In “Wonder Woman 1984” si sono dimenticati il vero superpotere dell’eroina DC

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Immaginatevi se il film su Black Panther avesse trasformato l’eroe del black power in un nero integrato nella società bianca: portatore di una cultura da classe media, con abiti in poliestere per andare a lavorare in ufficio, finto sorriso stile Pan Am, vita regolare, nessuna aggressività manifesta, secondo i migliori dettami dell’American Dream bianco, quello della teologia della prosperità che vuole tutti sempre sorridenti e positivi, caricati a mille. Sarebbe stato lo stesso film?

Il successo di Black Panther è legato anche alla carica di rabbia e alle regole di gruppo di una cultura diversa, afroamericana e non più bianca e protestate. È chiaro, è la chiave, l’hanno capito tutti anche quelli che di lavoro mangiano ghiaccioli e dormono tanto (l’immagine dello spettatore medio secondo le major cinematografiche americane soprattutto quando si occupano di comics).

Ecco, il secondo film dedicato a Wonder Woman, oltre a tutti i problemi di distribuzione che potete immaginare, ha proprio questo problema: si sono persi il superpotere “vero” di Wonder Woman. Ne parla diffusamente anche un articolo del New Yorker e non potrei essere più d’accordo dopo averlo visto in una fredda giornata di inverno milanese, circondato dalle spire del morbo a metà tra il manzoniano lazzaretto e la nevicata natalizia stile Eternauta.

Wonder Woman 1984 è un film ambientato nell’anno eponimo, con protagonisti vestiti come in un videoclip di Videomusic (non di Mtv, non vi sbagliate), alternando momenti in cui si prende parodisticamente in giro il terreno e la cultura degli anni Ottanta, talmente di moda da essere passati per la seconda volta di moda, a quelli in cui ci si dimentica del 1984 e ci si ritrova in un presente senza telefonini. Nel film ci sono attori ottimi (Chris Pine, Gal Gadot, che, oltre a essere una supermodella e un’atleta del piccolo schermo, è anche un’attrice con un discreto range di emozioni, tutt’altro che trascurabile: se solo volessero dargli delle parti sensate) e pessimi (Pedro Pascal e Kristen Wiig). I comprimari invece sono tremendi. Soprattutto il presidente degli Stati Uniti e il bambino. Ah, il bambino. Vabbè.

La regista è Patty Jenkins, che è stata corteggiata per anni e doveva girare una serie di film epici senza fine. Finora ha dato ottima prova di se stessa. Fino al primo Wonder Woman incluso. Ma questo Wonder Woman 1984 non va bene. Eh no, non va bene. Perché vedete, Wonder Woman non è (solo) Lynda Carter che gira su se stessa nel parcheggio della Warner Bros. travestita da ufficiale americano della Seconda guerra mondiale e si trasforma nell’amazzone che tutti ricordiamo. No.

Wonder Woman è un’icona della prima ondata del femminismo, il cui vero superpotere era la distanza tra il suo ruolo, la società al femminile dove è cresciuta e la capacità di essere autonoma e fare scelte non dettate da padri, fratelli, amanti o figli maschi. Questo in un’epoca, gli anni Quaranta, in cui gli Usa crearono la donna-oggetto e la commercializzarono su scala industriale (rivedetevi Mad Men per capire quello di cui sto parlando, e siamo già agli anni Sessanta).

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C’è un libro che spiega molto bene quello a cui faccio riferimento quando dico “il vero superpotere di Wonder Woman”, e cioè The Secret History of Wonder Woman, pubblicato nel 2014 da Jill Lepore (che è anche quella che ha scritto l’articolo del New Yorker). Il creatore di Wonder Woman, nato nel 1940, è William Moulton Marston, psicologo, che viveva con sua moglie, l’avvocato Elizabeth Holloway, e la psicologa e autrice Olive Byrne. Un terzetto che viveva insieme “alla mormone” (perdonatemi l’espressione, per mancanza di termini più adeguati) e che come famiglia atipica a tre allevò ben quattro figli.

La casa editrice All-American Publications non lo sapeva e invece aveva assunto lo psicologo per cercare di contrastare il montante sentimento anti-comics che i benpensanti americani e le associazioni delle famiglie stavano manifestando da tempo. L’idea di Marston fu quella di creare un personaggio di superoina al femminile, capace di manifestare sentimenti che non erano quelli brutali dei cazzottoni tipici dei comics dell’epoca, ma legati all’empatia. Così, mentre il Giappone attaccava Per Harbour nel “giorno dell’infamia”, faceva il suo esordio Wonder Woman, con un vestitino che ricalcava la bandiera americana, bracciali a prova di proiettile, lazo della verità.

Occhio che Marston non era un progressista e un femminista ante-litteram. Si tratta invece di una figura complessa che ha lavorato in maniera dialettica (per usare un eufemismo) con lo staff di All-American Publications, soprattutto con l’unica editor donna, cioè Dorothy Roubicek. Le idee di Marston sullo sviluppo della personalità femminile erano alquanto discutibili, soprattutto per il desiderio costante di pratiche di bondage e altre forme di sottomissione femminile «che alle donne per la loro natura piace e viene ricercata». Roubicek non era molto d’accordo e ci furono varie faide interne, tra cui quella che portò, nel 1943, alla creazione della nemesi di Wonder Woman, il suo arci-nemico: Cheetah. Personaggio che più kinki e camp non si può.

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Il fumetto è andato (e sta andando) come è andato. Il problema è che la nostra regista Patty Jenkins ha perso la palla. Emula di Kat Bigelow, ha un talento paragonabile per quanto riguarda il dosaggio dell’azione, ma si è lasciata chiaramente prendere la mano dagli effetti speciali, da un cattivo casting (Kristen Wiig ma soprattutto Pedro Pascal, decisamente insopportabile), dall’uso maldestro e in malafede del personaggio-bambino (quando c’è un bambino ricorrente in un film e non si tratta di un film dell’orrore, ricordatevi sempre che è una trappola) e da buchi cosmici nello sviluppo della trama.

Indro Montanelli sosteneva che un’idea per un articolo è poca ma due sono troppe. Dovrebbero spiegare un concetto del genere a Jenkins, che probabilmente si è trovata a mettere assieme tre film diversi ma, per un motivo o per un altro, non è riuscita a fare sintesi e si è fermata prima di avere in mano il materiale per un buon film. Invece, ha mandato in distribuzione “pezzi” di un buon film. E questo si vede chiaramente.

Quindi Wonder Woman 1984 vale la pena? Avendo un milione di ore di tempo libero a casa, si può vedere. Ma anche senza audio e sullo schermo piccolo mentre si parla con qualche amico su FaceTime. Con questo film le aspettative di molte donne e delle loro figlie sono andate tragicamente deluse: nel 2017 le donne e le loro figlie sono uscite da Wonder Woman piene di gratitudine. Significa molto soprattutto per le bambine vedere un personaggio femminile reagire, salvare i deboli e sconfiggere i cattivi. Significherebbe di più se non fosse sola e facesse parte di una battaglia più grande, una lotta per la giustizia.

Wonder Woman 1984 ha chiarito che non è così. Diana Prince è un personaggio dei fumetti senza veri superpoteri, come purtroppo sempre più succede nella società americana.

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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