Il fumetto d’avventura per ragazzi, fatto bene

avatar last airbender fumetto

Fin dal suo debutto come serie animata nel 2005 Avatar: The Last Airbender si è posta obiettivi importanti e inconsueti per una produzione dedicata a un pubblico di ragazzini di dieci anni. Ambientata in un mondo fantasy dai toni vagamente asiatici e costruita intorno a un universo fatto di guerre tra popoli variopinti, nel corso di sole tre stagioni la serie è riuscita a dimostrare più volte una profondità narrativa notevole.

Dietro a un paravento fatto di superpoteri, battaglie e umorismo i creatori Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko – in precedenza entrambi impegnati su serie come King of the Hill e I Griffin – sono finiti a parlare di argomenti spesso scomodi, legati proprio al burrascoso teatro dove prendono piede le vicende raccontate. Ancora oggi non è facile trovare una serie animata dove si affrontano temi come il genocidio e la libertà di espressione. Eppure i due showrunner sono riusciti a farlo, raccontando i tentativi di un monaco dodicenne di pacificare i rapporti tra quattro tribù legate agli elementi naturali.

Una scelta coraggiosa, che ha permesso ad Avatar di guadagnarsi un plauso di pubblico straordinario, oltre che una lunghissima serie di riconoscimenti da parte della critica specializzata. Naturale quindi la volontà dei produttori di allargare il più possibile il franchise, partendo da una trasposizione in live-action che ne avrebbe dovuto sdoganare la popolarità in maniera definitiva.

Purtroppo le cose non sono andate esattamente come pianificato, e il flop firmato da M. Night Shyamalan – uscito nei cinema nel 2010 – ha rischiato di affossare del tutto l’operazione. A conti fatti, cercare di comprimere in soli 103 minuti una mitologia così complessa e stratificata era un’impresa durissima.

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Per di più la produzione del lungometraggio ha eliminato del tutto ogni forma di umorismo, ha imposto un pesante whitewashing e, in genere, tutti gli elementi che rendevano grande la serie animata sono stati resi su schermo in maniera goffa e approssimativa. Non a caso DiMartino e Konietzko hanno deciso di prendere le distanze da queste scelte. Cosa che è successa anche con l’imminente remake firmato Netflix, a dimostrazione di quanto i due tengano ancora alla loro creatura.

Nonostante il momento non proprio favorevole, nel 2012 la Dark Horse Comics ha iniziato a produrre una serie di graphic novel basate sulla serie animata di Nickelodeon, affidando la sceneggiatura a Gene Luen Yang (American Born Chinese, Dragon Hoops) e i disegni allo studio nipponico Gurihiru (The Unbelievable Gwenpool, Superman Smashes the Klan). A differenza dell’operazione cinematografica il coinvolgimento dei due creatori del franchise è stato autentico, e il retaggio della serie si è salvato.

Come se si trattasse di una sorta di formula matematica dove ogni fattore finisce al posto giusto il successo è stato immediato, e i volumi hanno raggiunto agilmente la vetta dei best seller del New York Times. A differenza di tanti altri spin-off o trasposizioni da un linguaggio all’altro, chi è stato coinvolto ha compreso così bene l’essenza del titolo da riuscire a rafforzare ulteriormente gli aspetti più caratterizzanti, e i risultati hanno premiato subito questo tipo di approccio.

Avatar: The Last Airbender (in Italia pubblicato da Tunué) è un fumetto insolitamente complesso e stratificato per il pubblico a cui si rivolge. Il worldbuilding è tratteggiato a malapena, mentre tutta l’attenzione è rivolta a tematiche decisamente più impegnative, come la ricerca della propria identità, il rapporto con i genitori, la famiglia e il lascito della cultura in cui si cresce. Nel primo volume – La promessa – si parla di colonie e del bisogno di staccarsi da un passato sanguinoso. In questo contesto il monaco Aang, ultimo della sua tribù, incontra un gruppo di sue fan, tanto fanatiche da copiarne abbigliamento e tatuaggi. Ne segue un’aspra discussione sul concetto di appropriazione culturale.

