con le grandi vicende della Storia.

Mentre la famiglia cresce, il mondo si trasforma rapidamente: Hitler pubblica il Mein kampf, la BBC avvia le trasmissioni televisive, l’IRA mette bombe a Londra, Manchester e Birmingham, l’esercito di Hitler invade Praga, Ethel e Ernest costruiscono in giardino un rifugio antiaereo ancor prima che l’Inghilterra entri in guerra, il piccolo Raymond viene ospitato in campagna dagli zii, e la Storia del Novecento prosegue lungo le pagine, osservata e vissuta assieme alla famiglia Briggs.

Briggs è l’autore di due fra i più amati e premiati fumetti della storia del fumetto britannico, Babbo Natale e Il pupazzo di neve e il capolavoro pacifista Quando soffia il vento. Ethel e Ernest è la piccola storia di una famiglia comune, raccontata giorno per giorno, con tutte le gioie e le difficoltà della vita. Una storia in grado di emozionare lettori di tutte le età, e che non potrà non lasciarvi un velo di malinconia.
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Marginal 1-3, di Moto Hagio (J-Pop Manga)

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Fondatrice del Gruppo 24, la cosiddetta “dea dello shojo” Moto Hagio ha ampliato i confini del manga per ragazze trasformandolo in territorio di tragedie, conflitti e ribellioni, in barba al pregiudizio per il quale alle lettrici interesserebbero solo storie leggere. Un esempio perfetto di questa poetica è Marginal, pubblicato in Giappone a partire dal 1985.

Siamo nel 2999 e la Terra, abbandonata dall’umanità che conta e ribattezzata “Marginal”, è lo scenario sterile di un esperimento di ripopolazione artificiale destinato a essere terminato. A scompaginare il piano è Kira, un adolescente androgino che nonostante la sua remissività è l’unico a mostrare le qualità fisiche e mentali necessarie per cambiare il destino del pianeta. Con un intreccio di grande complessità, attraverso disegni fluidi che ridefiniscono di volta in volta la struttura della tavola per fare esondare l’interiorità dei protagonisti, Hagio affronta un tema cardine della sci-fi femminista, raccontando i vari modi per niente indolori in cui chi porta i cromosomi XX riesce ad affrancarsi dal proprio destino di procreazione.

La scelta di ricorrere a personaggi maschili, fisicamente androgini e psicologicamente femminili, è parte del linguaggio del filone “Boy’s Love”, ma si fonde talmente bene con l’ispirazione fantascientifica da sembrare una necessità dettata dalla storia e dall’intenzione di presentare un mondo non contaminato da alcuna logica di genere. Marginal è ancora oggi grande fantascienza in chiave shojo, un manga capace di sorprendere sia i lettori che le lettrici.
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Stray Bullets 1-4, di David Lapham (Editoriale Cosmo)

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Stray Bullets, in italiano, è traducibile come “proiettili vaganti”, e potete tranquillamente considerarlo un titolo programmatico: nella serie di David Lapham incontrerete violenza, criminali spietati, sangue riverso sulle strade e soprattutto sparatorie e omicidi a non finire. Ma i proiettili vaganti sono anche i tasselli che vanno a comporre, in modo non molto lineare, le trame della serie, con episodi che alternano linee temporali, scenari e protagonisti diversi.

In Stray Bullets la vita è affrontata con un’attitudine decisamente nichilista, mentre la violenza è rappresentata nella sua forma più essenziale, come istinto primordiale e non necessariamente come effetto di un processo sociale. I testi di Lapham sono asciutti – ma ben diversi dalla teatralità di un Frank Miller – e la schiettezza del tono assume una sostanza specifica nel mondo a griglia fissa disegnato dall’autore: 8 vignette per pagina, con deroghe concesse solo alla prima e all’ultima pagina di ogni episodio. In Stray Bullets è tutto in bianco e nero, o sei il carnefice o sei la vittima.

Pubblicata negli Stati Uniti dal 1995 al 2005 (con qualche coda successiva), la serie di Lapham è figlia di un’epoca in cui diversi autori – come il Terry Moore di Strangers in Paradise o lo Stan Sakai di Usagi Yojimbo – preferirono pubblicarsi da soli storie che difficilmente avrebbero potuto trovare spazio in grandi case editrici come Marvel e DC Comics, facendo del self-publishing uno strumento di trasformazione del mainstream. Tra le vette più alte del genere crime nel fumetto americano del Secondo dopoguerra, era stata pubblicata finora in Italia in modo discontinuo e parziale, ulteriore motivo per accogliere con favore la nuova edizione in volumi di Cosmo.
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Io sono Shingo 3-7, di Kazuo Umezz (Star Comics)

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Io sono Shingo è una serie pubblicata in origine tra il 1982 e il 1986, creata da Kazuo Umezz, uno dei più influenti narratori di horror – non solo nell’ambito del fumetto – giapponesi. Un artista eclettico e molto prolifico, noto in Italia anche per Cat Eyed Boy. Io sono Shingo è un’epopea che mescola proprio l’horror con la fantascienza, con un approccio visionario e decisamente straniante.

