Spank, lo Snoopy giapponese

hello spank

Davvero tu ragioni come me
e assai di più di un cane certo sei…
mi piace sai parlare insieme a te
che grande sei piccolo Spank.

Nessun piccolo telespettatore poteva sapere, negli anni Ottanta, che “Spank” in inglese significasse “sculacciata” e che qualche decennio più avanti quel nome avrebbe più facilmente richiamato una pratica sessuale piuttosto che il nome del personaggio buffo di un cartone animato: un cane umanizzato e pasticcione che allietava i pomeriggi con la sua strana parlata, divertendo grandi e piccini.

Tratta da uno shojo manga in sette volumi edito in Giappone per la prima volta tra il 1979 e il 1982 (e in Italia tradotto da GP Manga nel 2011), la serie animata Hello! Spank debuttò sui canali giapponesi nel marzo 1981, per un totale di 63 puntate (essendo a cadenza settimanale, durò più di un anno). In Italia arrivò poco dopo, nel 1982, per essere poi replicata innumerevoli volte.

Aiko e Spank

La storia si discosta abbastanza da quella del manga e in breve si può riassumere così: la tredicenne Aiko (diventata Aika nella versione italiana) si trasferisce da Tokyo a una cittadina balneare sulla costa per vivere con lo zio, il signor Fujinami, dato che la madre accetta un lavoro a Parigi. Porta con sé il suo amato cagnolino Puppy (frainteso con “Papy” in italiano) che però nella prima puntata muore tragicamente investito da un furgone. Aiko è disperata ma ritrova il sorriso grazie a Spank, un cane del posto rimasto orfano del padrone, scomparso in mare.

Anche il padre di Aiko è dato per disperso in mare da molti anni, così i due legano subito. Compaiono ben presto diversi comprimari, tra cui gli amici di Aiko e altri buffi animali, e la storia va avanti seguendo l’adolescenza della protagonista e la sua quotidianità, scandita da scuola, primi batticuori, compiti, vacanze e così via.

L’anime vive di vita propria, un po’ come tutti quelli che popolavano i pomeriggi degli anni Ottanta, amato soprattutto dalle bambine dell’epoca (provate a chiedere a un trenta-quarantenne maschio, a stento ricorderà che Spank era un cane), ma a rivederlo oggi accusa forte i segni del tempo. I disegni sono bruttini, i personaggi secchi e ossuti con enormi capoccioni e capelli a cespuglio, la storia ha poco ritmo, le gag a volte sono inconsistenti e i dialoghi banali. Anche le situazioni spesso si ripetono e così facendo perdono la carica comica (per esempio il tormentone della signora Saki, la governante di casa Fujinami, che perde i sensi letteralmente ogni puntata perché ha il terrore dei cani).

Aiko e i suoi amici, stringi stringi, sono noiosi e privi di una vera personalità, e forse per questo le figure “negative” sono quelle più interessanti: Serino (italianizzato in Serina) è l’amica ricca e viziata, mentre Seiya il bulletto belloccio e dal cuore d’oro invaghito di Aiko, da lui ribattezzata “capelli d’alghe”. Ma in generale, la realtà dipinta è davvero ordinaria e poco interessante, se non fosse per un elemento caotico che ne sovverte gli standard: Spank!

hello spank

Il vero protagonista

Il cane di Aiko – ovviamente il vero protagonista – è l’immagine dell’anarchia totale, è un outsider, una scheggia impazzita. Grazie a lui la serie perde la patina di banalità shojo per diventare una commedia a tutti gli effetti, con picchi di comicità demenziale inaspettati. Ma chi è Spank? È una specie di pupazzone che si comporta come un essere umano in tutto e per tutto, si veste, cammina su due zampe, mangia a tavola usando le posate, ha i pollici opponibili ed è dotato di volontà propria.

Azzardando paragoni, senz’altro non è come Hobbes, il comprimario di Calvin dell’omonima celeberrima striscia, perché qui parliamo di un animale in carne e ossa che interagisce con tutti quelli che lo circondano (mentre Hobbes è un peluche, che solo il suo padrone percepisce come reale). È piuttosto come Snoopy, il bracchetto che nel tempo libero, tra le altre cose, fa lo scrittore di gialli, si traveste da asso dell’aviazione e bacia le ragazze.

Spank lascia biglietti scritti con una grafia strampalata, si veste da Superman quando vuole fare l’eroe e spesso salta al collo di Aiko  abbracciandola. Non è un bracco ma graficamente è molto simile a Snoopy (bianco con le orecchie nere) e, proprio come lui, interagisce su più livelli con gli esseri umani. Non comunica a parole ma sa farsi capire tramite imitazioni e replicando con i gesti quello che accade intorno a lui.

