C’è baruffa nell’aria, ovvero: un problema di collezionismo

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A sinistra la copertina di Urania Collezione 103 e a destra la copertina di Urania Collezione 216. I due volumi presentano lo stesso romanzo

Le community online degli appassionati sono sempre litigarelle. Non che le cose vadano poi molto meglio durante le pizzate: animosità, invidie, piccole gelosie e pura e semplice maleducazione fanno sempre capolino. A prescindere dal settore e dalla stagionalità. Abbiamo messo sotto la lente del nostro microscopio, tra Natale e Capodanno, alcuni gruppi di appassionati di fantascienza italiana, che leggono – o perlomeno si ritrovano – sotto le bandiere di chi segue Urania, la rivista di fantascienza più antica ancora in attività in Italia (è di proprietà di Mondadori) e una tra le più longeve al mondo.

Come al solito, c’è sempre qualche “casus belli” che scatena le ire polemiche degli appassionati. Subito c’è il gruppo di chi vorrebbe andarsene portando via anche il pallone e lasciando da soli gli altri poveri appassionati: «Basta, boicottiamo questi editori intransigenti che non capiscono niente», «chiudiamo tutto», «andiamocene via». Il casus belli, questa volta, è come sempre ombelicale: un abbonato alla collana mensile da edicola Urania Collezione (che a gennaio fa uscire il numero 216, cioè quello del diciottesimo anno di vita) lamenta offeso oltre il tollerabile: «Ripubblicano Starman Jones di Robert A. Heinlein». L’Urania Collezione 216 del gennaio 2021 infatti era già uscito con l’Urania Collezione 103 dell’agosto 2011, nove anni e mezzo fa.

Sul blog di Urania i commentatori vengono – a detta dei frondisti – censurati quando commentano in modo critico a margine dell’operazione editoriale. Chi ha facoltà di parola però riporta pareri contrastanti: c’è chi dice infatti che Urania fa bene a ripubblicare libri ormai introvabili (hanno vita effimera in edicola e scompaiono spesso anche dalle bancarelle e dai mercatini online) e chi si offende oltremodo perché così la collezione presenterà dei doppioni “fisiologici”, oltretutto inevitabili per chi è abbonato («oltre al danno, la beffa»).

Urania Collezione è una collana nata a marzo del 2003 con cadenza mensile, come dicevamo, e con un formato allora inedito per la fantascienza di Mondadori. Sostituiva i Classici, vera fucina di ristampe periodiche, come del resto la stessa testata-madre Urania, che ha addirittura per anni ripubblicato libri già editi con il nome esplicito di riedizioni, oppure li ha passati a Millemondi, la collana semestrale-trimestriale-quadrimestrale sempre di Urania.

L’ambizione di Urania Collezione, però, era quella di presentare nuove edizioni con una cura particolarmente elevata: apparati critici più studiati, forma piacevole e meno “cheap” rispetto ai fascicoletti di Urania, tentativo anche con copertine curate e impaginate diversamente di dare una dignità quasi da libreria – e certamente “collezionabile” – alla serie. Certo, poi Mondadori gioca su più tavoli contemporaneamente e ha manager che cercano di far quadrare prima i numeri del bilancio che non altro: e quindi si salta dalla libreria all’edicola, dalle antologie ai grossi volumi delle serie, dalle riedizioni estemporanee a quelle pianificate nel tempo.

Lo snello Urania, che un tempo era considerata una vera rivista ed era arrivata ad avere cadenza settimanale e poi quindicinale, ha rischiato di evaporare più volte dalle edicole, gli abbonamenti seguono i capricci del nostro sistema postale, mentre si moltiplicano i volumi di grosso formato che il marketing di Mondadori considera evidentemente più appetitosi per altri pubblici che non siano “i soliti impallinati di Urania” che magari lo comprano da venti, trent’anni.

La serialità di Urania e della fantascienza in generale è diversa da quella dei fumetti perché si nutre di un patchwork di autori e tipi di opere diverse: Urania cerca da sempre di aprire a strade nuove anche se poi è molto conservatrice nel tipo di letteratura fantascientifica che pubblica, come ci aveva a suo tempo detto anche Giuseppe Lippi. Però come i fumetti anche la fantascienza e le collane come quelle di Urania e le sue sorelle hanno una “collezionabilità” che attrae sguardi e desideri diversi da quelli del semplice lettore affamato di storie.

