La rivoluzione silenziosa di “Topolino e il mistero della voce spezzata”

Topolino e il mistero della voce spezzata, che proprio in questi giorni compie trent’anni, è una delle storie ricordate con più affetto dai lettori tra quelle pubblicate negli anni Novanta sul settimanale disneyano. Scritta da Silvano Mezzavilla e disegnata da Giorgio Cavazzano, col tempo è diventata un piccolo cult, per le sue atmosfere, per il suo coraggio nel rilanciare un personaggio sul viale del tramonto e per la sua risoluzione finale, capace di sorprendere anche oggi chi la legge per la prima volta.

L’origine della sua gestazione può essere fatta risalire al 26 agosto 1976. A Padova, una folla di appassionati animava i saloni di una mostra su Sergio Toppi, Dino Battaglia, Piero Mancini e Giorgio Trevisan. Silvano Mezzavilla si fece strada tra la calca, individuando subito Giorgio Cavazzano, un giovanotto alto dall’aria simpatica che tutti salutavano con affetto, nonché una delle matite più riconoscibili di Topolino.

Si erano dati appuntamento per telefono per conoscersi finalmente di persona. Di lì a poco avrebbero passato la mattinata a parlare di cinema, romanzi gialli (Donald Westlake, soprattutto), rock and roll e, naturalmente, fumetti. Non si sarebbero mai più persi di vista. Avrebbero iniziato a frequentarsi con mogli e figli, e presto le loro strade si sarebbero incrociate anche sul lavoro.

silvano mezzavilla giorgio cavazzano
Silvano Mezzavilla (sinistra) e Giorgio Cavazzano (destra) in due foto recenti

Negli anni successivi, l’organizzazione della rassegna trevigiana continuò a tenere impegnato Mezzavilla, che per questa ragione – e per la sua collaborazione a tempo pieno con Il Mattino di Padova – per qualche tempo smise di scrivere fumetti con continuità. Cavazzano invece era uno dei nomi di punta di Topolino, che a cavallo degli anni Ottanta pubblicava poche storie con il personaggio principale, preferendo puntare sui paperi sia nei contenuti che in copertina.

All’epoca, infatti, Mickey cominciava a non godere più di grande popolarità. Molti fumetti facevano leva su un unico aspetto del suo carattere – l’istinto da detective – e finivano col darlo per scontato. Per Basettoni e per i lettori era diventato naturale vederlo risolvere con troppa facilità i casi più contorti, ma non solo: in tante occasioni il personaggio non mancava di far notare la sua perfezione, ostentando le proprie conoscenze da tuttologo e facendo sentire in imbarazzo le semplici “spalle” come Pippo o Tip e Tap – molto più umane di lui.

L’impressione che Topolino stesse diventando “troppo perfetto” era condivisa dallo stesso Mezzavilla, che in una famosa chiacchierata con Romano Scarpa lo ringraziò per aver ridato smalto a «un personaggio da anni sprofondato in situazioni macchinose e non sempre ricche di fantasia». Impliciti destinatari dell’accusa erano Guido Martina, Gian Giacomo Dalmasso, Ennio Missaglia e altri autori che avevano sdoganato il cliché di un eroe senza macchia, saccente e privo di difetti – molto lontano dal modello di Gottfredson – e che nonostante fossero scomparsi dalla rivista avevano influenzato tanti nuovi sceneggiatori.

Martina non aveva mai nascosto i propri dubbi sul Topo. Quando gli fu chiesto come fosse nato Paperinik, fu addirittura lapidario: «Mi chiesero di elaborare una versione “superman” di Topolino, magari un Topolinik. Io dissi di no perché Topolino è un personaggio noioso, direi persino antipatico, scontato. Suggerii così di fare Paperinik, identità segreta di Paperino, certo più simpatico e umano di Topolino».

Il Topolino di Martina è saggio, avveduto, animalista, sagace… Quasi perfetto

A fine anni Ottanta, Cavazzano provò così a convincere Mezzavilla a scrivere nuove storie con protagonista il personaggio, che gli restituissero la linfa vitale di cui aveva bisogno e che mettessero in discussione la sua infallibilità.

Acqua a catinelle

«Tornai a pensare a una storia disneyana nel 1990» spiega Mezzavilla a Fumettologica. «Mi ricordai di un soggetto che avevo scritto tantissimo tempo prima, ispirandomi alle atmosfere della serie Ai confini della realtà, vista in televisione negli anni Sessanta. Raccontava di una telefonata di aiuto che impiega un anno esatto per giungere al destinatario. Non era la prima volta che traevo spunto da quell’idea per farne un fumetto: nel 1978 l’avevo proposta a Franco Fossati, redattore del settimanale Supergulp, ma il giornale interruppe le pubblicazioni poco dopo. Nel 1990, dunque, la recuperai, ne modificai la struttura e la confezionai in maniera che risultasse interpretabile dal personaggio disneyano che più amavo e amo: Topolino.»

