“Il parco dei cervi” di Kazuo Kamimura e Noribumi Suzuki: il demone della vendetta

di Angela Viola Borzachiello

Il parco dei cervi (1976) è il secondo lavoro pubblicato in Italia della coppia Kazuo Kamimura e Noribumi Suzuki, pubblicato a dicembre da Coconino Press a breve distanza da Golden Gai, le notti di Tokyo (1979) di J-Pop. Entrambi i manga sono ambientati nel mondo del cinema giapponese e hanno per protagoniste figure femminili indipendenti e aggressive, ma, mentre Golden Gai è una storia a più voci incentrata sulla gente dello spettacolo che frequentava il quartiere omonimo, Il parco dei cervi è una vicenda unitaria con un unico personaggio principale.

Il titolo del manga rimanda al “pied-à-terre” di Luigi XV, un harem di stato con vergini adolescenti chiamato appunto “Il parco dei cervi”, nonché al romanzo omonimo di Norman Mailer (1955), nel quale lo scrittore rivela i retroscena dell’industria del cinema hollywoodiano, tra sesso e perversione. Riprendendo entrambe le tematiche, Kamimura e Suzuki intrecciano un articolato tessuto narrativo e visivo, dando vita a una storia che mostra il degrado artistico del mondo del cinema giapponese e delle persone che ne fanno parte. 

«Nel vivido bagliore del tramonto un falso giardino fiorito si contorce dal dolore», così si introduce il Parco dei Cervi. Il giardino diventa metafora dell’esistenza umana, che l’uomo ha manipolato a suo piacimento. Diretto da Kamimura, sceneggiato da Suzuki e con Azusa Wakaba attrice protagonista, il manga si presenta come un film diviso in sei parti ed è inquadrabile nel sottogenere cinematografico del pinky violence, un movimento violento ed erotico, popolare negli anni Settanta, che coniuga il puro intrattenimento con rilevanti caratteri di denuncia sociale e avente come protagoniste ragazze affascinanti e ribelli, in cerca di vendetta per i torti subiti.

Suzuki, considerato tra i registi più rappresentativi del genere, iniziò la sua carriera nel 1964 in veste di sceneggiatore, debuttò alla regia nel 1968, scrisse otto film e ne diresse in tutto più di quaranta, per la maggior parte appartenenti proprio al genere pinky violence. Il manga realizzato insieme a Kamimura è un lavoro sperimentale che riportava sulle tavole i codici narrativi del cinema di genere e che risentiva dello stile cinematografico di Suzuki e delle regole del pink movie, ad esempio una scena di sesso in ogni capitolo.

In apertura scorgiamo una ragazza sola, Wakaba, che in un giorno di neve arriva a Kyoto. Una voce fuori campo la descrive come figlia della famosa attrice Azusa Fumiko, acclamata per la sua bellezza e suicidatasi in circostanze misteriose in quella stessa città. Fin dalla prima immagine Wakaba appare enigmatica, non si conoscono la provenienza e  il motivo del suo arrivo. 

Attraverso una narrazione concitata, conosciamo Murase, il protagonista maschile, che lavora come aiuto regista in attesa del suo momento, che finalmente sembra essere arrivato: potrà dirigere la sua prima pellicola. Incontra Wakaba sul set e, sedotto dalla sua bellezza, ne fa la protagonista del film che vuol girare. Poco dopo i due si recano dal maestro di Murase, il pluripremiato regista Makiguchi Kenzo, da qualche anno ritiratosi dalle scene insieme alla moglie.

Makiguchi riconosce la figlia della sua attrice feticcio, e in lui si desta il desiderio di girare un ultimo film, riprendendo un copione che aveva scritto proprio per la madre di Wakaba e ispirato al racconto La passione del serpente di Ueda Akinari: la storia di un essere soprannaturale, un serpente demone che diventa donna per amore di un uomo. Il racconto è presente all’interno della raccolta Racconti di pioggia e di luna (Marsilio, 2001, traduzione di Maria Teresa Orsi) e presenta diverse affinità con questo manga, come ci spiega Paolo La Marca nella postfazione del volume.

Murase è così retrocesso ad aiuto e roso dalla rabbia, mentre Wakaba è introdotta nel mondo del cinema dal grande regista Makiguchi Kenzo. La ragazza dapprima appare preda della seduzione altrui, salvo poi rivelare la sua vera natura subdola e lasciva durante gli amplessi amorosi. Il serpente invade in modo morboso le tavole, simbolo ed esternazione visiva dell’interiorità del personaggio. Un animale sfuggente, associato a un fascino e a una passionalità considerati immorali e perversi.

parco dei cervi kamimura

Nell’epilogo, l’immagine del rinvenimento di Wakaba sembra rimandare a una poesia di Ueda Akinari: «I sogni di un tempo non si realizzeranno mai, perché la mia anima è caduta nel pozzo e il mio cuore è freddo». Nessuno potrà salvarsi dalla furia del demone, il serpente si è servito di tutti per portare a termine la sua vendetta. 

Kamimura piega il genere cinematografico a suo piacimento, ricavandone un’opera in linea con la sua poetica. Nel momento in cui la storia sta per precipitare nella violenza, rende il caos con grazia e poesia. Il soprannaturale è reso con un tratto morbido ed elegante. L’effetto di paura e suggestione è assicurato da un’atmosfera delineata con pochi elementi ripetuti con cura. L’ombra del serpente aleggia ovunque in modo insistente, insieme all’immagine ricorrente del suicidio della madre.

Il disegno trasmette con immediatezza la natura dei personaggi, grazie anche all’uso espressivo del colore nelle tavole in bianco e nero, specie il rosso, filo conduttore che li muove e assume diverse valenze: è il colore della sensualità, ma anche del sangue, della rabbia, di un desiderio di vendetta che si traduce in una violenza irrazionale e incontrollabile

Come in tutti i lavori di Kamimura, le donne sembrano dotate di una forza volitiva e una lucidità di cui i maschi appaiono totalmente sprovvisti. Wakaba declina la cifra fantastica della vicenda, è la femme fatale destinata a svanire con la stessa rapidità con cui appare, sublime presenza con un terribile potere emotivo, che incanta con la sua bellezza gli uomini già accecati dalla loro avidità e dai sogni di gloria.

La figura femminile, da sempre centrale nel lavoro di Kamimura, acquisisce ancora più forza quando è il suo demone a perseguire lo scopo, un essere sovrumano in cui l’urgenza di vendetta ha sconfitto il vincolo che lo legava alla terra. «Un giorno o l’altro, tornerò in vita sotto forma di demone», afferma l’ombra del serpente nel finale della terza parte. Il fantasmatico è anche una proiezione dei desideri nascosti degli uomini: l’amante dai piaceri inimmaginabili.

Rispetto ad altri lavori dell’autore, l’elemento erotico e orrorifico si intrecciano qui con l’idea di una vendetta ancestrale, mitica e misteriosa. Il soprannaturale diventa lo strumento attraverso cui il femminile traduce la violenza subìta e realizza la sua vendetta.

Il parco dei cervi
di Kazuo Kamimira e Noribumi Suzuki
traduzione di Paolo La Marca
Coconino Press, dicembre 2020
cartonato, 208 pp., b/n e colore
22,00 € (acquista online)

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