“Utopia” racconta il presente ma non capisce come

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Nonostante la recente notizia della cancellazione dopo la sola prima stagione, è comunque innegabile come la serie Utopia – remake scritto da Gillian Flynn (Gone Girl) e prodotto da Amazon Prime Video dell’omonima serie televisiva inglese del 2013 – abbia dimostrato un’indubbia capacità di imporsi in brevissimo tempo al pubblico più nerd e incline alla pop culture. Gli aspetti che l’hanno resa uno degli appuntamenti più chiacchierati della stagione 2020, a dispetto di ogni possibile appunto sulle sue effettive qualità, sono principalmente due. In primo luogo il fatto di ruotare, almeno apparentemente, intorno a un fumetto. Aspetto che evidentemente in molti considerano ancora qualcosa di straordinario, nonostante gli anni passati ad annoiarci per le due o tre gag ripetute allo sfinimento nella libreria di The Big Bang Theory e nonostante tutti i cinecomic campioni di incassi degli ultimi anni. Il secondo elemento di attrazione è senza dubbio la sua straordinaria capacità di descrivere in tempo reale questo infinito 2020 che stiamo vivendo.

Per quanto riguarda la questione fumetto dobbiamo immediatamente raffreddare gli animi. Al centro di Utopia c’è effettivamente un graphic novel, ma potrebbe benissimo esserci un libro fantasy, un videogame, un film, una serie televisiva o una qualsiasi altra opera di pura evasione, e non cambierebbe assolutamente nulla. Il fumetto in questione non è che una scusa per riflettere e giocare con il linguaggio, non ha legami con la trama irrisolvibili con altri medium, non ammicca direttamente al pubblico. 

A dire il vero, il volumetto che innesca tutta la trama non è neppure un vero e proprio fumetto, quanto invece una serie di illustrazioni messe in fila pagina dopo pagina. La produzione si è premurata di farle realizzare all’ottimo illustratore brasiliano João Ruas, il copertinista di Fables dopo l’abbandono della serie da parte di James Jean. Una scelta programmatica, che ci fa capire come le pagine dovessero essere prima di tutto belle a vedersi, piuttosto che narrativamente valide. L’unica sezione che ricorda in maniera vaga una tavola vera e propria è una vignetta in cui si vede una scena di lotta e una malinconica fuga che verrà resa anche attraverso l’animazione. Ma sono due esempi slegati da tutto il resto. Non bisogna certo essere fini filologi per capire che quello non è un fumetto.

Forse è una scelta del tutto intenzionale, poiché ciò che conta davvero in Utopia non è il linguaggio, ma il fandom e i suoi fanatismi ottusi e irragionevoli. Tutto il primo episodio è ambientato in una sgangherata convention di fumetti popolata da cosplayer improponibili, cospirazionisti, fanatici e ogni altra specie di umanità incapace di relazionarsi con il mondo reale. I più imbarazzanti sono proprio i fanatici della serie a fumetti Dystopia e del suo sequel Utopia. Sono in grado di leggere e rileggere compulsivamente un pugno di pagine per anni e anni, alla ricerca di qualche indizio segreto circa il grande disegno che si sono costruiti nelle loro teste.

La pratica da parte del fandom di analizzare in maniera ossessiva ogni anfratto delle proprie opere preferite alla ricerca di un indizio che rafforzi opinioni e illazioni è ormai ampiamente sdoganata. La sfera del videogioco ha raccolto negli anni esempi straordinari di pubblico così follemente attaccato alle opere da portare l’arte della sovranalisi a nuove, incredibili vette. Passano gli anni ma il caso di Half-Life 3 rimane emblematico. Il sequel del notevole sparatutto del 2004 non è mai stato ufficialmente annunciato – nè tantomeno realizzato, se non consideriamo lo spin-off in VR Half-Life: Alyx – ma, nel corso degli anni, fan e data miner hanno sminuzzato e analizzato con perizia chirurgica ogni comunicazione da parte della software house Valve. Il tutto alla ricerca di una data o di una minima anticipazione su un titolo circondato da un’aura messianica, anche se ormai ufficialmente cancellato. Sempre nell’ambito videoludico il game designer Hideo Kojima ha costruito intere strategie di comunicazione sul fanatismo dei suoi fedeli, in grado di trascorrere ore a passare al setaccio ogni teaser prodotto, in attesa di un nuovo titolo.

Non è un caso che i cospirazionisti dell’alt-right abbiano sempre trovato terreno fertile nel mondo dei gamer più oltranzisti, quelli in grado di vedere propaganda gender – qualsiasi cosa ciò significhi – dietro ogni angolo. Passare dal considerare The Last of Us 2 uno strumento politico a credere che Trump stia combattendo una guerra contro una rete segreta di pedofili è un attimo, soprattutto se in mezzo ci infiliamo la bruttissima storia di abusi – questi decisamente reali – del Gamergate.