L’incipit è fulminante: è notte fonda e su Topolinia si sta abbattendo un forte temporale. Ventidue telefoni squillano all’unisono e i cittadini che si alzano dal letto per rispondere ascoltano una strana richiesta di aiuto. Anche Topolino riceve la chiamata e, risalendo al numero, scopre che corrisponde a una cabina telefonica. La polizia pensa a uno scherzo, ma l’eroe non è convinto e apre un’indagine.

Veniamo a sapere che anche un anno prima la città era stata colpita da un nubifragio e che proprio in quel periodo i giornali annunciavano la scomparsa del professor Norton, uno scienziato geniale da tempo al lavoro su un’invenzione segreta. Di lui non si è più saputo nulla, fino a quando un suo collaboratore non ha creduto di riconoscerne la voce, proprio nell’enigmatica telefonata. A complicare le cose ci pensa anche il contenuto del messaggio, dove al posto di “aiuto” si sente “aiotto”, un’espressione simile ma senza senso.

Fin dalla prima pagina, Topolino e il mistero della voce spezzata mise subito in tavola le proprie carte. Una splash page buia, che sotto le gocce di pioggia lascia intravedere un viale di periferia, difficile capire se ben frequentato o malfamato, e che ci offre già gli elementi necessari per riassumere la storia. Una cabina telefonica (la chiave di volta dell’intreccio), una strada in salita (a simboleggiare i rischi che Topolino si dovrà assumere per risolvere il caso) e le cattive condizioni atmosferiche. L’incipit ci dice che è l’alba di un nuovo giorno, ed è un giorno di pioggia: la città è stata salutata da una minaccia in arrivo o già in atto.

Un approccio simile era quasi una novità assoluta per il fumetto Disney. Se escludiamo le avventure d’esordio di Scarpa, Mezzavilla fu il primo sceneggiatore a rifarsi direttamente al cinema e al linguaggio della Golden Age di Hollywood. «Le mie sceneggiature sono sempre molto dettagliate, sia per esplicitare con chiarezza il mio “punto di vista” sia per coinvolgere il disegnatore nelle atmosfere che il racconto prevede. Oltre ai dialoghi, in ogni inquadratura descrivo con abbondanza di particolari le ambientazioni e gli atteggiamenti dei personaggi, talvolta suggerendo quale campo o piano utilizzare». La “regia” vera e propria, però, spettava sempre al disegnatore, che era libero di interpretare le indicazioni a seconda del suo stile.

Mezzavilla aveva imparato la lezione proprio da Scarpa che nel 1958, con Topolino e l’unghia di Kalì, aveva firmato il suo primo giallo deduttivo a fumetti concepito come un film, che se nelle scelte di regia ricordava Alfred Hitchcock, concettualmente richiamava i romanzi di Agatha Christie. Non c’era, come in molti film del “maestro del brivido”, un incipit che mostrasse il colpevole in azione: qui eravamo nella testa e nei gesti di Topolino che si muoveva senza avere nulla in mano.

Nel Mistero della voce spezzata avviene grossomodo lo stesso: il protagonista è convinto che tra lo scienziato rapito e la telefonata misteriosa ci sia un collegamento e, non potendo provarlo in alcun modo con l’aiuto della polizia, decide di indagare da solo. Lo sceneggiatore trevigiano, però, fu ancora più estremo del suo “maestro”, rinunciando del tutto alla suspense (che nell’Unghia di Kalì si creava in una sola sequenza) e focalizzandosi unicamente su Topolino.

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Un’apprezzabile sintesi consente agli autori di raffigurare anche la corsa fuori campo di Topolino per rispondere al telefono, grazie al sudore che gli solca la fronte

Quando iniziamo a leggere la storia sappiamo già che il detective farà luce sul mistero, prima o poi, ma durante l’indagine lo vediamo brancolare nel buio: Topolino è incerto, ritorna spesso sui suoi passi, si fa molte domande e tutto sommato ci prova gusto. Nessuno gli ha chiesto di indagare, lo fa per il piacere di farlo. Noncurante del meteo, vaga per la città con la scusa di portare fuori il cane e ficca il naso dappertutto, destando anche lo stupore dei passanti.

