Quando Neil Gaiman recensì “Il ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller

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Negli anni Ottanta, quando ancora lavorava come giornalista, Neil Gaiman recensiva qualunque cosa i suoi caporedattori lo mandassero a vedere, leggere o giocare. Scrisse molte recensioni per le riviste per adulti Knave e Fiesta, ma anche per testate come Escape e Imagine. Spesso le firmava con uno pseudonimo perché, a detta sua, «scrivevo troppo e per riviste in competizione tra di loro».

Verso la fine del decennio, Gaiman, che nel frattempo aveva cominciato a sceneggiare fumetti, abbandonò progressivamente la professione di giornalista. Continuò però a scrivere pezzi per riviste e quotidiani in occasioni speciali. L’uscita de Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller fu una di queste occasioni. L’opera di Miller decostruiva il mito di Batman e lo mostrava – ormai vecchio e fuori dai giochi – tornare in scena in una Gotham City in preda alle tensioni sociali, andando contro lo Stato e le forze dell’ordine. Fu un passaggio imprescindibile nel ripensamento del genere supereroistico. Geoff Klock nel libro How to Read Superheroes Comics and Why avrebbe scritto: «Il ritorno del cavaliere oscuro è la prima opera nella storia dei fumetti supereroistici a tentare una sintesi di quarantacinque anni di storia batmaniana in un unico luogo».

La recensione di Gaiman, apparsa in contemporanea sulla rivista Time Out (firmata con lo pseudonimo Gerry Musgrave), sarebbe poi stata ripubblicata nel 1997 nella fanzine Comics Forum (con un paragrafo ex-novo) e nuovamente nel 2002 all’interno della raccolta di saggi gaimaniani Adventures In The Dream Trade.

«Feci un po’ di critica letteraria per The English Science Fiction Foundation, un giornale di critica molto rispettato del Northeast London Polytechnic» raccontò Gaiman in un’intervista apparsa su The Comics Journal 169 del luglio 1994. «Scrissi alcuni pezzi tra cui una recensione de Il ritorno del cavaliere oscuro, cercando disperatamente di essere un critico ragionevole. Riguardandola, ho pensato: “Sì, magari qualcuno un giorno scriverà qualcosa di ragionevole su quel fumetto”.»

neil gaiman e frank miller
Neil Gaiman e Frank Miller nel 1998 | Foto di Jackie Estrada

Scritta nel settembre 1986, la recensione si apre su una considerazione sui sogni – tema che tornerà spesso nelle opere di Gaiman – e sul fatto che le fantasie a cui siamo esposti da piccoli siano quelle che ci manipolano per tutta la vita («che si tratti di Paperino, Mad Magazine o le vecchie bottiglie di vetro della Coca Cola»). Gaiman riepiloga poi l’evoluzione del personaggio di Batman – dal vigilante pulp delle origini all’eroe camp degli anni Sessanta – e definisce Il ritorno del cavaliere oscuro «una storia che prova a creare il primo grande graphic novel supereroistico americano».

Lo sceneggiatore di Sandman non manca di individuare gli elementi peculiari del fumetto – i media utilizzati come coro greco, la società vista come metafora dell’America dell’epoca («le gang di ragazzi sono gli yuppie di oggi, solo con un miglior senso del vestire e un linguaggio peggiore») – ma è particolarmente critico nei confronti dei meccanismi narrativi («la sottotrama che coinvolge Joker sembra appartenere a una versione preliminare della storia. È ininfluente ai fini della trama») e della condotta morale di Miller, che «non riesce a prendere sul serio la vicenda restando nel mondo delle convenzioni fumettistiche. Non riesce ad avere la botte piena e la moglie ubriaca. Il suo interesse per gli effetti che Batman avrebbe avuto in quel mondo sono subordinati alla trama. Il suo tentativo di creare ambiguità morali sfocia in una nebbia morale, come nel caso della gang di mutanti che, nel finale, diventa l’esercito di Batman». Secondo Gaiman, il Batman di Miller è un prodotto degli anni Ottanta, «una creatura oscura tanto quanto il mondo che sta combattendo».

Lo scrittore è però convinto che Miller abbia condensato con efficacia tutte le incarnazioni di Batman, «quello di Bob Kane, Bill Finger e Dick Sprang, il Batman di Infantino, Adams e Rogers, perfino quello di Adam West», nonché il fascino originale del personaggio, «che è lo stesso dell’ispettore Callaghan e di chiunque ponga se stesso al di sopra della legge: qualcosa che funziona, come comprende bene Miller, solo se la legge è ritratta come inerme e intenta a condonare il crimine».

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«Nella teologia del Nuovo Testamento ricordo che ci insegnarono di Kerigma e Didaché» spiegava Gaiman al Comics Journal. «Kerigma sono gli insegnamenti che vanno agli iniziati – potrei sbagliarmi – e Didaché gli insegnamenti che vanno al mondo, di tipo evangelico. La recensione del Cavaliere oscuro era probabilmente un testo di 250 parole di Didaché. Era molto “Guarda, sto cercando di scrivere qualcosa affinché le persone che nemmeno sanno che i fumetti meritano di essere presi sul serio prendano sul serio un fumetto di Batman”. Riguardandolo ora, penso che avrei dovuto fare Kerigma. Avevo l’opportunità di scrivere qualcosa di ragionato per le persone che conoscevano quel mondo e volevano superarlo

*Si ringrazia Leonardo Rizzi per l’aiuto nel reperimento delle fonti.

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