Se Frank Miller facesse libri per bambini si chiamerebbe Antoine Guilloppé

lupo nero antoine guilloppe camelozampa

Il manto di un gufo, la pelliccia di un ghepardo, le fronde della vegetazione. Sono i dettagli che restano impressi dei libri dell’illustratore Antoine Guilloppé (La mia giungla e Pieno sole i titoli tradotti in italiano, per ora). Queste immagini sono ritagliate di modo che il vuoto e il pieno della pagina facciano diventare la carta un pizzo merlettato.

Gli origami in due dimensioni sono la firma che ha reso famoso l’autore, francese classe 1971, ma non rappresentano soltanto un vezzo estetico, una particolarità divertente da guardare. Costringono l’illustratore a pensare a cosa ha tolto, a cosa lascia intravedere della pagina sottostante e soprattutto come disegnerà quella successiva stampata sul retro. Le scelte stilistiche di Guilloppé sono possibile grazie alla tecnologia del taglio laser, in un gioco stimolante tra tecnica e arte. Aggiungendo la variabile della profondità fisica, gli intagli offrono nuovi spunti per ragionare sull’immagine.

lupo nero antoine guilloppe

Lupo nero è invece un libro canonico, privo cioè dei trafori diventati marchio di fabbrica di Guilloppé. Questa scelta ha conseguenze sullo stile di disegno, che si fa estremamente rarefatto e perde la caratteristica bizantina di certe sue illustrazioni. Rimangono ancora un poco alcune cesellature (neve che interseca i corpi, fronde degli alberi, il piumaggio screziato di un gufo) ma Guilloppé si concentra, come il laser che taglia le sue pagine, sulla chiarezza narrativa della storia e sulle sensazioni che essa trasmette.

Senza proferire parola, Lupo nero racconta l’incontro-scontro tra un ragazzo e un lupo in un bosco innevato e insegna a non giudicare le apparenze. Ciò che è nero può essere tale perché nascosto nell’ombra, ma la luce può svelare la realtà delle cose. Privo delle meraviglie cartotecniche degli altri suoi libri, Guilloppé comunica questo messaggio lavorando di sottrazione: toglie gli sfondi, toglie i colori e toglie le parole. Senza più nulla a sostenerlo, il disegno deve abbisognare a sé stesso rendendo cruciale ogni segno. E così, grazie all’assenza di narrazione verbale, i suoni riecheggiano più forti. Sembra di sentire ogni fiocco di neve che cade a terra, i passi ovattati o l’albero che si abbatte al suolo.

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Gli occhi del lettore si muovono sulla pagina come comandati da un metronomo, e le immagini scivolano l’una nell’altra con la precisione di una grande scena d’azione cinematografica che però si sviluppa al proprio interno come un romanzo d’appendice. Sarebbe facile, infatti, espandere queste pagine in un racconto di più ampio respiro. Ma il carattere ellittico, silenzioso e bipartito del testo è ciò che lo rende così affascinante.

Lupo nero è una lezione sulla forma e sul ritmo. In una veduta del bosco, i tronchi di betulla scandiscono il ritmo dell’immagine come schiocchi di dita, e lo stesso fa la neve, bianca, nel buio della notte. Dal punto di vista del disegno, Lupo nero sembra una storia uscita da Sin City che renderebbe fiero Frank Miller (non a caso, Guilloppé lo ha citato tra i suoi riferimenti fumettistici). In una manciata di tavole, anche senza i fidati ritagli, Guilloppé conferma le abilità di disegnatore e riempie il libro di contrasti: bianco e nero, uomo e animale, fino all’ultima immagine, in cui si oppongono alberi e finestre di luce dei palazzi: la natura selvatica, da una parte, e l’uomo civilizzato (e ingabbiato), dall’altra.

Lupo Nero
di Antoine Guilloppé
Camelozampa, gennaio 2021
cartonato, 32 pp, b/n
16,00 € (acquista online)

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