“Soul”, la vita l’universo e tutto quanto

soul pixar

Come se non fosse bastato tutto il resto, la pandemia è riuscita anche a strappare alle sale cinematografiche l’ultimo prodotto di casa Pixar, Soul di Pete Docter, relegandolo alla sola visione casalinga sulla piattaforma Disney+. Davvero un peccato mortale. Un po’ perché in questo modo non sarà fruibile da tutti (a meno di procurarselo illegalmente), un po’ perché vuoi mettere la magia del cinema?

Chi scrive pensa ancora che la sala cinematografica rappresenti un tesoro da preservare e ha avuto la fortuna di vederlo ben due volte sul grande schermo, alla Festa del Cinema di Roma. Di entrambe le visioni ricorda ampio spargimento di lacrime. Il “piangiometro” Pixar (strumento che forse i creativi di Emeryville hanno inventato sul serio, per testare la resistenza dei dotti lacrimali umani alle loro storie), già messo a dura prova in passato da opere come Toy Story 3, Coco e i precedenti film di Docter, Monsters & Co., UP e Inside Out, tocca ancora una volta livelli preoccupanti: non ero l’unica, a fine visione, a tirare su col naso, pur trovandomi in mezzo a soli adulti.

Ed entriamo subito nel vivo della questione: Soul è un film per adulti. C’è chi scriverà “un’opera per tutte le età”, “dai molteplici piani di lettura”, “destinato a grandi e piccini”, ma non è così. Soul non ha un piano di lettura per i bambini, è il primo film animato della Disney (e intendo dal 1937, anno di Biancaneve, a oggi) a essere innegabilmente, indubitabilmente, sfacciatamente destinato agli adulti. Il protagonista è un musicista jazz nero di mezz’età (doppiato da Jamie Foxx in originale e Neri Marcorè in italiano), con grandi ambizioni ma frustrato dal lavoro di insegnante di musica in una scuola media. Intorno a lui ci sono solo adulti, per lo più neri, che fanno discorsi da adulti.

Quando Joe, questo il suo nome, cade in un tombino, perde conoscenza e si ritrova quasi all’altro mondo (the great beyond), ma riesce a scamparla e viene catapultato nell’ante-mondo (the great before), di recente ribrandizzato “io-seminario” (you-seminar) per svecchiarlo. E questa è la grande invenzione del film, un po’ complessa da spiegare a un bambino: l’ante-mondo è il luogo in cui le anime formano la loro personalità prima di nascere e trovano la scintilla che permette loro di avere un pass per scendere sulla Terra e, letteralmente, venire al mondo.

Sono aiutate dai Jerry, incarnazioni del campo quantico unificato (ovvero versioni semplificate dell’universo), dei guardiani-consulenti dall’aspetto minimale, un po’ Linea di Cavandoli, un po’ quadro di Picasso, un po’ icona del Finder del sistema iOS (già nel personaggio di Eve, in Wall-E, si era vista l’influenza del design Apple). A Joe, scambiato per un luminare della psicologia, è affidato l’incarico di fare da mentore all’anima numero 22 (Tina Fey in originale, Paola Cortellesi in italiano), che però sta benissimo nella sua comfort-zone pre-nascita, odia la Terra e i terrestri e di nascere non ne vuole sapere. Ha già fatto impazzire mentori ben più celebri, tra cui Madre Teresa, Jung, Gandhi, Lincoln… generando le migliori gag del film, ovviamente incomprensibili ai più piccoli, perché nessun bambino sa chi siano costoro. Lo scontro è dunque tra un’anima che non vuole nascere e una che non vuole morire, robetta non da poco.

soul pixar

Non scomodiamo il paradosso del Comma 22, a cui il personaggio potrebbe fare riferimento, ma soffermiamoci un attimo sui Mistici Senza Frontiere, i fricchettoni fatti di qualsiasi cosa (non detto ma ampiamente sottinteso) che entrano in scena a bordo di un veliero psichedelico sulle note di Subterranean Homesick Blues (Bob Dylan in un film d’animazione, rendiamoci conto). Personaggi che, mentre nel mondo reale suonano i bonghi o roteano cartelli, si separano dal loro corpo terreno per entrare in contatto con le anime perse. Complicato da spiegare a un bambino. E chi sono le anime perse? Dei mostri neri, giganteschi cumuli di paranoia e angoscia, persone vive ma morte dentro, le cui gioie sono diventate ossessioni che le scollegano dalla vita. E il cui aspetto esteriore, secondo lo scenografo del film Steve Pilcher, «rappresenta una prigione psicologica restrittiva e autoimposta». E girano in tondo confuse, rabbiose, sconnesse da tutto e tutti, allontanate dalla realtà. Complicato anche questo.

