“Mank”, o del cinema come apoteosi e fine

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Da quando Mank, il film più recente di David Fincher, è stato reso disponibile su Netflix, si è generato un dibattito acceso sui social che ha coinvolto firme autorevoli della critica nostrana ed estera, storici, cinefili, appassionati e neofiti. La storia raccontata da Fincher – il regista di Figh Club e The Social Network – riguarda la genesi della sceneggiatura di Quarto potere (Citizen Kane, 1941) di Orson Welles, opera magniloquente e radicale che ridefinì le coordinate del cinema tout court.

Dietro la sceneggiatura di quel film ci fu (anche) Herman J. Mankiewicz, alcolista ma soprattutto critico teatrale, giornalista e fratello maggiore di Joseph Mankiewicz (regista, tra gli altri, di Eva contro Eva). Mank è un andirivieni temporale fra la residenza afosa e isolata dove Mankiewicz sta scrivendo la sceneggiatura che lo stesso Orson gli ha commissionato e i suoi ricordi, che si sviluppano per buona parte degli anni Trenta e confluiscono inevitabilmente dentro il suo lavoro. Quindi, innanzitutto, Mank è un nostalgico viaggio nella memoria privata e pubblica del suo protagonista. Un uomo che vive di sensi di colpa, la cui carriera sembra essere finita anche e soprattutto per colpa sua, per il suo desiderio di autodistruzione, causato dall’incapacità di combattere un sistema corrotto in cui si immerge sempre di più. Allo stesso tempo, alcuni fari (il fratello, l’attrice Marion Davies, la moglie, l’assistente) sembrano concretizzarsi come appigli che lui puntualmente rifiuta.

La genesi creativa di quella sceneggiatura ha, dunque, un valore che punta a essere catartico. Che poi questa catarsi si concretizzi non è dato sapere. Ciò che sappiamo è che Herman J. Mankiewicz opera con la stesura il tentativo personale di riscrittura di una fetta importante della sua vita, un arduo tentativo di interpretazione di un periodo storico, politico, economico (quello che segue la crisi del ’29) e sociale che è sintetizzato nella complessa figura del miliardario William Randolph Hearst. Il quale, a quanto pare, avrebbe ispirato il Citizen Kane protagonista del capolavoro di Welles.

Ma Mank è anche un tributo agli anni Trenta e al cinema di quel periodo, che passa attraverso una precisa ricostruzione storica ed estetica: Fincher, assieme al direttore della fotografia Erik Messerschmidt e al compositore Trent Reznor (ormai collaboratore assiduo del regista) ha realizzato un’opera che si tuffa prepotentemente nelle atmosfere di quegli anni, restituendo allo spettatore una sensazione di coinvolgimento emotivo unica e confermando, se mai ce ne fosse bisogno, quanto Fincher sia immerso nelle dinamiche intimamente legate al cinema.

La storia e il dibattito

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Come accennato, la pellicola ha generato un dibattito acceso che ha visto schierarsi due fronti: da una parte coloro che difendono l’idea che la sceneggiatura di Quarto potere fosse stata totalmente scritta da Mankiewicz, dall’altra chi sostiene il maggior peso di Welles, che sarebbe intervenuto radicalmente sulla prima versione. Insomma, ci sono la fazione pro-Welles e la fazione pro- Mankiewicz. La tesi secondo cui la paternità di tale sceneggiatura sia assolutamente di Mankiewicz deriva dal saggio introduttivo scritto da Pauline Kael e presente nell’edizione paperback della sceneggiatura uscita nel 1971. Kael sosteneva, semplificando, che, essendo le opere successive di Welles scialbe (!), inevitabilmente ciò dimostrava che la profondità, la complessità, la genialità della sceneggiatura di Quarto potere erano tutto merito di Mankiewicz.

Data la rappresentazione che il padre di Fincher fa di Welles è presumibile che egli propendesse per questa teoria, cercando di sottolineare non solo l’importanza di un autore come Mankiewicz ma anche quella degli sceneggiatori, troppo spesso dimenticati. Il sito Wellesnet, tra i più autorevoli dedicati agli studi su Orson Welles, ha invece cercato di confutare la tesi di Kael. La verità, un po’ emersa attraverso attente ricostruzioni storiche e analisi delle varie versioni, come sempre sta nel mezzo. La magnificenza, la perfezione, la bellezza di Quarto potere sono il risultato di un incontro felice fra due menti eccelse.

Una genesi difficile e il futuro del cinema

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La storia produttiva di Mank è particolare e si sviluppa lungo gli ultimi trent’anni. Ha a che fare innanzitutto con il padre del regista, Joseph Fincher, giornalista, cinefilo e, in età avanzata, sceneggiatore. Ha scritto Mank ma anche, pare, una sceneggiatura su Howard Hughes che sarebbe confluita in The Aviator di Martin Scorsese.

