Demon Slayer di Koyoharu Gotōge è senza alcun dubbio la property attualmente più calda del mondo dell’intrattenimento giapponese. Nonostante il manga si sia concluso nel maggio del 2020 – si parla della pubblicazione sulle pagine del magazine Weekly Shōnen Jump, mentre l’ultimo tankōbon è arrivato a dicembre – i volumi continuano a viaggiare a ritmi impressionanti, tanto da superare il muro delle 120 milioni di copie vendute e degli oltre 650 milioni di euro di incassi. A questi si devono aggiungere gli introiti cinematografici del primo lungometraggio – record assoluto per il circuito giapponese – e tutto l’indotto dei prodotti orbitanti attorno al franchise. Il totale di tutte le voci supera senza troppi problemi il muro dei 2 miliardi di euro.

Una cifra ancora più impressionante si si considera che si sta parlando di una proprietà del tutto inedita, e non il rilancio di qualche saga ben radicata nell’immaginario comune. In Giappone il fenomeno è così sentito da aver spinto catene di conbini, ristoranti e un’intera linea ferroviaria ad adeguare la propria immagine per sfruttarne il traino. Anche la serie animata si è dimostrata una hit istantanea in tutto il mondo: quando il diciannovesimo episodio è stato reso disponibile in streaming, la discussione attorno a una scena di combattimento particolarmente ben diretta è entrata in trending topic su Twitter.

demon slayer manga
La copertina dell’edizione italiana di Demon Slayer, che è pubblicato da Edizioni Star Comics

Risulta chiaro di come si stia parlando di qualcosa che si pone ben al di là della moda del momento, di un titolo che molto probabilmente andrà a segnare l’idea di intrattenimento delle prossime generazioni (almeno in Giappone). Dopotutto i confronti che si stanno facendo chiamano puntualmente in causa grandi successi come One Piece e Dragon Ball. Esponenti di importanza assoluta, ma che i giovani lettori di oggi non possono che percepire come qualcosa di legato al passato e di già ben consolidato. Demon Slayer è nato invece solo cinque anni fa, eppure è già in grado di rivaleggiare con questi giganti.

Il protagonista della vicenda è il giovane Tanjiro Kamado, un povero venditore di carbone che nel giro di un pugno di pagine del primo capitolo si ritrova la famiglia sterminata da demoni. Si tratta di una scena particolarmente esplicita, che ha stabilito uno standard di crudeltà poi toccato sempre più spesso dal manga. Unica sopravvissuta alla mattanza è la sorella Nezuko, sospesa suo malgrado in una condizione a metà tra l’umano e il demoniaco. Nella speranza di poter trovare una cura alla sfortunata situazione, l’amorevole fratello minore decide di entrare a far parte della Squadra degli ammazzademoni, affrontando il consueto addestramento sovrumano e intraprendendo una strada che lo porta a incontrare via via nemici sempre più forti e pittoreschi.

La tipica struttura shonen è rispettata alla lettera, nonostante la fase di introduzione e di formazione siano sorprendentemente stringate, e ben presto ci si ritrova a muoversi tra tecniche sempre più elaborate, alleati che diventano amici fraterni e gli irrinunciabili elenchi di guerrieri ordinati per potenza crescente, con tanto di tecniche personalizzate e graduatorie. Non mancano i talenti naturali (chi il fiuto, chi il tatto, chi l’udito e così via) distribuiti con chirurgica precisione a ogni personaggio. Fino a questo punto nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, tanto che più di una volta ci si chiede da dove derivi tutto questo plauso di pubblico.

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Con il passare delle pagine ci si rende però conto di come – almeno a livello di scrittura – Gotōge ami prima di tutto le sfumature, nonostante non sia sempre in grado di gestirle. Da questo punto di vista Demon Slayer cammina per tutto il tempo in equilibrio su una lama di rasoio assurda e incomprensibile. Se non consideriamo il protagonista Tanjiro – buono che più buono non si può, in grado di provare empatia per i demoni che lascia inermi sul suo cammino – ogni altro personaggio è sempre sospeso tra diverse personalità in contrasto tra loro.

La sorella, mezza demone e mezza umana, amata da chiunque nonostante passi tutto il tempo con un morso in bambù infilato in bocca per evitare di aggredire chi gli stia accanto. Zenitsu, insicuro e impacciato, dalla cotta piuttosto facile, che diventa uno spadaccino imbattibile quando perde i sensi per la paura. Inosuke, bellissimo e dai tratti quasi femminei, cresciuto sulle montagne come un nerboruto selvaggio. Oppure Shinobu Kocho, una ragazzina dolce e delicata che si dimostra la più sadica e crudele tra i cacciatori di demoni. Tanto per fare qualche esempio limitandosi ai protagonisti.

Si tratta di soluzioni felici e curiose, ma che vengono sviluppate urlando a più non posso nelle orecchie del lettore. Il risultato è disorientante e risulta difficile capire dove si voglia andare a parare. Al di là delle valutazioni di gusto, ogni scelta si inserisce organicamente nel flusso della narrazione. Basterebbe questo aspetto per giustificarne la presenza. L’essere sempre così sottolineate le fa invece apparire come soluzioni prese per il mero gusto di apparire più originali possibili, gratuite e fuori luogo. Si tratta di un clamoroso passo indietro.

Si potrebbe dire la stessa cosa della parte stilistica. Demon Slayer ha un character design dall’anima spiccatamente retrò, eppure il pubblico su cui si vuole far presa è quello dei più giovani. Si cerca quindi di asciugare il più possibile – spesso con risultati non proprio brillanti – ma evitando in ogni modo di proporre l’ennesimo clone di Naruto. I richiami alla tradizione nipponica sono moltissimi, anche a livello testuale, così non stupisce il fatto che gli effetti grafici di qualche tecnica speciale vadano a richiamare i tipici ricami da stoffa per kimono o delle stampe ukiyo-e.

