“Pazzia” di JiokE, un tuffo nel Male senza perché

di Maria Sara Mignolli

jioke pazzia

I racconti brevi e autoconclusivi sono armi affilate, almeno per me. Mi piace l’idea che in poche pagine si racchiuda il senso – parziale, relativo – di un’intera storia, ma la creazione del tutto sia lasciata all’immaginazione del lettore. Mi piacciono soprattutto se cominciano in medias res: ci si ritrova inaspettatamente catapultati in un mondo nuovo, nella vita di qualcun altro, disorientati come una parola nel bel mezzo di una frase di cui bisogna ricostruire il significato. In Pazzia accade proprio questo: si entra a far parte di un incubo che è già iniziato, e si diviene spettatori e testimoni di una torbida, profonda, intima e febbricitante allucinazione.

Undici brevi racconti, dunque, compongono Pazzia, libro d’esordio di Giovanni dell’Oro, alias Jioke, autore poco più che ventenne scoperto da Edizioni BD in occasione del progetto BD Next, la collana dedicata ai giovani talenti. Curiosa la scelta dell’autore di dare alla sua prima opera stampata la forma di un’antologia tematica, produzione che negli anni passati aveva incontrato l’interesse e l’apprezzamento del pubblico, ma difficilmente sperimentata da un giovanissimo. 

Calate in uno scenario horror, in cui riecheggiano le atmosfere di Poe o le inquietudini di Guy de Maupassant narrate con le graffianti immagini disegnate da Dino Battaglia, le undici storie di Pazzia ci pongono nella situazione in cui – semplicemente – accade che i personaggi, alcuni poco più che adolescenti dall’aspetto di inquietanti bambini, compiano atti degni del più feroce assassino. 

Succede. Lo sappiamo: ci sono persone che possiedono certe caratteristiche psichiche o vivono esperienze tali da far perdere loro l’equilibrio tra reale e irreale, tra bene e male, tra delirio e autocontrollo. Sono pazze, si dice. Abbiamo anche imparato dalla cronaca nera che esistono irreprensibili padri e madri che, a un certo punto, senza una credibile (reale?) ragione, all’improvviso arrivano a massacrare la famiglia. Sono impazziti, semplicemente impazziti. Così diciamo.

Ma la pazzia è un tema ampio e delicato, un terreno scivoloso e ambiguo. Dalle nostre parti ha assunto significati e valori molto diversi: per i greci alcune forme di pazzia erano associate al genio, al daimon dell’artista che, nella follia intesa come dono degli Dei, superava i confini dell’umano e trovava l’ispirazione per la creazione artistica. Un’immagine, quella del genio folle, che persiste nei romantici, figli della tempesta e dell’impeto… La pazzia si è trasformata da allora in un marchio poietico, un destino che consente di accedere al luogo dell’autentica creazione. 

Non è questo, però, il significato del titolo scelto per l’antologia di Jioke. Non c’è nessuna ragione spirituale, e neppure ha nulla a che vedere con la popolare identificazione della pazzia come possessione da parte del Maligno, o con l’idea di pazzia come ‘malattia mentale’ capace di affascinare e allo stesso tempo di disgustare la collettività borghese. 

Nel libro di Jioke la pazzia non viene assunta né come giustificazione né come causa, non ha la funzione di “spiegare”, ma è solo un titolo, appunto. Una parola per dare un nome ai contenuti che il libro ci propone e per fornire uno strumento cognitivo per affrontarli. Un espediente per raccontare un indicibile, concreto, reale. Poi, se questi personaggi sono davvero pazzi non ci è dato saperlo. Del resto, siamo noi che di fronte a stati psichici alterati, alle devianze sessuali, ad atti di estrema crudeltà e di violenza inconcepibile, utilizziamo il termine pazzia come uno scudo per poterci difendere, come una categoria del pensiero in grado di spiegare perché un uomo o una donna civilizzati possano comportarsi come mostri, perché diventa possibile che un vivo agisca come se fosse morto. Così diciamo: “è colpa della pazzia, tranquilli” e ci gustiamo le descrizioni più splatter del macabro racconto.