La serie pare riflettere su se stessa, sul fatto che una proprietà intellettuale prodotta negli Stati Uniti tragga la sua forza da spunti presi da mitologie cinesi e Inuit. La conclusione non è per nulla scontata, lontana da certe banalità retoriche, e ci parla di un mondo in costante evoluzione, dove al bianco e nero è più saggio preferire di volta in volta una diversa sfumatura di grigio. Una prospettiva che andrà a coinvolgere anche gli abitanti stessi dei vecchi avamposti imperialistici, ormai completamente fusi con le terre che un giorno dovevano presidiare. Appartenenti alla Tribù del Fuoco, ma ormai legati in maniera indissolubile – e reciproca – con quella della Terra. Che senso avrebbe sciogliere un legame tanto stretto?

Si tratta solo di uno dei moltissimi esempi delle problematiche affrontate dai protagonisti durante le loro avventure. Partendo da script già esistenti – sviluppati proprio da DiMartino e Konietzko, magari da progetti abortiti – Gene Luen Yang parla con la propria voce, creando un senso di continuità fortissimo con le sue opere più intime e biografiche. La scelta da parte della casa editrice di puntare su uno scrittore noto anche come formatore – ambasciatore della letteratura per ragazzi dal 2016 – è tutto tranne che casuale. In pochi sarebbero stati capaci di fare di meglio, mantenendo un linguaggio appassionante e comprensibile al suo pubblico mentre si parla di argomenti complessi.

Lo sceneggiatore affronta una serie di temi molto stratificati rendendoli accessibili e naturali, senza mai cadere nella banalità o nella faciloneria. Nel secondo volume – La ricerca – si arriva a parlare di malattia mentale, includendola nel flusso narrativo come se nulla fosse. Così i disturbi della psiche diventano qualcosa che fa parte della storia, non il fulcro attorno a cui fare ruotare tutto. Sono presenti e dolorosi, ma non il punto principale su cui costruire l’ennesimo racconto pietoso sulla malattia. Abbiamo poi il tema della memoria, la ricerca della propria strada nonostante si provenga da famiglie disfunzionali, l’importanza delle radici e la necessità di allontanarsi da esse.

Rispetto al primo volume, La ricerca porta in dote anche un notevole incremento della complessità dell’intreccio, saltando continuamente avanti e indietro nel tempo senza mai spiegare più del dovuto. Nulla di incomprensibile per i lettori più scafati, ma una bella sfida per i più giovani, magari alle loro prime esperienze con il fumetto.

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Proprio per evitare un impatto troppo duro gli editor di casa Dark Horse hanno affidato i disegni a Chifuyu Sasaki e Naoko Kawano. Il loro è un tratto semplice e pulito, perfetto anche per chi non mastica fumetti e abbastanza vicino al mondo del manga e del videogioco da entrare subito in sintonia con i lettori più giovani. Rispetto alla serie animata i disegni sono più stilizzati e i tratti più plastici, rendendo l’insieme moderno e aggiornando l’immaginario di Avatar al 2020, rispetto agli anni passati dalla prima messa in onda.

Non mancano certo momenti suggestivi e spettacolari – l’apparizione della Madre dei Volti, molti combattimenti – ma la priorità assoluta pare essere quella di guidare una lettura chiara e mai faticosa. Anche alle prese con una sceneggiatura frammentata e ricca di ellissi come quella di La ricerca non ci si sente mai spaesati, e la narrazione risulta sempre fluida.

Alla stessa maniera della scrittura anche dal punto di vista grafico la scelta sembra quella di concentrarsi sulla crescita dei personaggi e sui loro sentimenti rispetto all’azione tout-court. Si crea così una sinergia davvero notevole tra disegno e parole, permettendo all’operazione di porsi come qualcosa di ben diverso di un mero spin-off commerciale di una proprietà intellettuale di grande successo.

Avatar: The Last Airbender è un grande fumetto per ragazzi, dotato di una forte impronta autoriale e capace di porsi come lettura sfidante per le fasce di lettori più giovani (attenzione, non giovanissimi). Consigliato anche a chi delle avventure del giovane Aang non sa nulla.

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