Un fumetto per riflettere sulla sindrome di Asperger

ted tipo strano asperger fumetto

Georges Canguilhem: «Le forme viventi sono mostri normalizzati.»

Émilie Gleason, tra gli ospiti dell’ultima edizione del Festival BilBOlbul di Bologna e Premio Rivelazione al Festival d’Angoulême 2019, si è fatta conoscere grazie ad un graphic novel dal ritmo concitato e nevrotico con protagonista un ragazzo con la sindrome di Asperger. Ted, un tipo strano (Canicola, 2020) è un libro che si legge tutto d’un fiato e che tratta con sensibilità – senza cadere in patetismi e sentimentalismi vari – un tema complesso come quello della neurodiversità: l’autrice con un tono apparentemente leggero ci introduce in un mondo fatto di mille sfaccettature, sfuggente a chi non sa mettersi in ascolto. 

Una premessa (storica)

Infatti, parlare di neurodiversità non è semplice, soprattutto da parte dei neurotipici. Il termine autismo fu coniato nel 1911 dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler, ma furono Hans Asperger e Leo Kanner i primi a usarlo in ambito diagnostico per descrivere soggetti caratterizzati da un profondo disturbo di relazione. La descrizione data dallo psichiatra austriaco Hans Asperger rimase sconosciuta per decenni fino alla riscoperta nei primi anni Novanta e all’inserimento nella quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, conosciuto dagli addetti ai lavori come DSM-IV, oggi alla quinta edizione. 

La Sindrome di Asperger, oggi, rientra a tutti gli effetti nello spettro autistico e definisce, pertanto, forme di autismo ad alto funzionamento caratterizzate da evidenti problematiche di relazione e di socialità. Non è un caso che scavando negli studi di Asperger – consigliato il saggio di Edith Sheffer I bambini di Asperger: la scoperta dell’autismo nella Vienna nazista – uno dei concetti più battuti è quello di Gemüt. Il termine tedesco è difficilmente traducibile in italiano a causa di una storia complessa e stratificata che attraversa la storia del popolo tedesco dal Diciassettesimo al Ventesimo secolo. Quello che però ci interessa è il suo uso nella psichiatria degli anni Quaranta del secolo scorso. Durante la diffusione del nazionalsocialismo, il Gemüt assunse una connotazione razziale e ideologica: infatti, indicava una predisposizione dell’individuo a sentirsi intimamente connesso con la collettività, tanto da determinarne il valore sociale.

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È abbastanza palese che gli individui sprovvisti di questa disposizione d’animo fossero considerati inutili ai fini del meccanismo sociale nazionalsocialista. La dimensione normativa con cui il paradigma biomedico si accostava alla neurodiversità era influenzato da una precisa visione del mondo su cui si basava il discrimine tra la normalità e il patologico. 

Questa valutazione non è caratteristica di una situazione limite come quella dei regimi totalitari del Ventesimo secolo, ma è invece comune a ogni descrizione normativa: in soldoni, senza scomodare decenni di studi multidisciplinari, l’immagine che una società ha di una patologia è deficitaria, o meglio è necessariamente una costruzione sociale. 

Negli ultimi decenni, nella costruzione dell’idea e delle immagini della malattia e del malato hanno un ruolo attivo gli stessi soggetti che vivono sulla loro pelle il disagio: soprattutto, nel caso dell’Asperger e disturbi dello spettro autistico ad alto funzionamento, l’ultima parola sulla malattia spetta al malato che la giudicherà in termini di soddisfazione in relazione alla sua esperienza e al suo vissuto. 

Partendo da questi presupposti – che in casi limite vorrebbero mettere tra parentesi anche il discorso biomedico sull’oggettività della malattia – su quali prerogative si fondano le rappresentazioni narrative di soggetti normotipici? Nell’ambito della narrativa per immagini la diversità e la differenza sono temi classici e centrali, tanto da poter dire che il fumetto mainstream americano con tutti i suoi limiti è un’enorme elegia del diverso e del “mostro”, ma in rari casi la diversità che viene raccontata «provoca un restringimento delle modalità di esistenza», imponendo dei vincoli che riducono i margini di libertà e realizzazione del singolo. 

