L’America che sopravvive: “L’uomo che uccise Chris Kyle” di Nury e Brüno

uomo che uccise chris kyle

Il termine “cecchino” in Italia nacque in senso dispregiativo durante la Prima guerra mondiale, per designare i tiratori scelti dell’esercito austriaco (ovvero l’esercito di Cecco Beppe, l’imperatore Francesco Giuseppe). Nel nuovo secolo, nel mondo post-11 Settembre, la figura del tiratore scelto che protegge dall’alto i “nostri ragazzi” mandati a esportare la democrazia contro i terroristi cattivoni ha acquisito ben altro successo, grazie soprattutto a figure mitiche come Chris Kyle e a bravi registi capaci di immortalarne le gesta.

Chris Kyle era un ragazzotto ben piantato nato in Texas da una classica famiglia WASP (bianca anglosassone protestante), bravo nel football e amante della caccia. Da perfetto rappresentante dell’America profonda, Chris maneggiava armi dall’età di otto anni, e questo suo talento non gli è servito solo per impiombare fagiani, quaglie e cervi. Arruolatosi già nel 1999 nel corpo scelto dei Navy Seal, dal 2002 è spedito in Kuwait in vista dell’imminente invasione dell’Iraq: qui, nasce la sua leggenda. Nel 2003 a Nassirya, il cecchino Chris Kyle, appostato sul tetto di un palazzo, uccide la sua prima vittima, una donna irachena che stava per lanciare una granata contro dei soldati. Nel 2004 è a Fallujah, nel 2006 a Ramadi, dove scampa a diverse imboscate ed è soprannominato dai nemici “il diavolo di Ramadi”. Nel 2008, a Baghdad, riesce a sparare a un cecchino ribelle da una distanza di quasi due chilometri. 

Tutte queste cose noi le sappiamo perché, dopo il congedo, nel 2009, Chris Kyle scrisse un’autobiografia, dal titolo American Sniper, nella quale dichiarò tra l’altro di avere ucciso più di 255 guerriglieri iracheni, anche se il Pentagono ne conta ufficialmente 160: un bel bottino, comunque, che gli è valso diverse decorazioni e il riconoscimento dell’intera nazione. Il libro attirò l’interesse di Steven Spielberg – e viene da chiedersi cosa ne avrebbe tirato fuori, da una storia così, il regista di Salvate il soldato Ryan, Munich e Il ponte delle spie – ma a firmarne poi la trasposizione cinematografica fu invece chiamato Clint Eastwood, regista decisamente più vicino all’epica del personaggio.

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Eastwood, infatti, nel film American Sniper del 2014 non rinunciò a darne una visione da supermacho americano, da supereroe vivente, un misto tra Capitan America, Punisher e Occhio di Falco, pur non omettendone le contraddizioni o le crisi di coscienza, come lo stress post-traumatico che per un attimo rischia di rovinare l’armonia famigliare, ma senza provocare particolari conseguenze sulla sua vita impeccabile. Il film si chiudeva senza troppa enfasi sull’omicidio di Chris Kyle per opera di un commilitone, l’allora venticinquenne Eddie Ray Routh, che aveva accompagnato al poligono di tiro per aiutarlo a superare i suoi disturbi derivati dall’esperienza bellica. L’eroe era così definitivamente consegnato alla prosperità, trovando nella prematura dipartita un ulteriore tassello da affiggere alla sua figura leggendaria.

Quando ho finito di leggere L’uomo che uccise Chris Kyle di Brüno e Fabien Nury, edito in italia da Ippocampo Edizioni, prima di rivedermi il film di Eastwood sono andato in rete a cercare le foto di tutti i personaggi coinvolti nella storia. Il libro infatti – come il titolo suggerisce – non si limita a raccontare la biografia di Chris Kyle con un approccio meno hollywoodiano rispetto al film, provando dunque a descrivere con maggiore oggettività le contraddizioni del personaggio, a sondarne i punti deboli e le inevitabili esagerazioni (ovviamente il personaggio Chris Kyle non è l’eroe cristallino che vuole sembrare, ovviamente ci sono scheletri nell’armadio, ovviamente la realtà è più sfaccettata della rappresentazione). Indaga soprattutto su chi è sopravvissuto a Chris Kyle, su chi ha dovuto fare i conti con la sua leggenda e con ciò che essa comportava.

In primis la moglie Taya, che ne ha portato avanti il ricordo, che ha promosso i suoi libri (e la sua stessa autobiografia, American Wife: A Memoir of Love, Service, Faith, and Renewal, ovvero la vita della vedova di una leggenda, con tutti i valori americani a essa connessi), e ha preso le redini della Fondazione a lui dedicata, volta al sostegno dei veterani e delle loro famiglie. E ovviamente il libro parla di Eddie Ray Routh, il veterano che visse la guerra come una comparsa, ma ne uscì distrutto nello spirito e nella mente: l’uomo che non aveva mai ucciso nessuno, finché non decise di uccidere la Leggenda. Forse, perché non era all’altezza delle sue aspettative: era solo un uomo che sapeva sparare meglio di altri. 

Le foto che ho trovato in rete mostrano i volti delle persone coinvolte, mostrano – come nel finale del film – le immagini del funerale, le migliaia di persone presenti a commemorare l’eroe, simbolo di un’America nella quale tutti vorrebbero riconoscersi. Lo sceneggiatore francese Fabien Nury e il disegnatore tedesco Brüno hanno scelto di adattare queste immagini con grande fedeltà, con un approccio grafico quasi documentaristico, in cui i segni si ripetono con minime varianti e volti monoespressivi rievocano la fissità delle fotografie. La struttura della tavola richiama la forma delle infografiche, dove l’informazione testuale – inserita come narrazione in terza persona, fuoricampo – interagisce con una componente visiva fredda, statica, già cristallizzata dallo sguardo, che richiama appunto una fotografia o uno schermo televisivo.

Il risultato è una operazione interessante di fumetto-documentario, dove la narrazione fredda e oggettiva degli eventi contribuisce alla costruzione di senso, senza sovraccaricarlo di interpretazioni. Un docu-fumetto che, nel suo equilibrio formale, racconta una vicenda esemplare dell’America di questi ultimi anni, l’America profonda, bianca, maschilista e trumpiana del Post-11 Settembre. Un’America che vuol essere ancora capace di vincere, di rialzarsi dopo mille ferite, di essere di nuovo grande, di ammazzare i cattivi e far prevalere i suoi indiscussi valori di vita, libertà e ricerca della felicità (sempre con il contributo di un’arma al fianco, ovviamente).

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Un’America che vorrebbe riconoscersi nella Leggenda Chris Kyle e invece forse somiglia più a chi gli è sopravvissuto: a Taya, che si costruisce l’immagine di vedova amorevole per conservare la Leggenda che la tiene in vita; o a Eddie, il povero disturbato veterano, sconfitto dalla vita più che dalla guerra, che ha ucciso la Leggenda per non esserne più deluso.

L’uomo che uccise Chris Kyle
di Fabien Nury e Brüno
traduzione di Fabrizio Ascari
L’ippocampo edizioni, ottobre 2020
cartonato, 164 pp., colore
19,90 € (acquista online)

Leggi le prima pagine del fumetto.

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