Al contrario di Snoopy però, non dispensa pillole di saggezza e non ragiona sul senso della vita. Ha il cervello di un bambino di tre o quattro anni e prova emozioni basilari, non per questo meno travolgenti di quelle di un adulto, anzi. La sua personalità debordante compensa il piattume degli amici umani, i suoi scoppi di risa e il suo pianto disperato sono trascinanti, l’enormità dei sentimenti che prova è struggente.

La rappresentazione grafica delle emozioni è portata all’apice, e non mi stupirei se scoprissi che è stato Spank a inventare “gli occhi a cuore”, immancabili quando si imbatte nella gatta di cui è innamorato, o il masso che dal nulla precipita in testa in caso di smacco o delusione. È il simbolo dell’amore disinteressato e incondizionato – proprio come lo sono i bambini – ma è anche un personaggio fantozziano nel suo essere goffo e perlopiù inetto in tutto quello che fa. E dunque fa ridere, proprio come Fantozzi. Dirò di più: lo Spank italiano fa più ridere dell’originale giapponese, e il motivo è lo straordinario doppiaggio.

hello spank

La voce di Spank

Su questo va fatto un discorso a parte. Spank in italiano è doppiato da Liù Bosisio, la voce storica di Marge Simpson per intenderci, che ha stravolto la versione originale, migliorandola sensibilmente. In un’intervista relativa proprio al lavoro fatto su Spank afferma: «Proposi di fargli dire il minimo indispensabile: solo suoni, reazioni, qualche piccola parola (essendo molto piccolo non poteva avere un vocabolario ricco). E così si fece. Doppiai tutto “all’impronta”, senza testo: io vedevo l’immagine e reagivo a seconda di ciò che sentiva o vedeva Spank. Fu molto bello doppiarlo così».

E in effetti nella versione giapponese Spank parla, ma molto meno che in quella italiana, spesso abbaia in modo scomposto o emette suoni non distinguibili. Termina tutte le parole con -wan, che in giapponese è il verso del cane, ma l’effetto non è comico come invece risulta in italiano, con i suoi vezzi tipo «iaiabimba» per chiamare Aiko oppure «trovato!» quando ha un’idea. Capita che il sonoro non corrisponda al labiale, ma poco importa.

Il suo linguaggio peculiare è un’invenzione italiana, così come italiana è stata la decisione di dare al suo amico/nemico Torakichi (adattato in Torakiki, con la seconda C dura), un gatto attaccabrighe, un forte accento tedesco. Se in originale Torakichi ha una vocetta stridula e quando parla usa la desinenza -nyan (ovvero “miao”), in italiano ha un vocione severo che sembra quello di Ernst Knam e pronuncia parole come «danke», «aiuten», «cattiven» e addirittura «mein gott». Un colpo di genio. il risultato è dir poco esilarante e Torakichi, con la sua cravatta rossa, resta impresso tanto quanto Spank, molto più degli amici bipedi di Aiko.

In generale, tutti gli animali presenti nella serie si rivelano molto meglio degli esseri umani sia a livello comico che a livello narrativo. Il terzetto formato da Spank, Torakichi e Barone (il cagnolino di Seiya) crea situazioni con un tasso estremo di comicità fisica o nonsense che, unita alle singolari parlate, genera le gag migliori. A loro si aggiungono la gatta siamese Micia (il cui nome originale è Kyatto, ovvero “cat”, un tantino ridondante) e la cagnolina Fanfan, meno ricorrente. Neanche a dirlo, Spank si innamora di entrambe. 

L’adattamento è geniale, ma non sempre ottimo. A volte è fin troppo spregiudicato, per esempio quando sono citati Miguel Bosè e il tenente Kojak (!) al posto di due attori giapponesi (all’epoca non si faceva molto caso a incongruenze di questo tipo). A volte è inappropriato, vedi l’utilizzo massiccio di esclamazioni come «oh, signore!» oppure «oddio», che in un contesto giapponese hanno decisamente poco senso, e a volte proprio sbagliato (Ryo diventa Rei, Fujinami diventa Fuyami). Inoltre, per l’ultima decina di puntate, non è più Bosisio a occuparsi di Spank, rimpiazzata da una collega che ricalca il lavoro già fatto, ma con esiti a volte meno riusciti.

hello spank

In Italia nel 1994 la sigla storica di Albertelli/Tempera fu sostituita con un’altra cantata da Cristina D’Avena e il titolo cambiò da Hello Spank! a Spank, tenero rubacuori, ma dopo non molto furono ripristinati sigla e titolo iniziali.

Quello che resta oggi è un anime invecchiato maluccio, cosa che invece non è accaduta al suo protagonista. È evidente, rivedendo le puntate a distanza di quarant’anni, che il personaggio è decisamente superiore alla serie, anche se non ha generato remake o merchandising infinito come molti altri dell’epoca e perfino in Giappone è caduto un po’ nel dimenticatoio. 

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