“The Mandalorian” è tutto quello che volete

ATTENZIONE: QUESTO ARTICOLO CONTIENE SPOILER

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Pensate a tutto quello che è la nuova trilogia di Star Wars. Il risveglio della Forza era un tentativo abbastanza riuscito (o meglio: è un film della madonna con una storia un po’ così, ma è talmente potente che te ne accorgi solo quando è finito) di mischiare vecchio e nuovo, accontentando fan incalliti e attirando nuove generazioni di spettatori, tra personaggi freschi, devastanti carinerie (BB-8) e rispolvero di vecchie glorie. Era il modo che aveva trovato la Lucasfilm di rifare l’ovvio spacciandolo per primizia.

Poi Gli ultimi Jedi aveva giocato a fare l’iconoclasta, lasciando aperti spiragli interessanti che sono però stati soffocati con il nostalgismo de L’ascesa di Skywalker, un disperato appello alla restaurazione di un ancien régime in frantumi. Ai margini, Rogue One e Solo, due spin-off/prequel (il primo valido, il secondo poca cosa) che rimestavano nella tradizione ma che avevano poca progettualità, o non ne avevano affatto.

Lo Star Wars Disney ha rappresentato una navigazione a vista francamente anacronistica in un mondo dove i franchise come quello Marvel pianificano – almeno a grandi linee – con anni di preavviso le relazioni di forza che ogni produzione instaura con quelle attorno a sé. Non solo, è anche stata una saga che, per ora, si è fatta tremendamente condizionare dal giudizio dello zoccolo duro dei fan, una frangia talebana di spettatori che non sa quello che vuole, sa soltanto quello che non vuole. Cercando di accontentare, ha scontentato tutti.

La seconda stagione di The Mandalorian ha voluto colmare entrambe le lacune, rendere Star Wars come l’Universo Cinematografico Marvel e prodigarsi ai piedi dei fan, ma senza farla sembrare una mancanza di amor proprio. The Mandalorian è un Lone Wolf and Cub in salsa fantascientifica in cui un cacciatore di taglie appartenente alla cultura dei Mandaloriani si trova a dover accudire un piccolo della stessa specie di Yoda. Questo almeno era il senso della prima stagione, tutta lande desertiche e atmosfere western.

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Rispetto alla prima stagione, la seconda si è aperta a meno novità e si è interfacciata con moltissime vecchie conoscenze della saga (Ahsoka Tano, Boba Fett, Luke Skywalker), ognuna delle quali si trova il terreno preparato per intraprendere nuove avventure. Ora, questo è il progetto, non so quanto avrà successo ma tant’è. Di certo, almeno sulla carta, si presterebbe molto di più del mondo Marvel – per come l’abbiamo visto al cinema – poi nella realtà dei fatti bisognerà vedere se gli autori riusciranno a scollarsi da quei magneti narrativi (Yoda, ma neonato; Boba Fett, ma parlante; gli Skywalker) e a inventarsene di nuovi.

La seconda stagione dello show ha ribadito che lo Star Wars di questa generazione ha un obiettivo solo: accontentare i fedelissimi. E, dato che la nuova trilogia ha fallito nel compito, Mandalorian lo fa con una devozione e una spietatezza rare. Se nella prima stagione tutto sommato uno spettatore non addentro al mondo di Star Wars poteva provare del divertimento, in questa seconda tornata di episodi tutta l’impalcatura emotiva è sorretta dal presupposto che si conoscano i personaggi in questione.

Ahsoka Tano («Chi?», tranquilli è apparsa nella serie a cartoni The Clone Wars, se non la conoscete siete giustificati), Boba Fett, Luke Skywalker sono introdotti nella storia con una devozione religiosa e un’aspettativa che si riserva soltanto a vecchi amici che non vediamo da anni. Questo fervore, nel caso di Luke, arriva a un livello d’insistenza tale da avermi fatto pensare fino all’ultimo che fosse un trabocchetto e che sotto il mantello ci sarebbe stato un emerito sconosciuto. Invece no, era proprio Luke (e nella mia testa è risuonato lui). Sono un sognatore, me ne rendo conto.