Lampi su Topolinia

Con la folgorante prima pagina, gli autori ribadirono l’importanza del tessuto urbano. A ogni elemento topografico della città presente nella storia, Mezzavilla e Cavazzano conferirono una funzione precisa per rendere meglio l’atmosfera. Il centro cittadino si vede quindi a malapena perché la nebbia cela la sommità dei grattacieli; la zona industriale è distante dai negozi, dai quartieri abitativi e dalle villette a schiera della periferia, dove Topolino vive e opera di solito. E c’è persino spazio per un cinema e per un’autostrada.

Una metropoli di fine anni Novanta, insomma, ben lontana da quell’idea di “non-luogo” dove la vita scorre in un eterno presente che il settimanale Disney proponeva all’epoca. Mezzavilla non ha dubbi che fosse «il luogo ideale dove ambientare una crime story. Se a Paperopoli gli unici perturbatori della quiete sono Amelia e i Bassotti (intenzionati a ridurre sul lastrico un unico abitante, Paperone), a Topolinia, di fuorilegge ne abbiamo conosciuti parecchi».

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L’autostrada e il cinema di Topolinia dove proiettano “La paura corre sul filo”, parodia del noir “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton con Robert Mitchum

La risoluzione del mistero è un altro aspetto che rende tanto memorabile la storia e ha a che fare con quella strana espressione pronunciata dalla voce misteriosa prima di essere zittita. Al contrario delle aspettative, “aiotto” non significava “aiuto”, bensì “a i 8” e, nelle intenzioni dello scienziato, serviva a indicare l’area topografica in cui stava per essere condotto. La chiamata era partita un anno prima, ma non aveva raggiunto la polizia molto probabilmente a causa di un fulmine che l’aveva “intrappolata” proprio mentre si abbatteva sulla cabina.

Pur rientrando nei limiti della fantascienza, è una trovata convincente, grazie alla quale la storia funziona su più livelli. Innanzitutto perché, pur essendo l’unica spiegazione possibile e da tutti accettata come vera, è solo una semplice ipotesi, che Topolino formula per approssimazione e che i tecnici della società dei telefoni non possono confermare (nella realtà dei fatti, il fulmine potrebbe non essere la vera causa del danno). Questo stratagemma consente agli autori di ridimensionare il “trionfo dell’eroe”, che si deve accontentare del beneficio del dubbio, e ribadire l’atmosfera del racconto sempre in bilico.

In Francia, i traduttori ebbero qualche difficoltà ad adattare l’esclamazione. Alla fine optarono per un quasi convincente “Au secours – Au secatre” (“Aiuto – in 6-4”)

Viene mantenuta anche l’aderenza ai personaggi: la traccia fornita dal rapito non è da tutti ed è perfettamente comprensibile che nessuno l’abbia presa sul serio, ma è supposto che lo scienziato sia un genio, una persona che ragiona, appunto, in maniera non comune e che non ha difficoltà ad avere un’intuizione del genere. L’escamotage è riuscito anche per il lettore: se il bambino resta affascinato dall’acume di Topolino, l’adulto realizza che il rapito era recluso da un anno (con una palla al piede, per giunta) e perlomeno rabbrividisce.

A contribuire all’ottima riuscita della storia, fu però anche il lavoro di Cavazzano: «I disegni di Giorgio sono stati determinanti per il successo del racconto» conferma Mezzavilla. «Io in una vignetta di tavola 8 scrissi: “Topolino, con impermeabile stile Bogart che indosserà per gran parte della storia, avanza verso…” ma fu proprio lui che collocò il personaggio sul palcoscenico del fumetto e lo fece recitare come solo i grandi attori sanno fare.»

Il Cavazzano del Mistero della voce spezzata era un disegnatore che aveva trovato la quadra già da molti anni su Topolino. Il suo stile non risentiva quasi più delle influenze transalpine che lo avevano reso famoso negli anni Settanta (Uderzo su tutti) e stava cominciando a virare verso una sintesi sempre più rassicurante e poco originale. Per fortuna non fu così in questo caso: ispirato dalle intenzioni del collega, confezionò una storia che non si adagiava mai sulle convenzioni grafiche da cui era scandita e che talvolta si lasciava andare a un grandangolo accentuato rendendo più immersive certe scene.

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Ogni tanto c’era anche spazio per piccoli inside-joke, come il titolo del libro che Cavazzano fa leggere a una comparsa (Pinocchio nel mondo di Piero Zanotto, pure lui fumettista e grande amico degli autori). Citazioni estemporanee che in pochissimi avrebbero colto, ma che aiutavano a creare un’atmosfera realistica molto rara per Topolino.