Il manga racconta la storia del rapporto che si instaura tra un robot industriale, Shingo, e un bambino, Satoru. Con l’aiuto del ragazzo, Shingo riuscirà a ottenere sentimenti umani e una propria coscienza. Nelle mani di Umezz, visioni cyberpunk si tingono di horror, e il confine tra macchina e uomo, microchip e sangue, si fa più che mai labile.

Se Aula alla deriva metteva in scena una critica della società capitalistica del Dopoguerra, qui lo sguardo dell’autore è rivolto verso il futuro. Ma il suo approccio si fa ancora più psicologico e sottile, fondato su parallelismi e riflessioni sul lavoro umano e quello delle macchine, sulle aspirazioni (reali e attuali) degli uomini e quelle (ipotetiche e future) delle macchine. Un’opera attesa da tempo tra gli estimatori del manga d’autore, che nel 2018, a quasi 40 anni dalla sua prima edizione in Giappone, è valsa a Umezz il Premio del Patrimonio al Festival di Angoulême.
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The Biologic Show, di Al Columbia (Hollow Press)

Gli anni Novanta del fumetto indipendente americano hanno generato autori ormai arcinoti: Seth, Chris Ware, Daniel Clowes, Charles Burns… Ma in quegli anni ci fu anche un’altra grande figura in grado di fare scuola mostrando un’estetica più oscura e perversa: Al Columbia, un autore dalla produzione relativamente limitata che ha però lasciato un segno nero e indelebile nel mondo del fumetto. In Italia la sua opera era fino a questo momento inedita, e il volume di Hollow Press arriva così a colmare una lacuna, a una trentina d’anni dal debutto di queste storie.

La carriera nel mondo del fumetto di Columbia ebbe inizio nel 1990, quando, giovanissimo, lavorò come assistente di Bill Sienkiewicz ai disegni di Big Numbers (la serie scritta da Alan Moore e rimasta incompiuta). Biologic Show, la breve serie da lui interamente scritta e disegnata e raccolta in questo volume, arrivò solo dopo pochi anni e lo aiutò ad affermarsi tra le penne più irriverenti del panorama fumettistico americano.

Il suo segno è affine proprio a quello di Sienkiewicz – o anche di Dave McKean – ed è caratterizzato da un uso denso delle chine, a formare figure sinuose e rappresentare luoghi in cui la luce arriva timida, attraversando un manto di oscurità. Violenza e perversione sono al centro delle storie, con bambini che sembrano usciti da strisce della Golden Age dei comics ma intenti in giochi di mutilazioni e violenze sessuali, mentre presenze demoniache incombono sulla putrescente realtà circostante. L’autore racconta tutto questo con ironia e candore, spesso con testi in rima, come in una serie di filastrocche grandguignolesche.

A partire proprio da Biologic Show, l’opera di Columbia – artista sfuggente, avvolto da un manto di mistero – è ancora oggi fondamentale per comprendere la piega che ha preso a livello internazionale quel fumetto alternativo & dark che, in Italia, ha trovato espressione nei lavori di autori come Akab o Ausonia.
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Paulette 1, di Georges Wolinski e Georges Pichard (Oblomov Edizioni)

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Paulette è l’avvenente creatura nata nel 1971 sulle pagine di Charlie Mensuel dall’irriverente penna di Wolinski – tra i principali animatori della rivista Charlie Hebdo – e dalla sensuale matita di Pichard – autore di Ulysse su testi di Jacques Lob. Al tempo, la serie conquistò facilmente i cuori dei giovani lettori francesi, grazie soprattutto alle appariscenti curve della protagonista.

Il tono onirico delle storie è dissacrante e assurdista: come in un enorme sogno, l’avvenente ereditiera che dà il titolo alla serie passa da un’avventura all’altra come una novella (e adulta) Alice in compagnia del vecchio Giuseppe, trasformato in una – altrettanto procace – ragazza da una talpa magica.