Joseph Fincher scrisse negli anni Novanta una sceneggiatura che però nessuno volle tramutare in film. Nessuno studio produttivo intendeva investire in un film in bianco e nero così rischioso e ritenuto di nicchia. Nonostante la fama di Fincher (figlio) stesse crescendo grazie a opere come Seven, Fight Club, The Social Network, Mank ancora non si ipotizzava una realizzazione, come riporta anche Gabriele Niola su Wired, in una ricostruzione sintetica e accurata.

Senza Netflix, dunque, Mank non sarebbe mai esistito. E se fosse esistito non avrebbe avuto la risonanza che sta avendo. E, di conseguenza, non avrebbe generato il dibattito che sta generando. Lo stesso discorso potrebbe valere per Roma, il film di Alfonso Cuaròn che ha vinto l’Oscar come miglior film, ma anche per The Irishman di Martin Scorsese, monumentale per durata e costi, o per Sto pensando di finirla qui, pellicola di Charlie Kaufman tratta dall’omonimo romanzo di Ian Reid. 

Questo fa di Netflix l’ancora di salvezza del cinema d’autore? Naturalmente no. Ma questo strano processo produttivo dovrebbe far riflettere ben più che la dualità Mankiewicz/Welles circa la sceneggiatura di Quarto potere. A detta di molti, Netflix garantisce agli autori una libertà produttiva impensabile in altri contesti, e i risultati artistici sono lì a dimostrarlo. Ma è altrettanto vero che Netflix sta destrutturando l’idea stessa di fruizione cinematografica, spingendo la visione in salotto piuttosto che in sala. L’emergenza pandemica sta assestando un colpo che probabilmente risulterà decisivo agli esercenti e alle sale cinematografiche. Nel vuoto che si verrà a creare Amazon, Netflix e via dicendo avranno un ruolo chiave. Mank, che è un film palesemente destinato alla sala, da godere nel buio squarciato dalla proiezione, è un po’ un crocevia, l’opera che stimola riflessioni che vanno al di là del film vero e proprio.

Mank e il cinema

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L’ultima opera di David Fincher è, infine, un tributo al cinema stesso. Vive, vibra e si muove all’interno di un contesto esclusivamente meta-cinematografico. La stessa struttura narrativa, dettata da flashback descritti proprio come in sceneggiatura, ricalca la struttura di Quarto potere. Un film che racconta la genesi di un film, una sceneggiatura che racconta la genesi di una sceneggiatura: Mank e Quarto potere si specchiano l’uno nell’altro, riflettendosi nello specchio scuro che è il potere immaginifico della Settima Arte. Ma Mank è anche un’opera che sottolinea l’importanza della parola e in particolare del ruolo degli sceneggiatori, di come lo storytelling possa intrecciarsi con la dimensione visiva dando vita a storie indimenticabili.

È il capolavoro che tanti declamano? Non per chi scrive. È un’opera volutamente manicheista e respingente, poco empatica. Paul Schrader, regista di First Reformed nonché sceneggiatore di Taxi Driver, ha scritto che tradisce il rapporto fra spettatore e personaggi. È un’opera difficile, un po’ elitaria, che non tutti possono comprendere fino in fondo. Eccelle dal punto di vista tecnico, ci restituisce una serie di interpretazioni memorabili. Non è da considerarsi un film biografico ma una pellicola quasi teorica, sebbene ci siano cose vere all’interno della storia, che Il Post ha ricostruito molto bene.

Dove Mank diventa enorme è al di fuori dei suoi confini di “film”. Per il dibattito che ha generato ma anche per il suo modo di rappresentare un periodo storico particolare (gli anni Trenta) in un contesto di transizione come quello contemporaneo, facendo leva sul ruolo che il cinema ha avuto (da sempre) nell’andamento politico degli Stati Uniti in termini di manipolazione. Mank racconta le fake news prima che riuscissimo a incasellarle e che diventassero fenomeno globale.

È, probabilmente, il punto di non ritorno dell’opera fincheriana, perché si allontana dai film precedenti e dichiara apertamente il suo amore per il cinema, raccontandone le dinamiche e i significati, le tecniche e gli sviluppi, là dove nelle pellicole precedenti questo amore passava per l’impianto citazionista. E, chissà, può darsi che fra molti anni Mank sarà ricordato come un’eco affascinante di un capolavoro distante e immortale (Quarto potere) ma anche come l’opera che ci ha traghettati verso un nuovo modo di concepire il cinema

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