Con “Millennium Actress” Satoshi Kon distrugge le nostre certezze di spettatori

millennium actress

Una donna, in una tuta da astronauta, si prepara a partire con un razzo spaziale. Deve raggiungere la persona che ama e rispettare una promessa fatta anni prima. Il razzo accende i motori, tutto trema. Stacco: in un piccolo studio di registrazione, il giornalista Genya Tachibana sta guardando la scena a cui abbiamo appena assistito su un piccolo schermo. Tutto comincia a tremare a causa di una scossa di terremoto. Nella sequenza di apertura di Millennium Actress, secondo lungometraggio diretto da Satoshi Kon, sono subito rivelate le coordinate del suo cinema, l’intento concettuale e filosofico, il corpus autoriale.

In questo breve incipit assistiamo a tante cose, in particolare a delle associazioni che nascondono qualcos’altro. All’inizio, in veste di spettatori, ci sembra che la donna in tuta spaziale sia la protagonista del film a cui stiamo assistendo. Subito dopo ci rendiamo conto che quello era un film nel film, e lo spettatore di quel film è un giornalista/regista che intende girare un documentario sulla storica attrice Chiyoko Fujiwara. Noi siamo spettatori del secondo film, quello che contiene il primo. Ma anche questo è un inganno, poiché, come scopriremo più avanti, Millennium Actress è un continuo andirivieni fra la finzione del cinema e gli elementi biografici dell’attrice, tant’è che lo stesso Genya entra ed esce dai suoi film per poi ritrovarsi nei ricordi di Chiyoko, i quali, a volte, confluiscono nei film che lei stessa ha interpretato.

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E così, nei primi minuti del film, Satoshi Kon ha già distrutto le nostre certezze spettatoriali: non sappiamo più a cosa stiamo assistendo, non sappiamo più cosa sia reale e cosa immaginato, cosa sia riproduzione cinematografica e cosa no, dove sta la memoria e dove la finzione.

Millennium Actress è la summa del cinema koniano. L’attrice la cui memoria si mescola, melliflua, con le sequenze dei film che ha interpretato, è un modo, per l’autore, di fare una riflessione sul cinema e sul suo significato, sul ruolo dello sguardo e su come la memoria stessa, per la sua insita labilità, sia parte di un discorso più grande e complesso relativo allo sguardo. La pellicola è un perpetuo attraversare vite e situazioni: sono le stesse vite che, da spettatori, indossiamo temporaneamente quando guardiamo un film. E quindi è la nostra stessa memoria a confluire in quella del film, generando un’esperienza di visione assoluta. Nella pur complessa e stratificata filmografia di Satoshi Kon non c’è opera più teorica né più esplicita nel portare avanti le tesi che il regista, sotto traccia, ha inserito in tutta la sua produzione, sia animata che fumettistica. 

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La grandezza e l’importanza di Millennium Actress è sottolineata dal fatto che, in un film così concettuale, l’autore sia stato in grado di dosare con equilibrio miracoloso anche le componenti di solidità narrativa e di afflato emozionale. La storia privata di Chiyoko diventa la storia del cinema giapponese, che diventa, in parte, Storia del Giappone. Ma la dimensione pubblica è sempre controbilanciata da quella privata, in cui Chiyoko è alla ricerca dell’amore perduto, ricerca impossibile che le impedisce di vivere una vita completa pur avendone vissuto mille. 

Con Millennium Actress, Satoshi Kon ha imposto un nuovo standard di qualità autoriale e ha mostrato al mondo le sue doti di raffinato narratore, capace di passare dalla sgradevolezza psicotica di Perfect Blue alla dolce tenerezza di un amore utopico di Millennium Actress, con una disinvoltura che è propria solo ai grandi. Anzi, ai giganti.

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