“Invincible”, sangue, famiglia e guerre cosmiche

invincible fumetti robert kirkman

Invincible rappresenta quello che succederebbe a ogni supereroe se fosse possibile farlo scrivere a un solo autore per tutta la sua vita editoriale, senza farsi influenzare da rilanci o ritorni allo status quo. Non ci sono retcon, reboot o Soltanto un altro giorno vari. Se un pianeta è distrutto è distrutto. Se qualcuno muore, muore. E le conseguenze di ogni evento si estendono su tutte la narrazioni successive. Si tratta di qualcosa davvero raro nel mondo del fumetto statunitense, ritrovabile forse solo nel Savage Dragon di Erik Larsen.

Sceneggiata da Kirkman per tutti i 144 numeri della sua durata e disegnata quasi interamente da Ryan Ottley – che subentra a Walker dal numero 8 – Invincible parte in maniera piuttosto tradizionale, focalizzandosi sulla doppia vita di Mark Grayson, figlio adolescente del potentissimo Omni-Man, e sul suo percorso di apprendistato come difensore della Terra. Ma nel giro di una manciata di numeri la serie diventa enorme, piena di personaggi e di eventi catastrofici.

Da Science Dog a Invincible

Nata da una specifica richiesta di Image Comics, che all’epoca cercava nuovi personaggi per una nuova linea di supereroi, Invincible fu sviluppata dai due fumettisti in seguito alla bocciatura da parte degli editor del pitch per Science Dog. Si trattava di una serie incentrata su di un cane-avventuriero antropomorfo, che sarebbe stata in seguito inserita nell’universo di Mark Grayson come fumetto preferito del protagonista. Partendo da simili presupposti, improntati sull’escapismo più puro e velatamente nostalgico, non stupisce come i primi numeri di Invincible siano molto conservativi e rassicuranti. Abbiamo un’atmosfera spensierata, tanto citazionismo e gran parte dell’attenzione è concentrata sul bilanciamento tra atmosfere da teen-drama liceale e coming of age supereroistico.

I momenti più memorabili del primo arco narrativo sono sicuramente le scenette di vita familiare, indispensabili per capire cosa significhi avere come padre un Superman. Mentre il resto del mondo pensa che Mark sia il figlio di un romanziere di fantascienza di seconda fascia – meglio non essere troppo in vista – tra le mura di casa è noto a tutti che il genitore provenga da un pianeta ultra evoluto, dove chiunque è in possesso di poteri straordinari. Da questi presupposti si sviluppa una serie di trovate leggere e divertenti, che permettono di concentrarsi anche su aspetti tipicamente adolescenziali.

I poteri di Mark si risvegliano durante un suo turno di lavoro presso il fast food locale, trasformando il semplice gesto di buttare la spazzatura in qualcosa di comicamente esagerato. Tutto a un tratto l’outsider del liceo si trova nella posizione di rifarsi di tutta una serie di angherie subite da parte del bullo di turno, schiantandolo contro i classici armadietti nei corridoi.

Lo stopposo cliché narrativo della conversazione “matura” tra padre e figlio, tenuta mentre ci si esercita in qualche sport, si svolge con i due protagonisti che si danno le spalle. Omni-Man lancia una palla da baseball nella direzione opposta al figlio e questo la riceve come se venisse da qualcuno di fronte a lui. Si tratta di una rilettura sopra le righe di un classico della narrazione familiare tipicamente statunitense.

L’atmosfera è quindi quella dell’affettuoso omaggio ai supereroi e alla loro vita segreta. La scrittura è brillante – nei limiti di Kirkman – e i disegni di Walker chiari e luminosi. Pochi tratti e superfici ampie e levigate. Tutto è molto geometrico e regolare, quasi astratto nella sua asciuttezza. Poi, tutto a un tratto, subentra un elemento che diventerà una costante nella vita editoriale di Invincible: la violenza estrema.

Qualcosa di diverso

Un colpo di scena del tutto inaspettato trasforma Invincible in qualcosa di completamente diverso, ribaltando completamente la prospettiva su di essa. Si tratta di un’opera talmente voluminosa e prolissa che umorismo e leggerezza contineranno a essere comunque presenti, così come una serie di riferimenti alla Silver Age dei supereroi, ma l’idea di un potere quasi divino in mano a un singolo essere è esplorata in maniera cruda e grafica. Così come il fatto che un antagonista all’altezza di un simile eroe debba dimostrarsi realmente geniale e pericoloso per rappresentare un’autentica minaccia.

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Per anni abbiamo assistito a scazzottate tra tizi in tutine di latex sviluppate per pagine e pagine, senza che si avvertisse una singola conseguenza sui corpi di chi era coinvolto. Qui invece il sangue scorre a fiumi, i volti collassano su loro stessi per la violenza dei colpi subiti e spesso a terra rimangono tanti morti. E per tanti intendiamo davvero tanti. Da questo presupposto si sviluppa un susseguirsi vertiginoso di eventi sempre più ampi e catastrofici, scritti con tipica libertà di chi ha la piena sicurezza di avere diritto di vita e di morte sulla propria creazione. Così Invincible si trasforma in una sorta di incrocio tra un Savage Dragon meno involuto e Dragon Ball – la vera storia della famiglia del protagonista ne è un omaggio quasi letterale, senza dimenticare l’inclusione di uno sviluppo dinastico dei superpoteri – dove a ogni numero si alza l’asticella del possibile.