Rappresentare le diversità

binky brown justin green

Se la letteratura biografica sull’Asperger così come quella legata ad altre forme di disabilità negli anni ha conosciuto ampia diffusione e fortuna (si veda il caso di Temple Grandin), nel fumetto grazie al crescente interesse esercitato dalla medicina grafica l’argomento ha trovato una sua cittadinanza, nonostante alcuni evidenti limiti. Le testimonianze dirette sono rare e non hanno forse goduto della dovuta attenzione. 

Tra i primi esempi “inconsapevoli” di graphic medicine e di rappresentazione autobiografica della diversità – iscritta però in un orizzonte critico verso la castrante educazione religiosa americana – abbiamo l’opera di Justin Green: Binky Brown meets the Holy Virgin Mary. Tra il seminale lavoro di Green e la consapevole maturità autobiografica del graphic medicine con opere come Marbles di Ellen Forney, Le parentesi di Élodie Durand, Psychiatric Tales di Darryl Cunningham, La storia delle mie tette di Jennifer Hayden o il best-seller francese La differenza invisibile di Julia Dachez e Mademoiselle Caroline la rappresentazione della diversità soprattutto psichiatrica è vista attraverso gli occhi dei normotipici

In questa categoria, molto più ricca e fortunata, rientra una pietra miliare del fumetto: Il grande male di David B., che rappresenta una felice sintesi di autobiografia e graphic medicine. L’autore consegna alle pagine una storia corale, utilizzando come focus la lunga malattia del fratello Jean-Christophe. Attraverso una scrittura stratificata e catartica, David B. compie non solo una ricognizione della dimensione totalizzante della malattia, ma analizza anche la caduta di Jean-Christophe in un’apatia e una rassegnazione profonda con cui lo stesso autore deve combattere per mettere ordine nella sua vita. 

Pur non ascrivibile al genere autobiografico (se non attraverso la mediazione romanzesca), l’opera di Chris Ware è un ottimo esempio di come rappresentare la diversità: da Jimmy Corrigan a Rusty Brown, passando per Building Stories, l’autore originario del Nebraska ha cercato di dare forma non gerarchica ai suoi fumetti, così da poter esplorare tanto lo spettro narrativo quanto la dimensione ambigua e patologica della memoria: i ricordi non si possiedono, ma anzi come spettri appaiono e scompaiono nel teatro della mente senza una precisa logica sequenziale, ma per rimandi, associazioni e elusioni. La regia panoptica di Ware gli permette di rappresentare le forme ossessive e divergenti attraverso cui la mente si dispiega. 

Ma non tutti hanno la consapevolezza del medium di Ware, e spesso la diversità è rappresentata attraverso l’uso di una storia convenzionale che spinge solo sull’empatia e sul facile pietismo. A questa categoria più semplice e immediata possiamo ascrivere opere come Mentre il re di Prussia faceva la guerra, chi rammentava i calzini? di Zidrou e Roger Ibanez o Imparare a cadere di Mikael Ross. Importanti nel portare all’attenzione situazioni di solitudine e disagio, ma che fanno uso di un registro malinconico e al contempo irenico, che tende un po’ ad appianare alcune asperità. 

Una commedia tragica: Gleason e l’Asperger

Ma torniamo all’opera di Gleason, cercando di capire come funziona e come riesce a mettere in essere le istanze a cui accennavamo. 