Interessante anche come i mezzi grafici della rappresentazione del combattimento (frecce, linee cinetiche) finiscano per avere una tangibilità fisica nel mondo interno alla narrazione. Per evitare di venire colpiti da un colpo di katana basta prendere la riga che definisce la traiettoria della lama e tagliarla letteralmente, come se si trattasse di un filo. Sono tutte piccole trovate preziose, che vanno a perdersi nella banalità della resa grafica di certa commedia fisica fatta di smorfie e deformazioni in cui troppo spesso l’autrice finisce per cadere.

In Demon Slayer non esiste una reazione emotiva misurata, bisogna per forza di cose urlare come ossessi. Così il disegno accompagna questa tendenza, vista una serie infinita di volte, qui gestita in maniera spesso dozzinale. Se nelle parti più seriose siamo dalle parti di un melodramma esagerato, eppure tutto sommato digeribile e ben calato nella narrazione, durante i siparietti comici si raggiungono vette di insostenibilità difficili da ignorare. Come nella caratterizzazione dei personaggi, anche in questo caso non si capisce come lo stesso autore riesca contemporaneamente ad avere ottime intuizioni e al contempo la totale incapacità di gestire il flusso degli ingredienti. Verrebbe da dire che manca del tutto un editing capace, ma i risultati danno ragione a questo tipo di scelte.

Demon Slayer procede a ritmo spedito, di trovata delirante in trovata delirante. Nonostante sia un titolo destinato a tutti le crudeltà non mancano, e spesso il gusto del macabro sconfina direttamente nell’horror. Tra un gruppo di demoni-ragno fissati con i legami familiari – si gioca ancora con la rappresentazione letterale di concetti astratti – un intero treno che diventa un’estensione corporea e sorci culturisti a supporto degli eroi, le idee non paiono di certo mancare a Koyoharu Gotōge. Forse è proprio questa irruenza, divertente ma spesso confusa e fuori fuoco, convogliata all’interno di regole inamovibili, a rappresentare il vero motivo di successo della serie.

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Tra queste pagine c’è tutto quello che ha diffuso il fumetto giapponese del mondo, riletto con la foga e l’assenza di gusto di una fan fiction. L’autrice non fa nulla per allontanarsi dagli stilemi dello manga per preadolescenti, li rispetta alla lettera e non si percepisce nemmeno lontanamente la volontà di andare a modificarli. Ci sono un eroe, combattimenti, un’ascesa continua verso nuove difficoltà, tecniche dai nomi sempre più roboanti e così via. Anche se si trattasse del vostro primo shonen inscrivibile in questa categoria avreste in mano tutti gli strumenti per capirne le meccaniche in purezza. Non c’è nessun gioco alla One-Punch Man e nessun tipo di contaminazione (neanche estetica, visto che tutto è ambientato in un Giappone dell’era Taishō). Eppure la continua ricerca di un’estroversione forzata, visibile nel continuo accumulo di materiale narrativo, la fa da padrona.

Nella fretta di presentare tutti i vari protagonisti della vicenda, due anni di allenamento sono condensati in un pugno di pagine, impedendo di affezionarsi al protagonista durante il suo percorso di maturazione. Pensiamo a come in Slam Dunk questa fase sia estesa a tutta la durata del manga, con il protagonista costretto a un addestramento continuo. In Demon Slayer questo capitolo, che passa da evento chiave nella formazione dell’eroe a semplice prassi, si esaurisce in fretta e la faccenda accelera ulteriormente.

Conosciamo le Colonne, le Lune Calanti, è introdotta l’idea di un cura per la condizione demoniaca anche se si parla di una possibile convivenza pacifica tra specie. C’è un main villain, nonostante si proceda di mostro della settimana in mostro della settimana. In più ogni personaggio, comprimario o meno, pare avere una backstory interessante, anche se non viene mai esplorata. Tanjiro abbatte demoni come se non ci fosse un domani, e nel frattempo cerca di capirli. Prova empatia per loro, senza giustificarli o non facendo finta di non vedere le loro crudeltà. Scelte come questa, coraggiosa e interessante, vengono portate così al limite da sconfinare nel melodramma e rappresentano solo ulteriore carne al fuoco.

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Probabilmente capire il motivo dell’ascesa di Demon Slayer è impossibile. Qualche anno fa L’attacco dei giganti divenne un fenomeno di costume – con tanto di mostra celebrativa presso il museo di arte contemporanea più importante di Tokyo – nonostante sembrasse fare di tutto per sfuggire a quella definizione. Ora abbiamo un fumetto ricco di trovate e di genuina energia, troppo acerbo e a tratti dozzinale per essere così irrinunciabile come sembrerebbe.

Anche la serie televisiva, per quanto tecnicamente ineccepibile, risulta spesso sbilanciata verso una pesantezza che non ha nulla di divertente. Forse, e in maniera molto più semplice, cercare di capire un prodotto contemporaneo così mirato su una precisa fascia demografica, è impossibile se gli anni di differenza sono troppi. Nel corso delle stagioni i codici cambiano e così la percezione di cosa possa essere davvero nuovo o fondamentale. Avere un discreto bagaglio tecnico e culturale non rende per forza in grado di vedere quello che vedono le nuove generazioni. Dopotutto si tratta del primo fumetto che leggo prestatomi da mio figlio, e non viceversa. Anche solo questo fattore potrebbe spiegare tante cose.

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