La Cina attraverso gli occhi di una madre

mia madre li kunwu fumetto

Dopo il monumentale Una vita cinese, Add Editore porta in Italia la più recente opera dell’autore cinese Li Kunwu, Mia Madre, un omaggio mosso da pietà filiale ma, soprattutto, l’ennesimo tassello dell’immenso e decennale affresco storico del maestro del manhua. In questo suo nuovo lavoro, l’autore non si limita a raccontare la vita di una giovane Tao Fengyou, ma come sempre trascende la nuda biografia per restituire un’immagine più ampia della Cina e del suo popolo.

La Cina raccontata da Kunwu è principalmente un paese a vocazione rurale, attraversato da conflitti e al limite del collasso. Con la caduta del Celeste Impero e della dinastia Qing nella figura dell’imperatore Pu Yi nel 1911, la nascente Repubblica Cinese ereditò un paese enorme, consolidato nei suoi confini da una ferrea politica espansionistica, ma altrettanto fragile al suo interno.  Le contraddizioni sociali che avevano condotto alle rivoluzioni di Xinhai avevano indebolito e impoverito la Cina. La classe politica era afflitta da rivalità profonde, i signori della guerra avevano ritagliato per sé enormi feudi e spendevano gran parte delle loro ricchezze per mantenere i loro eserciti privati.

Le grandi speranze che avevano animato i moti sociali non avevano prodotto i risultati attesi: prima il governo Beyang e poi il partito nazionalista del Kuomintang nel 1928 non avevano in realtà promosso alcun cambiamento per la stragrande maggioranza del popolo cinese, che continuava a vivere di stenti, confrontandosi con una tasso di mortalità infantile ormai endemico. Fu su questa massa insoddisfatta che il giovane Mao Zedong fece leva per intraprendere la grande rivoluzione che cambiò per sempre il volto della Cina moderna. 

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La biografia di Tao Fengyun, soprannominata amabilmente Xinzhen, cioè “cuore sincero”, abbraccia questo lungo e concitato periodo della storia cinese: dal governo dei signori della guerra, passando per il periodo del Kuomintang, sino alla avvisaglie della rivoluzione maoista all’indomani del conflitto con il Giappone. Kunwu crea così un prologo ideale a Una vita cinese, concentrandosi sulla figura di una donna, la cui vita diventa un crocevia ideale per raccontare gli eventi salienti della storia

La narrazione ha inizio con la nascita di Xinzhen nel 1931 a Kunming, capoluogo della provincia dello Yunnan. Tao, il padre della piccola, è il braccio destro del Generale Gu, signore della guerra di Kunming. Il militare decide di prendere sotto la sua protezione la piccola Xinzhen: una scelta che la madre – di umili origini – non accoglie benissimo, decidendo di scappare dalla sua famiglia che abita nelle campagne.

La ricca Kunming, in cui l’approvvigionamento di riso è costante, si contrappone alle zone rurali dello Yunnan, dove i contadini vivono una condizione costante di precarietà. Kunwu sottolinea la contrapposizione tra città e campagna, la inasprisce e suggerisce che la rivoluzione maoista fosse una passaggio obbligato. Le scene della vita contadina sono dure e violente, e gli ambienti sono scuri, soffocati dagli inchiostri. L’unica possibilità per i bambini ammalati e ridotti a scheletri dalla fame è cercare ristoro alla luce del sole, prima di essere abbandonati come cenci usati fuori dalla porta all’approssimarsi della morte. Il tono di Kunwu è forzatamente melodrammatico e apologetico: non si fa fatica a capire che sono argomenti sbattuti in faccia a favore della politica del figlio unico. 

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La città, luminosa e brulicante di vita, si staglia di contro come un luogo di una possibile emancipazione per la piccola Xinzhen. Sin da piccola, la madre di Kunwu si dimostra portata per lo studio e per le discipline matematiche. Ed è per questo, che nonostante il rapporto conflittuale tra i genitori alla fine ha la meglio il buonsenso e la speranza che Xinzhen possa liberarsi di un fardello opprimente. Le lezioni del Maestro Lu sono oasi di speranza per la fanciulla. L’eccezionalità della vita di Xinzhen, troppo modesta per essere degna di essere raccontata secondo l’idea della stessa, è proprio in questa sua dimensione anfibia, del suo essere testimone di una contraddizione, che neanche il comunismo è riuscita a sbrecciare. La provincia resta sempre ai margini dell’impero.

Quello che rende speciale la narrazione di Kunwu (a volte didascalica e scolastica, vista l’estraneità degli eventi della storia recente della Cina al lettore occidentale) è il segno, che si muove tra il grottesco e la caricatura e restituisce i moti interiori dei personaggi, mai semplici stereotipi. Il tratto del pennello che di volta in volta si alleggerisce e si ispessisce cattura la vita, imbrigliandola nei dettagli. Il tutto è ammantato da un sentimento di pietà filiale e di nostalgia. Kunwu si pone in continuità con opere come Maus di Art Spiegelman o Fun Home di Alison Bechdel, tratteggiando con un sentimento di continuo stupore la figura materna.

Kunwu contempera i moti dell’anima a un approccio rigoroso: storia intima e denuncia social si intrecciano in un ottimo equilibrio, che trova un correlato oggettivo nel tratto naturale e gestuale del fumettista dello Yunnan. I volti pietrosi e sbozzati, le pieghe continue della pelle, i fumosi inchiostri che rendono alcune pagine asfittiche, la concitazione nervosa del pennello che cerca di restituire il movimento caotico della città durante i bombardamenti, sono tutti elementi di uno stile che pone un ideale ponte tra Oriente e Occidente.

Mia madre
di Li Kiunwu
traduzione di Giovanni Zucca
ADD editore, novembre 2020
brossura, 200 pp., b/n
19,50 € (acquista online)

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