Una conversazione con Davide Toffolo su Magnus, i fumetti e la costruzione di un immaginario

A oltre 10 anni dall’uscita del primo capitolo, Davide Toffolo – leader della band Tre Allegri Ragazzi Morti e fumettista autore di opere come Piera degli Spiriti e Pasolini – conclude per Oblomov Edizioni il suo fumetto Come rubare un Magnus. Si tratta di una storia che mischia realtà e finzione per ripercorre la vita e le opere di Magnus, al secolo Roberto Raviola, disegnatore di Alan Ford, Kriminal e Satanik e creatore de Lo Sconosciuto.

Come rubare un Magnus è un libro che si dirama verso tante direzioni, tra il mistero, la biografia, il tono farsesco e poi d’indagine intima sui personaggi, ma è soprattutto una lettera d’amore a uno dei maestri del fumetto italiano. Ne abbiamo parlato con il suo autore, Davide Toffolo, che ci ha racconto la genesi dell’opera e i motivi che rendono Magnus un gigante di quest’arte.

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Quando hai scoperto Magnus?

Ero bambino. Ho cominciato a leggere i supereroi della Corno a 5-6 anni, nei primi anni Settanta, e poi subito dopo, visto che dentro quegli albi c’erano le pubblicità di altri fumetti, ho cominciato a leggere Alan Ford. Non avevo l’età per essere un lettore “in diretta” di Kriminal e Satanik, però di Alan Ford lo sono stato.

E poi, come accenni nell’introduzione di Come rubare un Magnus, partecipasti a un concorso indetto da Bunker per trovare nuovi disegnatori per Alan Ford.

Era il 1979, in occasione dei dieci anni dall’inizio delle pubblicazioni. Ero in terza media. Partecipai con il disegno riprodotto all’inizio di Come rubare un Magnus. Era un disegno grande, 70×100 cm, dove c’è la cosmogonia del Gruppo T.N.T. ricostruita sulla forma della Creazione di Michelangelo. Vinsi il concorso.

Alla serata della premiazione vidi per la prima volta dal vero dei disegnatori. C’erano, se non ricordo male, Silver, Paolo Piffarerio, e altri disegnatori del periodo. Magnus no perché aveva già lasciato Alan Ford. E fu anche la prima volta in vita mia che vidi delle tavole originali vere. Il disegnatore Raffaele Della Monica era arrivato secondo ma era un po’ più grande di me. Se avessi iniziato a lavorare all’epoca sarebbe stato lavoro minorile, per lui fu l’occasione di mostrare i suoi lavori a Max Bunker, aveva un pacco di tavole con copie di disegnatori americani e alcune cose anche sullo stile di Magnus. È stata una serata memorabile.

Era da tanto che disegnavi?

Per imparare a fare fumetti all’epoca bisognava andare a bottega da qualcuno, non c’erano libri. Stralci di informazioni, ma troppo vaghe. “Si inchiostra col pennino o col pennello”, ma che pennino, che tipo di pennello? Quindi ho passato tutta l’infanzia a copiare i disegni che mi piacevano, per divertimento. Da piccolo però ricordo che avevo una serie di disegnatori preferiti, i cui nomi avevo imparato leggendo i crediti degli albi. Ero diventato un esperto di fumetti americano.

Anche a 14 anni?

Stavo migrando verso altre letture, Frigidaire, Pazienza, Scozzari, Liberatore, però la cosa interessante di Magnus è che è cresciuto con me. Non l’ho più trovato dentro Alan Ford ma dentro altre storie, più adulte, anche comiche, ma erotiche. È stato un autore che ha lavorato molto sul linguaggio del fumetto, sui limiti del fumetto e su come superarli. È stata una ricerca che ho fatto anche mia, nel tempo.

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L’idea di Come rubare un Magnus quando è nata?

Io avevo già fatto due biografie, Carnera, più tradizionale, e Pasolini, che è più la ricostruzione di un pensiero. Poi ho fatto Il re bianco e subito dopo c’è stata questa mostra su Magnus, organizzata in occasione dei dieci anni della sua morte. Rubarono un originale e mi venne in mente di indagare questa storia, con le armi che avevo affilato per gli altri libri. È il terzo libro di una trilogia delle figure del Novecento, come le chiama Igort. Le mie figure del Novecento sono un poeta anomalo (Pasolini), un animale anomalo (il gorilla albino de Il re bianco), e un fumettista altrettanto meraviglioso e difficilmente inscrivibile come Magnus.