Nelle pagine di Paulette, i due Georges passano in rassegna la loro contemporaneità: dai moti studenteschi alla guerra in Vietnam, passando per la situazione politica francese e giungendo infine a una disillusa critica alla fine della rivoluzione hippy. Paulette è così un documento ancora interessante – sebbene datato – della bande dessinée degli anni Settanta, realizzato da due degli autori che segnarono e vivacizzarono artisticamente quegli anni. L’edizione di Oblomov è inoltre un omaggio a un gigante come Wolinski, a 5 anni dalla sua scomparsa.
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È la nebbia che va. Storie milanesi, di Giancarlo Elfo Ascari (Milieu)

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Le storie milanesi di Elfo sono una scheggia del fumetto italiano che meritava di essere riscoperta. La casa editrice Milieu – finora estranea al fumetto – si è sobbarcata coraggiosamente questo incarico, realizzando un volume di oltre 300 pagine che ci restituisce una produzione ricca e stratificata. Elfo, al secolo Giancarlo Ascari, ha infatti attraversato il fumetto italiano in maniera importante con una carriera nata sulle riviste (da Alter Alter a Secondamano), passata attraverso una cooperativa di fumettisti che ha contribuito a fondare (Storiestrisce), ritornata sulle riviste (Diario, Linea d’ombra) e culminata con i graphic novel (Tutta colpa del ’68, L’arte del complotto).

Il collante di gran parte delle sue storie è stata Milano, la città che lo ha adottato e da lui raccontata a più riprese. La Milano dei fumetti di Elfo è figlia delle rivoluzioni politiche, sociali e studentesche degli anni Sessanta e del fermento culturale giovanile, del Movimento e delle violenze degli anni Settanta. Le storie dell’autore toccano temi come la violenza, l’umanità al margine e i loschi affari, ma anche il cambiamento generazionale, la politica, la moda e le tendenze degli anni Ottanta.

All’inizio, i personaggi dei suoi fumetti si muovono spesso tra fantasia e cronaca, come Paolo Valera, un investigatore scafato ma affabile che vive storie ispirate alla serie televisiva di fantascienza Ai confini della realtà e ai romanzi hard-boiled di Raymond Chandler. Elfo pesca a piene mani anche dall’underground americano, quello di Robert Crumb e Gilbert Shelton, disegnando tavole ricche di tratteggi, ombre e linee bombate. Ma via via assorbe le influenze dirette del periodo, un momento di grande fervore fumettistico dettato dai grandi autori dell’epoca, e il suo segno va verso le parti di José Muñoz, si fa più sintetico e le ombre lasciano spesso spazio al bianco.

Negli anni Ottanta Elfo racconta i grandi cambiamenti che Milano (e l’Italia) affronta anche attraverso la striscia umoristica Mocambo Bar, ma torna presto su binari più seriosi con una serie di storie brevi che raccontano le mutazioni della città attraverso l’occhio della gente comune (Notizie da Milano, Un giorno nella vita).

Gran parte delle pagine del volume sono occupate da una delle storie più importanti di Elfo: Tutta colpa del ’68, un fumetto autobiografico con cui l’autore restituisce un ritratto dei suoi anni giovanili raccontati in parallelo al tumultuoso clima di rivoluzione politica, intellettuale e sociale a cavallo tra il Sessanta e il Settanta. Si tratta del suo primo graphic novel, pubblicato nel 2008 da Garzanti e ormai di difficile reperibilità, come tutte le altre storie del volume.

Milano, con la sua nebbia misteriosa e incombente, è stata la musa di Elfo. Una città grazie alla quale ha saputo raccontare con splendida ferocia e sincerità, come lui stesso dice, storie e persone che attraversano un luogo nel corso del tempo.
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Seventeen, di Baron Yoshimoto (J-Pop)

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Negli anni Settanta Baron Yoshimoto fu autore di manga brevi con protagonisti gli adolescenti dell’epoca, i figli del boom economico. Una generazione che non se la passò troppo bene e che fu protagonista di disordini sociali e rivolte studentesche piuttosto dure. Nelle storie di Yoshimoto però il disordine è anche interiore, e la violenza sembra una risposta naturale a un’incapacità di trovare un proprio posto nella società.

Accostabili ai lavori di Kazuo Kamimura o Tadao Tsuge, i fumetti di Baron Yoshimoto – personaggio eclettico, maestro del gekiga e del manga d’autore degli anni Settanta – furono influenzati dall’opera di Yoshihiro Tatsumi, soprattutto nel modo in cui la violenza è vissuta come reazione alle pressioni della vita quotidiana. Ma, come Kamimura, Yoshimoto andava comunque alla ricerca del bello, senza scarnificare contorni e figure all’essenziale, come invece facevano i fratelli Tsuge e lo stesso Tatsumi. A differenza degli altri, poi, Yoshimoto non si accontentava di raccontare ciò che vedeva e che conosceva, ma si cimentava anche in storie di genere, tingendo contesti realistici di mistero, thriller e romanticismo.

Leggere e conoscere oggi l’opera di Baron Yoshimoto significa dunque confrontarsi con un tassello importante della storia del fumetto giapponese e con un fumetto d’autore che si nutre delle influenze più disparate, rielaborandole con grande personalità e capacità di riflettere sul presente.
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