Per quanto siano validi non si può certo dire che gli Urania siano “belli” in nessuna delle loro manifestazioni. Eppure, hanno un seguito di innamorati collezionisti – che si dovrebbero più propriamente chiamare “accumulatori” – ai quali viene l’ittero se manca un solo numero dell’amata testata sullo scaffale della Billy del soggiorno o della cameretta. Sono talmente impallinati, o “presi bene” come si dice oggi, che sono disposti a bruciare tutti i loro preziosi Urania e far partire una crociata iconoclasta degna del miglior Savonarola se la fantomatica “redazione” si macchia dell’unico peccato mortale per loro concepibile: mancargli di rispetto. Se l’appassionato pensa e dice, non chiede ma pretende. E in una sorta di comunismo dei mezzi di produzione sente che la “sua” Urania gli appartiene e dovrebbe fare come dice lui (immancabilmente un maschio bianco con pancetta e almeno altre tre collezioni accumulate in casa, oltre a un paio di hard disk pieni di fumetti e romanzi ovviamente piratati).

È la stessa sindrome per cui in Italia ci sono 60 milioni di allenatori della Nazionale, che nei periodi di Covid diventano altrettanti milioni di esperti di epidemie, virologi e addetti alle manovre macroeconomiche. Sempre pronti a disegnare la strategia unica e vincente che, per coincidenza, è completamente ignorata da tutti gli altri: il popolo bue e pecorone, unito ai “signori del vapore” ignoranti e avidi oltre che probabilmente disonesti, perché no, anche bypassando l’idea che siano in realtà loro ad avere in casa migliaia e migliaia di euro in formato elettronico di violazioni della proprietà intellettuale e del copyright altrui.

Un fondo di verità c’è, per carità: può una serie esplicitamente da collezione, che propone una summa raffinata e ripulita del meglio della fantascienza, fare una ristampa con numero progressivo? È concepibile che Tex tiri fuori un nuovo numero della serie principale che è una ristampa di una vecchia storia? È concepibile che a metà della quinta stagione di The Expanse infilino un episodio della prima, così, perché era uno venuto particolarmente bene?

I collezionisti seriali, i grandi accumulatori bulimici di carta (quelli che giurano e spergiurano che hanno letto tutti gli Urania che hanno comprato, ma potete scommetterci dei soldi, molti soldi, che non è vero) non hanno tutti i torti. E Urania sicuramente non è un capolavoro di cura editoriale: chi si occupa di decidere e produrre i Meridiani di Mondadori probabilmente ha una sensibilità diversa e più affinata da quella di chi è alla catena di montaggio dei fascicoli da edicola e mette assieme Gialli, Segretissimo e Urania (per tacer del resto) settimana dopo settimana, mese dopo mese. Però quel che affascina l’osservatore disincantato, l’etnologo che lavora alla nuova aula del museo di antropologia culturale nel palazzo Nonfinito della cultura nostrana, è la mania della serialità, il collezionismo come ossessione che cozza con l’irregolarità della volontà economico-imprenditoriale.

Urania è in questo caso una scusa, un modo per parlare di cosa sia lecito per il collezionista attendersi e in quale misura (ma molto psicoanalitica) “pretendere” dall’editore. Ma è anche un oggetto particolarmente difficile e territorio cruento di confronto, perché Urania è stata, nel corso dei decenni, straniata più volte, con serie irregolari, dalla fattura a volte approssimativa, saltando di formato con disinvoltura e tragica regolarità.

Collezionare Urania vuol dire innanzitutto fare la guerra e poi la pace con una storia editoriale contorta, articolata, contraddittoria, spartana e barocca al tempo stesso. Vale la pena? I grandi accumulatori vi diranno certamente di sì. Ma è la stessa cosa che per i fumetti e tutto il resto? Qui ci sentiamo di esporre dei sentiti dubbi. E il pubblico dei vari Jimmy il Fenomeno che popola i belligeranti forum non potrebbe che essere d’accordo: l’unicità dopotutto è l’unica cosa che li distingue, per il resto tutti dannatamente uguali tra loro.

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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