Da Scandicci all’eternità: intervista a Sergio Staino

di Luca Boschi*

Caro Sergio Staino, il tuo libro-compendio da 400 pagine con ricordi e fumetti dimostra (se ce ne fosse ancora bisogno) l’unicità del tuo percorso fumettistico. Sei stato l’unico autore sulla faccia della Terra a interpretare in modo costante, a fumetti, attraverso il tuo “alter ego” Bobo, le inquietudini e i dubbi che dal 1979 a oggi hanno tormentato la sinistra riformista italiana. Qui intendiamo quell’area che dal vecchio PCI, se non dai gruppi extraparlamentari alla sua sinistra, è stata alle prese con le trasformazioni del “partitone”, la cui pesante eredità è oggi sulle spalle del PD.

Quel signore di Scandicci (Rizzoli Lizadrd) ne racconta la parabola attraverso alcuni passaggi salienti, in cui metti in gioco te stesso. Non credo che, almeno in Europa, ci sia qualcun altro ad aver raccontato qualcosa di simile, pur con le dovute differenze che coinvolgessero la sua storia personale o quella del suo Paese.

sergio staino quel signore di scandicci

Mi viene in mente il povero Georges Wolinski, ucciso nella redazione di Charlie Hebdo quasi 6 anni fa. Mentre tu disegnavi su l’Unità, lui aveva fatto lo stesso su L’Humanité, organo comunista francese. Ma nemmeno lui ha fatto quello che hai fatto tu, pur avendo cominciato prima.

È vero, quello di Wolinski verso il mondo, e verso la sinistra, è stato un atteggiamento molto diverso dal mio. Preciso che sono stato molto amico di Wolinski.

L’hai anche fatto lavorare come attore nel tuo secondo film, Non chiamarmi Omar (1992).

Abbiamo viaggiato insieme, siamo stati insieme a dei festival, come quello di Cuba, la Biennale dell’Umorismo, e mi ricordo che all’epoca era molto critico, come tutti noi, circa la brutta piega che aveva preso la società cubana. Però non ha mai ripreso queste valutazioni nelle sue tavole a fumetti. Era una persona deliziosa, ma piuttosto lontana dalla passione politica. È sempre stato anarchico e quindi individualista, non si è posto come portavoce di un sentire collettivo. Io invece penso di esserlo diventato, forse anche mio malgrado.

Credo che sia stato palese dopo che ho disegnato il fumetto con Bobo ai funerali di Enrico Berlinguer; allora sono diventato un punto di riferimento per una moltitudine di comunisti. Guardavano a Bobo come al fratello che leggeva in modo giusto anche la realtà interna e complessa del PCI di allora, gli anni Ottanta.

Se ne sono accorti anche dei fini intellettuali, primo fra tutti Umberto Eco.

Ne sono stato lusingato. Eco sostenne che lo studioso del futuro, una specie di alieno proveniente da un altro pianeta in cerca d’indicazioni per interpretare i cambiamenti della società italiana, ne avrebbe trovate più nelle strisce di Bobo che negli annali di Lotta Continua o negli editoriali di Rinascita. Mi riconosceva la capacità di raccontare, attraverso i fumetti, le caratteristiche di una sinistra sincera, in quegli anni lì, e quindi di una larga fetta della società.

Pensandoci bene ho fatto un sacco di errori, ma ho anche scritto cose giuste, di cui trovo la riprova anche tra la gente che frequento ora. Incredibilmente ho 80 anni e, facendo un bilancio, non posso che constatare come alcune delle persone migliori che ho avuto la fortuna di conoscere le ho incontrate per il successo dei fumetti.

Per esempio?

Sono tante: Francesco Guccini, Furio Colombo, Massimo Recalcati, Dacia Maraini (che firma la prefazione del nuovo libro)… Persone belle, pulite, con una grande disponibilità verso l’altro. L’ultima soddisfazione che ho avuto è stata proprio l’8 giugno quando ho compiuto 80 anni. Ero in auto con mia moglie e mi è arrivata una telefonata da un numero sconosciuto. Ho risposto e una voce ha detto: «Buonasera Staino, sono Sergio Mattarella».

Ah, però!

Ho immediatamente pensato a Neri Marcoré. E gli ho detto: «Dài, finiscila, chi sei?». E lui: «Guardi, Staino, sono proprio io, se crede le detto il numero del Quirinale e mi chiama direttamente. Ho visto che sta compiendo gli anni e ho voluto farle gli auguri, perché lei è una persona che stimo tantissimo». Sono rimasto di ghiaccio. Questa cosa mi ha messo addosso un’agitazione infantile. Mentre parlava non capivo più nemmeno cosa dicesse e ho pensato subito alla prima cosa che può venire in mente a un bambino: «Madonna, devo chiamare mia mamma!»… che è morta da tanti anni, povera donna.

bobo sergio staino

Volevi condividere il fatto di essere stato bravo!