Siccome la funzione detta la forma, The Mandalorian si popola di personaggi e dinamiche da svilupparsi in opere future. A me era piaciuta l’essenzialità narrativa della prima stagione, con pochi personaggi e il tempo per esplorare le loro menti. Poi però queste menti non è che le abbiano tanto esplorate e nella seconda stagione si sono fissati su due-tre meccanismi abbastanza ripetitivi (ostacolo sul cammino, aiuto da parte di una nuova conoscenza a patto di risolvere un problema di quest’ultima, rimozione dell’ostacolo, nuovo ostacolo, «vai da lui/lei», «ah no, lui/lei non può, allora vai da lui/lei»).

mandalorian ashoka tano

The Mandalorian sembra più un film allungato colmo di scene riempitive. Gli autori hanno disseminato tanti piccoli bei momenti nei vari episodi quando avrebbero potuto concentrarli e dare loro più peso emotivo. Per dirne uno, Mando che si toglie l’elmetto nel finale è un passaggio forte che viene però sminuito dalla scena, avvenuta qualche episodio prima, in cui per necessità di trama l’uomo si trovava costretto a mostrare il volto a degli estranei – una scelta davvero insensata, nonostante lì per lì fosse stata una bella sequenza.

Eppure, mentre guardavo i singoli episodi, mi trovavo a tifare per i personaggi e ad apprezzare gli svolgimenti (la tenera signora Rana che deve tornare dal marito per figliare, con un bellissimo segmento sull’incomunicabilità linguistica, Mando che si toglie l’elmo, il rapporto tra Mando e Grogu ruffianissimo ma efficace). Quando però si è trattato di tirare le somme del discorso, Mandalorian è crollata, e quella che sembrava fascinosa essenzialità si è rivelata vuotezza inconsistente. Nel finale della stagione succedono tante cose, tutte in fretta, c’è una conclusione che vede il ritorno di Luke Skywalker (la cgi per ringiovanirlo è ai livelli di Tron: Legacy, se non peggio, e mi ha alienato e spinto fuori a calci dalla visione) e un’altra che posiziona Boba Fett per una nuova serie tv – giusto per rimarcare il fan service.

È fan service fatto bene, però è comunque fan service che ti confonde le idee e nasconde certe scorciatoie di sceneggiatura. A Lucasfilm non pare importare granché, il loro obiettivo era quello di farsi perdonare le sviste commesse nei film e dare al pubblico quello che il pubblico voleva.

È bello che gli autori si siano presi i loro spazi, esaudendo quel desiderio che molti avevano espresso all’arrivo di queste piattaforme di streaming, cioè la libertà di giocare con i tempi non più televisivi di un episodio, aprendo la vena di potenziali sperimentazioni (episodi da cinque minuti o maxipuntate da due ore che diano davvero l’idea di un’unità narrativa importante) e dando l’idea che una storia debba finire quando deve finire, non perché l’emittente ci deve infilare dentro tre slot pubblicitari. Peccato che poi li abbiano riempiti con troppo poco materiale.

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The Mandalorian rifiuta la standardizzazione e passa da episodi di mezz’ora a puntate di quasi un’ora, tenendosi stretta però l’uscita cadenzata come se fosse un palinsesto smaterializzato. Questa frequenza settimanale ha giocato a favore della serie, perché il pubblico e le testate d’informazione avevano tutto il tempo di inondare il web con discussioni varie, recuperando quel senso di visione comunitaria che si perde con il binge-watching. Forse l’hanno fatto perché le puntate si assomigliano un po’ tutte e viste di seguito il trucco si svela? Resta il fatto che, proprio come nei confronti dei fan, The Mandalorian guarda alla televisione mantenendo un piede nel vecchio e uno nel nuovo.

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