Una parte dell’opera era stata pubblicata a puntate sulla rivista Animals e con il passare degli anni si è guadagnata una certa, leggendaria, reputazione.

Ho sempre rimandato la chiusura di questa storia, per motivi vari. Ma quest’anno è arrivata l’occasione e l’ho colta. Il tempo non so bene se mi sia servito. O, meglio, mi è servito perché sono riuscito a fare una ricerca molto profonda e attiva sull’argomento. All’epoca mi ero trasferito da poco a Milano e attraverso Graziano Origa ho avuto la possibilità di incontrare alcune delle persone vicine a Magnus. Mi ha fatto conoscere Sergio Bonelli e Renzo Barbieri, che mi hanno raccontato delle storie pazzesche sui loro rapporti con Magnus. È stata una ricerca sul campo in cui ho iniziato a immaginare una fine solo qualche mese fa. Ho raccolto i materiali mantenendo il filo e il tono della narrazione come l’avevo immaginato.

Ho levato una parte che era prettamente politica – alcune tavole erano state pubblicate su Animals – in favore di una narrazione più lineare sul furto, sulla parte investigativa. Come tutti i libri che faccio, questo fumetto si è caricato delle emozioni o degli incontri sperimentati durante la lavorazione.

Lavorare su questo fumetto ha cambiato le tue idee su Magnus?

Avevo già un’idea abbastanza precisa su di lui, perché negli anni ho letto tantissimo e con una passione e un’ammirazione profonda. La cosa che è cambiata è lo specchio del disegnatore rispetto al periodo in cui vivo. Alcune ossessioni di Magnus mi sono diventate più chiare nel tempo.

Quali?

L’ossessione della riproduzione. Fai delle cose che rimangono lì per sempre e la leggerezza rispetto al lavoro è una cosa si rischia di perdere col tempo. La capacità di capire che per stare coi propri personaggi bisogna fare una specie di rinuncia. Secondo me un autore di fumetti è una specie di medium che si mette in contatto con i personaggi per dare loro la possibilità di parlare. Fare ciò, soprattutto quando diventi adulto e le tue armi fisiche diventano più deboli (la vista, la resistenza al lavoro), vol dire rischiare di dover rinunciare a qualcosa. Ogni autore è in bilico su questa rinuncia dell’esistere per creare. È una cosa che vivo anch’io in parte, ma in Magnus è paradigmatica. A un certo punto lui se n’è andato in un posto dove c’erano solo lui, la sua creatività e i suoi personaggi.

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Come rubare un Magnus sigla un anno ricco di iniziative editoriali dedicate a Magnus (la raccolta della Gazzetta dello Sport, la ristampa del Texone).

Sono contento che in questo periodo ci sia una rivalutazione del suo lavoro, perché per tanto tempo Magnus è stato considerato un grande artigiano del quale però difficilmente si era capita la potenza autoriale. Per me è uno dei più grandi autori italiani del secolo precedente, per profondità di temi, per ironia, e per la capacità di costruire un codice del suo disegno, un codice che gli permette di avere delle maschere di indagare tantissime emotività ed espressioni dell’animo umano. Quanti disegnatori riescono a raccontare l’imbarazzo o la timidezza? Magnus racconta benissimo l’imbarazzo, o l’ira, o la gioia. E lo fa con un codice di maschere che solo i grandissimi disegnatori sanno padroneggiare. Se fosse stato americano, Magnus sarebbe studiato dal mondo intero.

Magnus ha un seguito molto fedele di lettori, ma la sua popolarità non ha mai sfondato come quella di tanti altri maestri del fumetto. Secondo te perché?

Per un poeta non esiste la parola “sfondare”. La seconda parte della sua carriera è stata legata alla volontà e alla dedizione di un poeta a un linguaggio. Nel momento in cui la sua intenzione è stata messa a servizio di un’industria lui non ha spaccato, ha stra-spaccato. Alan Ford è stato uno dei più grandi successi degli anni Settanta in Italia, e prima Kriminal e Satanik negli anni Sessanta. E anche quando poi ha realizzato dei prodotti con dimensione internazionale, come Le 110 pillole, si sono mossi bene anche in altri paesi. Magnus è stato uno dei disegnatori più presenti nell’immaginario di una certa generazione. Dopodiché ha fatto delle scelte da poeta, anche se lui considerava sempre il suo lavoro come un lavoro alimentare. Però, e questo è evidente ad anni di distanza, della via “alimentare” del suo lavoro rimane veramente poco.