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La serie di Gillian Flynn sembra trarre spunto da questo sottobosco, chiedendosi però cosa succederebbe se simili pazzi sciroccati avessero ragione. Utopia prende il via un po’ come uno scherzo ma sviluppa una trama violenta e assurda, spesso alla ricerca della stramberia a tutti i costi, tanto da finire presto per perdere ogni concretezza: così didascalica nel suo muoversi per goffi simbolismi – basti vedere la casa di vetro dell’imprenditore Kevin Christie, archetipo dell’imprenditore/profeta da Silicon Valley senza nulla da nascondere – da sfiorare in più momenti il ridicolo. L’intero ultimo episodio è talmente raffazzonato e poco plausibile da sembrare una presa in giro, tra evidenti incapacità di scrittura e richieste di sospensione dell’incredulità troppo esose per chiunque. Eppure, Utopia ha il potere di raccontare il nostro presente in maniera così fedele da risultare inquietante.

La serie ha la capacità di descrivere in tempo reale l’anno che stiamo vivendo e lo fa per puro caso, viste le tempistiche. Ma è comunque impressionante starsene chiusi in casa per evitare il diffondersi di un virus comparso dal nulla e occupare il tempo guardando un prodotto televisivo che parla di pandemie, vaccini letali, cospirazioni e grosse multinazionali farmaceutiche guidate da geni del male.

Nella realtà, una delle industrie che hanno tratto maggior giovamento da questa situazione così anomala è quella del videogioco. Il lancio della nuova iterazione di Animal Crossing – un titolo già capace di vendite milionarie ma relegato a un culto di pubblico iper-affezionato – allo scoppiare della prima ondata di Covid-19 ne ha decretato un successo planetario fuori da ogni previsione.

Così, mentre ce ne stavamo rintanati in casa a leggere numeri da bollettino di guerra o a preoccuparci se alla fine di tutto avremmo avuto ancora un lavoro, potevamo trovare ampi spazi di evasione nel rassicurante mondo creato da Nintendo. Un mondo dove non esiste violenza, tutti sono gentili, i vicini di casa sono animaletti coccolosi e i debiti possono essere saldati quando si preferisce. Sfido chiunque nel 2019 a pensare che un videogioco di pelose creaturine antropomorfe sarebbe finito sulla copertina del Financial Times per i risultati di un taglio dei tassi di interesse interni all’economia del gioco.

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Il potere della narrazione di fiction di incorniciare lo scorrere della Storia ha tempi sfasati. Alcune opere arrivano in anticipo, guidate dalla visione di artisti visionari in grado di annusare l’aria prima di noi fruitori, altre arrivano più tardi, con la calma che richiede una riflessione più profonda. Altre ancora, come il graphic novel Berlin di Jason Lutes, catturano in pieno l’aspetto circolare della Storia e sembrano parlarci del nostro presente quando in realtà raccontando eventi di oltre ottant’anni fa. Utopia fa parte di un’altra categoria e, involontariamente, finisce per raccontarci cosa potremmo vedere guardando fuori dalla nostra finestra, se il mondo continuasse ad andare a rotoli come sta facendo adesso.

Partendo da uno spunto che potrebbe essere l’epidemia di SARS del 2002 e riflettendo sulle derive più allucinate della nostra società, Utopia finisce per creare una narrazione di fantascienza pericolosamente vicina alla realtà distorta in cui vivono molte più persone di quanto si pensi. Dopo essere stata confinata in un development hell che durava dal 2014, Utopia si ritrova oggi nella stessa categoria di film come Parasite di Bong Joon-ho e Joker di Todd Phillips. Capolavoro il primo, buono il secondo, ma sicuramente entrambi fanno due istantanee lucide ed efficaci dei nostri giorni. Anche la serie di Amazon lo fa, ma è difficile capire quanto la cosa sia voluta.

Al netto di questo suo lato così sinistramente a fuoco, di Utopia non rimane che qualche ora di intrattenimento da streaming stupidotto e sconclusionato, elevato a evento irrinunciabile da quello stesso pubblico che Utopia irride e tratta come cavia da laboratorio. Un esperimento curioso e a tratti divertente, ma assolutamente non in grado di sostenere più di una stagione.

La cancellazione può aver colto di sorpresa chi vedeva in questa sua capacità di attrarre il popolo nerd qualcosa di valevole, in grado di generare grossi numeri e un interesse più generalista. In realtà è l’ennesima dimostrazione di come questa sottocultura non sia altro che una bolla totalmente ripiegata su se stessa, incapace di attrarre il pubblico mainstream se non annacquando i concetti e includendo elementi già abbondantemente predigeriti.

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