La cosa mi ha colpito, perché stimo molto Mattarella e penso che se l’Italia regge ancora si deve proprio a lui. Non credevo che leggesse satira, ma i tempi sono proprio cambiati e anche noi autori abbiamo dato il nostro contributo per leggere la società. Se penso a quando ero bambino io e ci sequestravano i giornalini che portavamo a scuola, se penso alla Rinascita con gli articoli di Nilde Iotti, dove si scagliava contro quella forma di espressione “indegna” costituita dal fumetto e dal fotoromanzo…

Insomma, mentre Mattarella parlava ero contento per il riscatto che il fumetto si era conquistato. Negli ultimi anni un po’ di strada l’abbiamo fatta ed è ormai riconosciuto che il fumetto non solo ha una dignità pari a quella di altri linguaggi, ma che ha delle possibilità, come la canzone d’autore, di raggiungere strati di popolazione molto ampi.

È un fatto eclatante che molti, specialmente i più giovani, oggi leggano autori politicamente impegnati come Zerocalcare.

Quelli di Zero sono racconti importanti non solo perché parlano della scena internazionale a chi forse non se ne sarebbe interessato altrimenti, ma anche perché nello stesso tempo svolgono un’indagine interiore, indagano le inquietudini dell’autore. Trovo che siano di grande aiuto alla democrazia del nostro Paese, dominato dall’ignoranza delle classi dirigenti.

Sarebbe bello che avessimo una nuova generazione di giovani ansiosi di capire il mondo informandosi anche attraverso strumenti come il fumetto. Perché, sia chiaro, se nella situazione attuale c’è qualcosa che può salvarci, è solo la cultura.

Quando nel 1979 hai cominciato a pubblicare le prime strisce di Bobo su Linus, il presidente era Pertini, noto amante della satira e collezionista di disegni originali.

Pertini aveva un voce controcorrente di enorme autorevolezza e nei fumetti adorava soprattutto Andrea Pazienza, che lo aveva disegnato tante volte e gli aveva anche dedicato un libro, appunto Pertini.

Abbiamo lasciato in sospeso il discorso sul fumetto della tua “svolta”: quello sulle tue riflessioni durante i funerali di Berlinguer.

È stato fondamentale, perché ho parlato a una quantità di persone, un 80% delle quali non sapeva nemmeno come si legge un fumetto. Si è sforzato di farlo da allora. Ricordo lettere e testimonianze di compagni che dicevano: «Madonna, non ci capisco nulla, ma la prima cosa che mio figlio va a leggere su l’Unità è la striscia di Bobo». Questo già lo portava ad avvicinarsi a un mezzo di comunicazione che aveva ignorato fino a prima.

bobo sergio staino

Come hanno preso consistenza i tuoi dubbi sulla politica più massimalista, quella marxista-leninista, che avevi professato negli anni caldi del post-Sessantotto? Ti hanno avvicinato al PCI e hanno favorito il tuo approdo a l’Unità?

Tutto è avvenuto in modo casuale e non programmato, seguendo un filo rosso che non si vedeva ma esisteva sottotraccia ed era congeniale alla sincerità con cui ho sempre svolto il mio lavoro. Il primo momento di rottura con il passato è stato quando ho scritto una battuta critica sulla Cina. Stavo uscendo dai “miei primi quarant’anni” con un grande bagaglio di frustrazioni, di fallimenti, e anche con un senso di grande paura per quello che avevo rischiato.

A cosa ti riferisci?

Forse è stato un caso che, di fronte ai fallimenti dell’ideologia, non sia finito nella fossa del terrorismo. Ho ammesso di essere stato ingenuo, credendo in una rivoluzione che aveva la Cina come modello. Così, ho fatto questa vignetta con Bobo che si guarda in giro e vede i suoi ex compagni di lotta che si sono un po’ piazzati da una parte o dall’altra, e constata che l’ultimo a restare col culo per terra è proprio lui.

Come il Gastone di Petrolini, che sentenziava «A me mi ha rovinato la guerra», Bobo rifletteva: «A me mi ha rovinato la Cina!». La battuta è stata proprio sofferta, ma dopo aver superato il blocco che m’impediva di esprimere questa posizione, non ho più avuto vergogna di niente. Questo mi ha aiutato tantissimo ad affrontare gli argomenti successivi senza autocensure.

Be’, non eri mica tu direttamente, erano le battute in bocca a Bobo!