Mi piace come rendi l’amicizia tra Magnus e Bonvi, anche con dei correlativi oggettivi – a un certo punto fanno una gara di disegno con le gomme da cancellare sul muro sporco di fuliggine. Non so se sia una cosa realmente accaduta, ma ha il sapore di un aneddoto veritiero. Come hai bilanciato finzione e realtà nella storia?

Come rubare un Magnus è un libro favolistico, sulla vita di un disegnatore, anzi su due disegnatori. Quando incontrai Alfredo Castelli, un po’ di anni fa, e girava la voce che avrei fatto un libro su Magnus, lui mi disse «Non sarà un libro su un autore, sarà un libro su due autori». Una parte della sua vita è intrecciata con quella di Bonvi, quindi era inevitabile parlarne. Definisco il libro un’opera di ricostruzione di una vicenda umana e professionale di un grande disegnatore per il quale provo un amore forte, in forma favolistica. Alcune cose sono vere, altre immaginate. Sono stato aiutato da molte persone – ringraziate alla fine del volume – che hanno condiviso con me ricordi e testimonianze. Per esempio, la struttura del fumetto ricalca quella spiegata da Magnus all’inizio: la storia è come una mano, c’è un prologo e una parte iniziale sui personaggi (pollice e indice), una parte centrale più lunga (medio) e poi si scende nel finale (anulare e mignolo). L’idea su come si scrive una storia me l’ha regalata Onofrio Catacchio, che a una lezione di Magnus aveva assistito al racconto di questa metafora.

Poi chiaramente faccio delle omissioni, tutta la vita e la carriera di Magnus in un libro solo non ci stanno, però ho cercato di inserire quanti più richiami possibili, anche al suo stile. Ci sono alcune tavole in cui ho copiato l’impostazione e il taglio delle vignette. Alcune le ho proprie rubate. Ci sono un po’ di furti, ecco.

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Come rubare un Magnus racconta anche dei corpi, quelli malandati (il tuo personaggio ha mal di schiena, il medico che ti cura è cieco, Magnus si ammala), quelli disegnati da Magnus in Satanik e Kriminal, e poi con ancora maggior consapevolezza quelli delle opere adulte.

È un tema presente nelle opere di Magnus tanto quanto nelle mie, in parte. Qualcosa del mio innamoramento per Magnus è travalicato, in questo senso. Quella cosa della schiena è anche un espediente narrativo, effettivamente nel periodo in cui ho cominciato a lavorare sul fumetto avevo malissimo alla schiena e quell’episodio del fisioterapista non vedente mi è capitato davvero. Nella mia scrittura cerco sempre un vissuto da mettere in gioco, ma penso sia una cosa comune a molti autori.

Mostri Magnus in varie fasi, anche estetiche, della sua vita (da giovane, poi capellone, poi ancora col l’aspetto quasi monacale degli ultimi anni) e c’è questa idea del vagabondaggio in una forma artistica – lui l’altronde si firmava con l’esagramma del Viandante. In questo senso ti senti un allievo di Magnus?

È un aspetto che fa sicuramente parte del mio percorso. I miei libri tra di loro sono sempre diversi perché cerco, come faceva Magnus, percorsi non lineari. È un’irrequietezza che anche Magnus ha mostrato come artista. Nel libro c’è il drago, un personaggio che rappresenta una citazione a una piccola storia di Magnus, che mi permette di raccontare delle cose che sono quelle più intime del suo rapporto con l’immaginario. Conoscendo Magnus si capisce che la costruzione dell’immaginario è un’azione che prende molta energia. Lo posso dire adesso che ormai sono un autore più che adulto e mi ritrovo a sentire il peso di una vita passata a ribadire il proprio immaginario.

Non ti è più venuta voglia di diventare disegnatore di Alan Ford?

Sono andato da un’altra parte. Le situazioni successive sono state così forti… Ho scoperto relativamente presto che quella del disegnatore seriale non era una mia battaglia. Anche se mi piacerebbe tutt’ora disegnare Alan Ford. Sarei molto orgoglioso e potrebbe essere una cosa bellissima da immaginare.

O magari Tex.

O magari Tex, solo che dovrei trovare qualcuno che mi disegna i cavalli, come fece Romanini per Magnus. O dovrei scrivere una storia senza cavalli.

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