Potremmo idealmente dividere il volume in tre sezioni che delineano un crescendo emotivo e seguono una specie di dialettica interna che non si conclude in una sintesi pacificatrice. Infatti, il lavoro non paventa soluzioni appaganti e prova a mostrare il lato oscuro dell’Asperger

Nella prima sezione, Ted è presentato attraverso i suoi eccentrici comportamenti, le sue stereotipie, i riti ossessivi che dettano il ritmo della giornata (e la possibilità che possa assomigliare quanto più a quella degli altri). Gli atteggiamenti ossessivo-compulsivi si traducono nell’iterazione di alcuni pattern che giocano con la prossemica. Il corpo di Ted è un simbolo degli stati emotivi: la goffagine e le astruse posizioni disegnate da Gleason servono a rendere il rapporto con il mondo e con gli altri. Questa sezione è dominata da trovate grafiche, e da pagine fitte di segni e gesti, nonché da un tono leggero e comico tutto intessuto sulle mancate agnizioni e sull’interpretazione sui generis della socialità da parte del nostro Ted. 

Il flusso comico è interrotto da un evento insignificante per un normotipico ma che nel caso di Ted scompagina le coordinate del suo mondo. Ted è costretto a far ritorno nella casa paterna, perdendo un’autonomia che ha conquistato duramente. Gleason delinea con disincanto la problematicità della convivenza con un Asperger, attingendo a piene mani dai suoi vissuti. E il personaggio di Elena – la sorella di Ted – nel suo essere refrattario e poco incline a capire suo fratello, è modellato senza troppi filtri e poche concessioni sulla stessa Gleason. Ted in questa fase è costretto ad assumere farmaci e sottoporsi allo sguardo normativo e nosologico della medicina. 

La terza sezione è quella dove l’interpretazione comica dell’Asperger lascia il proscenio a una riflessione molto più complessa sulla capacità della società di comprendere e gestire la diversità: le difficoltà familiari si traducono nella decisione di far curare Ted in una struttura residenziale. L’argomento è spinoso, e la scelta della Gleason si discosta dal vissuto per acquistare un tono drammatico. Le tavole diventano più asfissianti, e la parola irrompe nel tessuto della pagina fasciando un Ted intontito dai farmaci e dalle terapie comportamentali verso il quale è poco incline. L’esito non sarà felicissimo, lasciando il lettore attonito. 

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Lo stile di Gleason si muove su un registro umoristico, interpretando lo slapstick con un piglio contemporaneo e pop, la vita di Ted è fatta di tante piccole isole da raggiungere, solcando le difficoltà quotidiane che i normotipici affrontano con nonchalance e indifferenza. L’inedito stupore con cui Ted affronta il mondo dà vita a situazioni comiche e divertenti ma, sotto la patina surreale e infantile di questa commedia, si nasconde una dimensione più profonda, trasformando un pièce teatrale assurdista in un pugno nello stomaco emotivamente travolgente.

Il piglio naïf, la palette platicosa, le vignette scontornate e il flusso caotico con cui Gleason gestisce una materia sensibile sono strumenti retorici utili a creare una distanza con quanto narrato e restituire comunque un ventaglio complesso di tonalità emotive: dall’apatia alla giocosa e ingenua apertura al mondo, passando per i crolli emotivi e le violente scariche di rabbia che coinvolgono non solo Ted, ma anche chi gli sta intorno. 

Percorrendo le tavole caotiche e infantili di Gleason si nota che gli sfondi progressivamente si semplificano, come anche la palette sino all’anonimia e alla asetticità della struttura sanitaria in cui alloggia il protagonista. Queste scelte cercano di rappresentare il cambiamento del rapporto che Ted intrattiene con il mondo. Ted si muove in un ambiente privo di appigli e straniero: l’indifferenza con cui la società reagisce alla diversità di Ted lo isola, accentuando il suo smarrimento. L’attenzione all’oggettività torna nel finale, quando ormai ciò che lega Ted al mondo sembra ormai essersi consumato e irrimediabilmente logorato. 

La commedia tragica orchestrata da Gleason – tra una risata e un senso di smarrimento – cerca di rappresentare in maniera inedita l’Asperger con un stile che dietro la patina pop nasconde un meccanismo complesso e destabilizzante, che non lascia indifferente il lettore. Si rischia di affezionarsi a Ted e sicuramente di fermarsi un attimo a riflettere sugli ostacoli e le insidie che un mondo tutto sommato amichevole presenta agli Asperger.

Leggi un estratto di “Ted, un tipo strano”

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