È stato un passo avanti. Sai benissimo che quando ho cominciato a disegnare, a 39 anni, non “di primo pelo”, la mia conoscenza dei fumetti fosse molto scarsa. Era da semplice lettore. Sono anche stato criticato dagli addetti ai lavori, perché usavo una sintassi un po’ semplicistica, per esempio perché nelle vignette, alla fine delle strisce, Bobo guardava in macchina, come Snoopy…

C’ero, quando Luca Raffaelli in un’intervista ti fece questa osservazione… sarà stato il 1980.

Sì. La mia fortuna è che sono arrivato a lavorare a l’Unità anni dopo, nel periodo di massima diffusione del giornale, quando al PCI, che era vicino alle soglie del governo, guardavano le intelligenze più inquiete di tutte le età. Tra l’altro, non pensavo affatto di arrivare a pubblicarci: ho fatto vignette talmente imbarazzanti che pensavo non fossero accettabili. Lo facevo apposta, in modo che mi lasciassero libero, perché non ero convinto che quel giornale fosse la sede più adatta per Bobo.

Invece te le hanno pubblicate!

Già! E allora ho proseguito a farne di irrituali e irriverenti. Non pecco di modestia, e credo che si debba anche a Bobo e al lavoro di laicizzazione del partito se il PCI ha retto il crollo del Muro di Berlino, capendo come stava andando il mondo senza deprimersi, come invece è successo in altri Paesi: Francia e Spagna in particolare.

Un esponente importante del PCI che però ti ha anche un po’ rimproverato, per questa irriverenza, è stato Alessandro Natta, successore di Berlinguer.

Le critiche sono venite dalla parte più rigida e tradizionalista del partito, non da quella vicina a Berlinguer. Devo dire che passo alla storia come l’unico disegnatore che è riuscito a fare una vignetta critica sul segretario di un partito comunista, pubblicata addirittura sulla prima pagina dell’organo del partito stesso.

Com’è accaduto?

Negli anni Ottanta, a un congresso di Reggio Emilia su Ludovico Ariosto nel PCI si discuteva il passaggio alla “via italiana al comunismo”. Lo sganciamento dall’Unione Sovietica era un fatto consolidato e la via cinese era fuori discussione, così si andava alla ricerca di un comunismo diverso. A questo proposito, su lUnità disegnai un Berlinguer in veste di Astolfo, a cavallo dell’Ippogrifo, che se ne andava verso la Luna. Bobo lo salutava dicendogli: «Vai verso la Luna, portaci la terza via!»

I tuoi dubbi sul comunismo in Cina precedono il massacro di Piazza Tiennammen a Pechino nel 1989, quando l’esercito aprì il fuoco contro la folla di di studenti, intellettuali e operai.

Sì, i miei dubbi, divenuti convinzioni precise, seguono quelli espressi dall’Albania, che ruppe per prima con i cinesi, quando ci fu il loro incontro con Nixon. Ho ascoltato direttamente dalle voci di tante persone quello che hanno dovuto subire sotto i regimi comunisti: è una cosa che mi ha fatto anche piangere. Il comunismo è riuscito a costruire regimi anche più turpi di quello che voleva abbattere.

A Cuba sei andato anche per realizzare un reportage a fumetti, come in Nicaragua e a New York…

Ci sono stato più volte, fino all’inizio degli anni Novanta, quando ci sono stati tanti omicidi di balseros, gli anticastristi che su imbarcazioni di fortuna lasciavano Cuba, di solito alla volta della Florida. Fidel Castro aveva lasciato che partissero da Cuba un sacco di persone. Con disprezzo li chiamavano los musaros, i vermi. Finché, a un certo punto hanno cominciato a reprimerli, a ucciderne a freddo parecchi.

Questo comportamento aprì una crisi enorme fra i comunisti di tutto il mondo e per quanto mi riguarda quel poco di amore che mi era rimasto verso la rivoluzione cubana cominciò a entrare in crisi. Il PCI, che forse era già diventato da poco PDS, prese una posizione netta contro questo eccidio. Io disegnai un manifesto in cui si vedeva Ilaria, la figlia di Bobo, in lacrime mentre sul muro si stagliava l’ombra di Fidel Castro con un fucile, nell’atto di mirare. E Ilaria gridava verso l’ombra: «Ya basta, Fidel!»

Una presa di posizione precisa.

E come conseguenza, dall’ambasciata di Cuba mi comunicarono che ero stato cancellato dagli amici e che non avrei mai più dovuto mettere piede a Cuba. In quell’occasione, il segretario dell’attuale Partito Comunista, Marco Rizzo, ebbe il coraggio di scrivere un’imbecillità: «Si vede che Staino ha nostalgia di Batista!».

*La versione integrale di questo articolo è disponibile sul mensile Fumo di China 301, ora in edicola, fumetteria e online.

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