Topolinia si sveglierà sotto il sole

Il Mistero della voce spezzata fu pensata per essere pubblicata in due tempi sui numeri 1834 e 1835 del settimanale, rispettivamente del 20 e 27 gennaio 1991. Sono passati trent’anni da allora, ma alla storia bastarono pochi mesi per influenzare le nuove scelte editoriali. A maggio di quello stesso anno vide la luce Topomistery, una nuova e promettente testata che ospitava solo fumetti dedicati al titolare, perlopiù gialli, e che in copertina riproponeva immagini tratte dalla storia di Mezzavilla e Cavazzano, a conferma del ruolo decisivo che questa aveva svolto nella nascita del periodico. Inizialmente, però, i contenuti sembrarono virare da tutt’altra parte: continuavano a essere ristampati i lavori “sbagliati” di Martina, Missaglia, Dalmasso e simili. In compenso i più giovani potevano imitare Topolino grazie alla “tessera del Topodetective”, ma emulare le gesta di un eroe “perfettino” doveva essere quantomeno uno strano paradosso.

Quattro anni dopo, arrivato alla trentottesima uscita, il periodico annunciò un rinnovamento: da allora in avanti l’indice avrebbe incluso una storia inedita e sarebbero state riproposte le grandi avventure a strisce di Gottfredson, per la prima volta in bianco e nero in edicola. Le storie non furono rimontate ed erano sempre precedute da un editoriale, che molto spesso era siglato T.F. (iniziali di Tito Faraci). La prima storia inedita pubblicata fu invece pensata e scritta proprio da Mezzavilla.

Interni di Topomistery 45, che ristampava il classico di Mezzavilla e Cavazzano 

Nel 1999, Il Mistero della voce spezzata estese la sua influenza a uno dei progetti più coraggiosi, impavidi e osteggiati della Disney di quegli anni: Mickey Mouse Mystery Magazine. Gli autori di questo ciclo di storie attinsero alle stesse atmosfere hard-boiled, capendo però che neanche una Topolinia stratificata come quella poteva fare al caso loro, ma che avevano bisogno di una vera metropoli. E, quando fu il momento di scegliere il disegnatore del primo numero, a cui tutti gli altri avrebbero dovuto riferirsi, fu scelto proprio Giorgio Cavazzano, che con Anderville firmò uno dei suoi capolavori.

Topomistery fu subito soppiantato da Mystery Magazine, che a sua volta chiuse presto i battenti nell’estate del 2001. Sei anni dopo, su Topolino, Mezzavilla dismise i panni di sceneggiatore, limitandosi a qualche collaborazione saltuaria con alcune testate mensili. Passò il testimone a Casty, che incorporò, oltre a quello di Scarpa, anche il suo insegnamento, realizzando storie inquiete ma dal ritmo soffocato (a differenza del collega trevigiano che amava invece i tempi di scrittura dilatati). «Casty è un ottimo inventore di storie» riconosce Mezzavilla. «Sa creare intrecci spettacolari dove si incontrano i personaggi più bizzarri e i più poetici. A Topolino, sa far esprimere quelle caratteristiche di acume e simpatia che lo hanno reso universalmente popolare. Ogni volta lo impiega con rispetto, senza mai fargli fare la figura del saputello o, peggio, dell’allocco».

topolino mistero voce spezzata
«Non esistono volti finché la luce non li colpisce», Alfred Hitchcock

L’influenza della storia era però destinata a risuonare ancora per molti anni, anche dopo la chiusura di Mystery Magazine – che, per molti versi, resta ancora oggi il suo erede più fedele ed estremo – seguendo percorsi spesso inaspettati. «Non ricordo gialli o noir che mi abbiano mai dato emozioni più forti di Topolino e il mistero della voce spezzata», ha rivelato per esempio nel 2013 Zerocalcare, l’autore italiano più di successo del momento.

E questo è senza dubbio dovuto anche al fatto che, oltre ad avere modificato l’approccio al personaggio, come ha evidenziato anche Cavazzano, la storia «ha insegnato molto a tanti sceneggiatori», grazie alla struttura circolare che la rese ulteriormente accessibile malgrado l’intreccio sofisticato, grazie alle scene di intimità domestica (pensate per rendere tutto più verosimile, come quando Topolino e Pluto si godono un po’ di relax in salotto) e soprattutto grazie al suo dialogo costante col cinema.

Gli anni Novanta furono un decennio ricco di cambiamenti per il mondo Disney, molti dei quali riguardarono proprio l’impostazione della tavola, non più vista come un semplice supporto per le vignette, ma come risultato della loro disposizione. Furono promosse nuove soluzioni grafiche, molte delle quali debitrici del cinema e, dunque, della storia che per prima dopo molto tempo si era interrogata sul suo rapporto con il fumetto. E che, ancora oggi, è una delle più coraggiose mai scritte.

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