Jim Steranko, Capitan America e il fotografo di Andy Warhol

di Andrea Artusi

jim steranko capitan america

La trilogia di Capitan America scritta e disegnata da Jim Steranko nel 1967 è universalmente considerata come una delle pietre miliari della cosiddetta Silver Age del fumetto supereroistico americano. Poco importa se quelle storie furono il casus belli della rottura tra la Marvel – o meglio Stan Lee – e il talentuoso cartoonist originario della Pennsylvania. La sua riottosità e la lunga e meticolosa cura con cui realizzava i suoi fumetti poco avevano a che fare con la rigida gestione dei tempi di consegna della Casa delle Idee.

Le storie di Capitan America furono l’ultimo acuto di un autore che in seguito abbandonò non solo la Marvel ma il fumetto in generale per dedicarsi a svariate altre attività, salvo rare e sporadiche apparizioni come disegnatore negli anni a seguire. La critica quindi, nel tempo si è concentrata perlopiù sulla diatriba tra lui e Lee e sul tasso di innovazione apportato da Steranko nel fumetto mainstream degli anni Sessanta.

Fin dall’inizio della sua attività sulle pagine di Strange Tales e nella serie Nick Fury, Agent of S.H.I.E.L.D. infatti Steranko aveva dimostrato la sua abilità nell’ampliare gli orizzonti stilistici dei comics abbracciando influenze che venivano dal mondo dell’arte e in particolare della psichedelia, contribuendo a elevare il genere – all’epoca assai poco considerato – a forma di cultura popolare.

Fin qui tutto risaputo, ma un’analisi più attenta dei tre albi getta una nuova luce sull’opera dell’autore. Lo spunto viene da una guida fotografica della Grande Mela intitolata New York, N.Y., di Fred W. McDarrah. Il libro del 1964, rigorosamente stampato in bianco e nero da Corinth Book, è uno splendido affresco per immagini dell’isola e della sua gente, come precisa l’autore nell’introduzione. Le istantanee sono accompagnate da una ampia spiegazione dei vari quartieri della città e delle caratteristiche che li contraddistinguono.

E qui iniziano le sorprese. Un’analisi comparata delle vignette dei tre albi di Capitan America di Steranko e delle foto pubblicate nella guida dimostra chiaramente come l’autore non solo l’abbia utilizzata come fonte di documentazione ma sia arrivato, in alcuni casi, praticamente a ricalcarne le immagini. La scena iniziale di Captain America 112 (Domani tu vivi, stanotte io muoio) è sintomatica in questo senso.

jim steranko capitan america
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Appare chiaro come Steranko abbia utilizzato talvolta le immagini in se stesse come fonte documentaria e nel frattempo abbia costruito la scena partendo dal reportage. Il luna park teatro della trappola dell’Hydra ne è l’esempio più lampante, in una sequenza che, scorrendo le foto, scopriamo essere stata praticamente ‘girata’ sulla 42esima strada Times Square West. Ma la stretta relazione tra le immagini riprese da McDarrah e l’opera di Steranko non si ferma qui. Tutti e tre gli albi sono cosparsi sia di citazioni nella forma di trasposizione diretta della foto in disegno, sia di ispirazioni date da ambienti, architetture quand’anche di inquadrature che sono state reinterpretate da Steranko nel suo classico stile, spesso esasperato.

A questo punto verrebbe da scattare in piedi e gridare al plagio, dato che di McDarrah non si fa cenno nell’opera di Steranko e non ci risulta che egli ne abbia mai fatto menzione nelle sue interviste. Fred W. McDarrah, scomparso nel 2007 e chiamato anche “The Voice of the Village”, è stato per decenni l’unico fotografo dello storico settimanale Village Voice.

Ha documentato la vita di New York e in particolare del quartiere noto per essere stato il luogo che ha visto la nascita di movimenti artistici e letterari come l’Espressionismo Astratto e la Beat Generation. Durante la sua lunga carriera, che può contare su un archivio di più di 250.000 scatti, McDarrah ha immortalato Andy Warhol come suo fotografo personale per oltre trent’anni, svelandone da una parte il lato più intimo e umano e dall’altra mettendone in luce le molte e diverse pratiche artistiche.

jim steranko capitan america
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Ancora una volta quindi emerge la figura di un’autore poliedrico come Jim Steranko, capace di legarsi a doppio filo con la cultura del suo periodo trovando ispirazione – e forse anche una mano per rimanere nella tenaglia degli stretti tempi di consegna delle sue tavole – in una figura rilevante della scena artistica e dell’avanguardia dell’epoca. Difficile quindi demarcare una linea netta tra il plagio e la citazione colta.

Di certo emerge anche da questa commistione un’immagine potente e affascinante di un periodo storico in cui esistevano luoghi in cui tutto poteva accadere, anche che il più archetipico eroe a fumetti a stelle strisce si immergesse nelle atmosfere del Village per rinascere a nuova vita.

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