Sì, okay, ci sono le gag con un gatto ciccione, Mr. Muffola, che si ritrova invischiato, suo malgrado, nel ritorno sulla Terra di Joe. La parte centrale del film, il secondo atto, è tutta in mano a loro due e a New York, riprodotta in maniera quasi fotografica, di una bellezza disarmante, che la rende un altro comprimario della storia. L’ambientazione realistica, con anatomie spigolose e architetture imperfette, è del tutto opposta a quella immaginaria e astratta dell’ante-mondo e ha una resa grafica dichiaratamente ispirata al classico del 1961 La carica dei 101,in cui l’estetica, contravvenendo alle linee morbide fino ad allora dettate da Walt Disney, verteva sulla stilizzazione e sul tratto grezzo della matita.

Il film ha un impianto tradizionale e una struttura lineare: Joe vuole passare da frustrato insegnante ad affermato musicista e finalmente ha l’occasione di suonare dal vivo con la grande Dorothea Williams, morirebbe felice se potesse esibirsi con lei (testuali parole) e fa di tutto per realizzare il suo sogno. È dunque quello il suo scopo nella vita? Le anime prima di nascere devono conquistare uno scopo? Si può essere felici senza uno scopo? La vita ha senso lo stesso? E il senso della vita qual è? Queste, in soldoni, le domande attorno al quale gira il film. Nessun personaggio bambino, nessun pupazzo colorato, merchandising impossibile, lunghe sequenze di musica jazz, tematiche complesse, citazioni incomprensibili.

È indubbio che tanti film del canone Disney trattino argomenti “da grandi”, cercando di rielaborarli in una chiave accessibile ai bambini. Ci sono intere storie strutturate intorno al concetto di morte (basti pensare a Bambi o al più recente Coco). Pete Docter è sempre stato quello che più di tutti ha flirtato con argomenti molto adulti e poco commerciali, e infatti i suoi film sono quelli in cui il merchandising va peggio e il piangiometro schizza più in alto, ma un punto di contatto con i più piccoli finora c’era sempre stato.

Inside Out affronta un argomento complicato come le emozioni ma ci sono colori, pupazzi, una protagonista bambina, una famiglia. Il coinvolgimento è istantaneo, anche per i più piccoli, che conoscono ciò di cui si parla, sanno cosa sono gioia, tristezza o paura. Up ha un protagonista anziano ma c’è anche l’avventura, una casa che vola, luoghi esotici, animali bislacchi, un cattivo contro cui combattere. Scavando indietro tra i classici viene in mente Il gobbo di Notre Dame, una storia che, gira e rigira, parla di lussuria e politica (il perfido Frollo frustrato dalle pulsioni sessuali, il diritto d’asilo, lo scontro gitani/guardie…), ma il gobbo è un protagonista che ispira tenerezza, ed esiste il peluche di Quasimodo. Sfido qualunque bambino a desiderare il peluche di Joe Gardner o di 22, un’anima esteticamente identica a tutte le altre, di un anonimo celeste.

soul pixar

Docter in Soul non tenta di spiegare la morte ma filosofeggia sul senso della vita. Mette in piedi un’impalcatura di concetti che concede ben pochi punti di contatto ai più piccoli e sembra molto più interessato a far riflettere gli spettatori adulti sulla vita che stanno vivendo, piuttosto che a far capire agli spettatori bambini che troveranno il loro posto nel mondo. Come in Inside Out, l’antagonista non è un essere in carne e ossa, ma è interno al protagonista stesso, e il conflitto ha a che fare con il passato e i sogni infranti, con l’infelicità, i ricordi, le ambizioni e il senso da dare, a posteriori, a una vita in parte già trascorsa. L’immedesimazione, per un adulto, è totale. Soul condensa in cento minuti un secolo di psicanalisi, ci mette di fronte al nostro vissuto, ai nostri desideri, a quello che abbiamo fatto e a quello che verrà, inclusa la morte.

Un bambino non ha un passato con cui fare i conti, non ha rimpianti né rimorsi, non si chiede quale sia il senso della vita e giustamente potrebbe annoiarsi se qualcuno impiegasse cento minuti per tentare di spiegarglielo. Sotto i dieci/dodici anni, c’è il rischio che Soul possa annoiare. Certo, la tecnica è sempre così perfetta da incantare chiunque (Docter aveva mostrato il suo incredibile talento di world-builder già con Inside Out), il ritmo è incalzante e le gag slapstick non falliscono mai. Mettiamola così: Soul è un film d’animazione poco mainstream e anti-commerciale, indirizzato agli adulti, che incidentalmente potrebbe piacere anche a un bambino. Ma è palese che la sua chiave di lettura principale sia tutta dedicata ai più grandi. Joe nell’ante-mondo si stupisce di come le anime siano immuni da qualunque danno fisico, e 22 gli spiega che «qui un’anima non può essere schiacciata, per quello c’è la vita sulla Terra». Una frase su cui un bambino non si sofferma, ma che arriva in testa a un adulto come un’incudine.

Secondo lo stesso Pete Docter, «questo film parla di allargare il proprio punto di vista per pensare in modo più ampio a ciò che la vita può offrirci e a quello che noi possiamo offrire alla vita». Il messaggio arriva forte e chiaro. E nessun adulto dovrebbe lasciarselo sfuggire.

Leggi anche:

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.