Motociclisti e cattive ragazze: “Hot Road”, il cult anni Ottanta di Taku Tsumugi

hot road manga dynit

Nel Giappone degli anni Ottanta si sentiva spesso parlare di bosozoku, bande di motociclisti che avevano l’abitudine di rombare per le strade di notte, ingolfare il traffico di giorno, fare a botte, spaccare vetrine qua e là e in generale disturbare la quiete pubblica scandalizzando le generazioni più mature. A unirsi a queste gang, che in alcuni casi facevano da anticamera alla yakuza, erano soprattutto adolescenti di 13-19 anni, provenienti da classi sociali svantaggiate o da famiglie disastrate. Si trattò di un vero e proprio fenomeno sociale che raggiunse cifre importanti (si parla di 42mila affiliati nel momento di massima espansione) ed ebbe diverse forme di rappresentazione nella cultura di quegli anni.

La figura del bosozoku, anche detto furyo o yanki, trovò terreno fertile nel manga per ragazzi, da sempre focalizzato su personaggi definiti essenzialmente da azione, combattività e ribellione,  con titoli come Be-Bop High School di Kiuchi e Shonan Speed Tribe di Yoshida (e c’è un po’ di cultura bosozoku anche in Akira di Otomo, per dire). Ma i bosozoku trionfarono anche nello shojo, e in particolare ispirarono un manga capace di vendere milioni di copie, talmente iconico da diventare un cult: si tratta di Hot Road di Taku Tsumugi, pubblicato dal 1986 sulla rivista Bessatsu Margaret e riproposto ora in italiano da Dynit.

Kazuki ha 14 anni ed è una ragazzina problematica. Abbandonata a sé stessa dalla madre anaffettiva, è l’unica amica di Eri (emarginata a scuola perché si dice abbia abortito) e grazie a lei si avvicina ai Nights, una banda di motociclisti locali. Kazuki si trova così a esplorare la città di notte, scoprendo un mondo diverso rispetto a quello diurno della scuola. Presto fa propri tutti quei precisi codici comportamentali che distinguono i membri delle gang dai bravi ragazzi (e dalle brave ragazze): si tinge i capelli, salta la scuola, scappa di casa, beve e fuma, esce di notte e chiacchiera con gli amici accovacciata per terra.

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Diventa “la donna” del diciassettenne Haruyama, il braccio destro del leader dei Nights, e anche se questa relazione è l’unica cosa che conta per lei, sembra amplificare la sua solitudine e il suo senso di precarietà. Haruyama non si apre mai davvero, perché in realtà, dietro la strafottenza da teppista e la assoluta lealtà alla gang, nasconde una voragine affettiva del tutto simile a quella di Kazuki.

Anche Tsumugi ha un passato da “cattiva ragazza” e sa bene quante e quali contraddizioni ci siano dietro l’atteggiamento da yanki. Nella rabbia dei protagonisti c’è un dolore che non sanno elaborare, e un senso di inadeguatezza verso un mondo adulto da cui si sentono rifiutati. Completamente concentrati sulla loro solitudine, non hanno modo di accorgersi che quegli stessi adulti che odiano – quelle madri che li hanno abbandonati – sono ancora più alla deriva di loro.

Piuttosto che focalizzarsi sulle loro azioni chiassose e violente, Tsumugi si concentra sull’interiorità dei personaggi. E per farlo perfeziona uno stile grafico distintivo: le tavole hanno una purezza e un’astrazione zen che richiama alla mente artisti del passato come Seitei Watanabe. La storia procede soprattutto attraverso il punto di vista di Kazuki ed è piena di silenzi – e di bianchi – che lasciano spazio al filo dei pensieri e al tumulto delle emozioni, eliminando tutto il superfluo.

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I testi si espandono spesso in ordine sfalsato tra le vignette, e le scene appaiono di conseguenza frammentate e dilatate: Tsumugi rielabora una personale, fumettistica versione di flusso di coscienza in cui le emozioni sono così forti da rielaborare la realtà in una visione soggettiva ed essenziale, ancora più totalizzante perché appartenente a un’adolescente.

Con il procedere della storia nasce il dubbio che i teppisti di Tsumugi siano troppo poco ribelli e non siano poi così restii a mettere la testa a posto, una volta colmato il loro vuoto emotivo. Forse è anche per questa inclinazione a un ritorno all’ordine (sociale, in primis), congiunto all’effetto nostalgia verso i cult anni Ottanta, che la storia di Kazuki e Haruyama ha trovato una trasposizione cinematografica nel 2014

Ai lettori e soprattutto alle lettrici di oggi, che pretendono eroine più volitive e creative nell’immaginare il loro destino, Hot Road non risulterà ormai tanto credibile come manifesto di un’adolescenza ribelle. Eppure il lavoro di Tsumugi lascia il segno nel raccontare un’età difficile con onestà e partecipazione e nel ricercare un equilibrio tra razionalità della forma e ribollire emotivo del contenuto.

Hot Road 1
di Taku Tsumugi
traduzione di Sara Bertoldi
Dynit, novembre 2020
brossurato, 400 pp., b/n
24,90 € (acquista online)

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