I fatti inquietantemente realistici e disturbanti che ci vengono mostrati sono così compiuti da personaggi in preda alla follia nelle sue diverse forme e modalità: raptus omicida, pensiero ossessivo, messa in atto di una spietata tecnica predatoria, esercizio del dominio attraverso la violenza fisica, desiderio di onnipotenza.

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È un pensiero che si fa atto, è una mano pensante quella che uccide, tortura, violenta e nel farlo prova piacere: i protagonisti di Pazzia ci mostrano senza pudore il lato catastematico dell’horror, sanno che il sublime è l’altra faccia dell’orrore e che il piacere è tanto maggiore quanto più grande è il dolore delle vittime. Sono tutti astuti predatori. Il loro occhio dilatato, inquietante, che osserva la preda, è l’occhio del rapace pronto a cogliere il momento esatto in cui attaccare. 

Un flusso di pensieri farneticanti, la cui dinamica narrativa ricorda il Blast di Manu Larcenet, ci svela a poco a poco il macabro evolversi degli eventi, dove incontriamo un’umanità dis-umana, come la ha chiamata Heidegger, accecata dal desiderio di autoaffermarsi attraverso la volontà di dominio e di potenza su altri esseri umani, che qui sono tutti fragili e indifesi. Vittime perfette, prede troppo facili perché inadatte, o non ancora adatte, a vivere in un mondo popolato da furiosi predatori. Qui nessuno può sfuggire al proprio destino, neppure se è solo un bambino, neppure se la storia è scritta come una filastrocca. Nessun luogo è sicuro, e non c’è nessuna possibilità di tornare a casa se ti perdi in una foresta abitata dai mostri, come sanno i protagonisti del racconto intitolato “Crooked”. 

In “30 giorni in Paradiso” invece si consuma un delirio bacchico, un estremo rituale dionisiaco. Le protagoniste, novelle menadi, mettono in atto un sacrificio umano, una feroce e fantasiosa tortura sul corpo del proprio nemico, il maschio. Ma mentre nelle Baccanti di Euripide la protagonista Agave, dopo aver compiuto sotto l’influsso di Dioniso atti scellerati e orribili contro il proprio figlio, ritorna allo stato di coscienza e diventa consapevole dell’orrore dei propri gesti, le protagoniste di “30 giorni in Paradiso” non hanno mai perso coscienza di sé: il loro rito è pianificato, strutturato, ricorsivo. Non esiste pentimento, né ritorno in sé, perché non c’è nessun a cui tornare.

Dal chiaroscuro di un cartone animato horror visto da Tim Burton, con l’uso del tratteggio e della stilizzazione, prendono forma i pensieri più torbidi dell’essere umano, in corpi che ricordano il character-design Disney, visto attraverso la lente deformante del fumetto underground (le pagine centrali del racconto “Sorelle” sono in questo senso un bell’esercizio di stile).

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Ma le scelte grafiche e l’impostazione complessiva della tavola guardano più al fumetto giapponese che a quello occidentale. In particolare ricordano i manga di Kazuo Umezz, di Junji Ito e di Haruto Ryo per l’uso di certe inquadrature che enfatizzano la deformazione dei volti e la distorsione dei corpi, nelle espressioni torve, negli sguardi inespressivi. 

Quello che emerge alla fine del libro, anzi alla fine di ogni racconto, ciascuno dei quali è inframmezzato da inquietanti incisioni rupestri – graffi che prendono forma su pareti nere – è nel complesso la riuscita e personale sperimentazione espressiva di un giovane autore che non ha paura di guardare nell’abisso, e si impegna a spingere i suoi giovani lettori a seguirlo.

Pazzia
di Jioke
Edizioni BD, ottobre 2020
cartonato, 144, b/n
14,00 € (acquista online)

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