Chiariamo subito una cosa: Kirkman non è certo Grant Morrison, e la sua idea di grandezza non arriva neanche a sfiorare quella che l’autore scozzese – insieme all’indispensabile Frank Quitely – portava su All Star Superman. Tra le pagine di Invincible non c’è mai autentica potenza visionaria. Non vi capiterà mai di chiedervi come certe idee siano potute venire in mente allo sceneggiatore, lasciandovi con gli occhi sgranati a ogni sviluppo della storia. La progressione ha sempre un che di logico e consequenziale. Se c’è una razza aliena di conquistatori prima o poi ci sarà una guerra. Se ci sono diverse dimensioni significa che prima o poi si verificherà un’invasione. Se c’è tensione tra due personaggi lo scontro fisico è inevitabile.

Il tutto cadenzato da colpi di scena ben ritmati, posizionati con il tipico mestiere di uno che da lì a qualche hanno si sarebbe trovato nella writers’ room di una serie tv venduta in tutto il mondo. Nonostante Kirkman spesso indugi nel farci capire come l’idea di bene e male non sia proprio così chiara nella testa dei suoi protagonisti – si veda il personaggio di Dinosaurus – siamo comunque dalle parti del blockbuster da multisala. Seppure spesso violento in maniera sorprendente. Tra gli scontri corpo a corpo con ettolitri di sangue versato, andiamo incontro a genocidi, alla distruzione dell’intera Las Vegas, a guerre cosmiche e a una serie di trovate narrative sempre più enormi.

Da Walker a Ottley

Ottley si dimostra un ottimo disegnatore di supereroi, anche se sicuramente meno interessante di Walker, sempre chiaro e plastico nei suoi tratti decisi. Il suo arrivo dà alla serie un tono più rassicurante e inscrivibile alla tradizione, anche nei momenti più destabilizzanti. Abile nel gestire scene di massa o di violenza più stilizzata, se messo nelle condizioni ideali riesce anche a infilare qualche ottima trovata di regia meno convenzionale. La famigerata scena dello stupro del numero 110 – Mark è violentato dall’aliena Anissa – frammenta le tavole in vignette sempre più piccole e concentrate, dando l’idea di un orrore che si richiude su se stesso.

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Oppure andrebbe ricordato il tour de force splatter che va dal numero 61 al 64, dove è inscenato un infinito scontro fisico tra il protagonista e il terribile Conquest. Oltre alla brutalità fisica fuori scala – roba che sulle pagine di un supereroe non si vedeva dai titoli Avatar Press di Warren Ellis – è forse uno dei pochissimi casi del fumetto statunitense dove un’onomatopea finisce per occupare un’intera doppia splash page. Viene da dire che la schematicità della scrittura di Kirkman non aiuta di certo il disegnatore, costringendolo troppe volte a chiudere il numero con qualche pagina a effetto. Un trucchetto che, come è facile intuire, viene presto a noia.

Molto più interessante della coerenza di Ottley è godersi il costante stato di evoluzione del creatore originario della serie Cory Walker, ospitato sulla testata Image in maniera più o meno regolare. Disegnatore tutt’altro che prolifico, si dimostra uno sperimentatore sottile in grado di modificare in continuazione il proprio tratto. Dagli spigoli dei primissimi numeri – che rimangono una delle sue cose migliori – allo stile retrò alla Chris Samnee delle ultime pagine del 144, ogni sua sortita manifesta il desiderio di non ripetersi mai (cosa non difficile, visto che in 20 anni di carriera non ha realizzato che una trentina di albi).

Sicuramente con un suo apporto più stabile e regolare Invincible sarebbe stato molto diverso, magari costringendo Kirkman a qualcosa di più raffinato di una costante ricerca verso il gigantismo o alla sua consueta abitudine di far passare ai protagonisti orribili quarti d’ora. Per quanto lo sceneggiatore sia solito tratteggiare narrazioni a lunghissimo respiro in maniera basilare ma tutto sommato soddisfacente – pensate invece a quanto boccheggia un autore celebrato come Brian K. Vaughan ogni volta che una sua creazione supera i trenta numeri – è indubbio che le frecce al suo arco siano limitate.

Una volta messi su carta personaggi abbastanza carismatici e fatto di tutto per farci affezionare a loro, ecco la consueta carrellata di drammi e scene emotivamente intense. Invincible non ha ancora la misura che arriverà con Outcast, serie che non ha avuto la fortuna che avrebbe meritato, e così spesso ci si trova più dalle parti della soap-opera che del dramma maturo. Da questo punto di vista sorprende invece come lo stupro citato poco sopra abbia strascichi psicologici anche a distanza di diversi archi narrativi, testimoniando un approccio alla materia maturo e consapevole di quanto un evento simile possa segnare l’intera vita di chi lo vive.

Una serie da recuperare 

A distanza di tre anni dalla sua conclusione, e con l’arrivo della sua trasposizione animata su Amazon Video, Invincible rimane comunque una delle serie supereroistiche dell’ultimo decennio che vale la pena recuperare. Kirkman, Walker e Ottley sono riusciti a creare un universo narrativo in grado di sostenersi e proseguire, guadagnando sempre più pubblico di numero in numero, per oltre 15 anni. Il tutto mentre le grandi major del fumetto resettavano e rilancivano i loro personaggi almeno una dozzina di volte. Non parliamo certo di una rilettura della figura del superuomo memorabile come sono state The Authority e la già citata All Star Superman, ma sarebbe disonesto non considerarla comunque una lettura sempre divertente e piacevole.

Nell’arco dei 144 numeri che la compongono c’è spazio per ogni registro possibile, dalla commedia al dramma familiare passando per il kolossal catastrofico e la space opera, spesso alternati con ritmi davvero frenetici. Com’era già successo con The Walking Dead, Kirkman mette in piedi una serie fatta per durare anni, costringendo i suoi personaggi a maturare e a cambiare con lui. A tratti l’autore non si dimostra all’altezza del compito gravoso di raccontare questa evoluzione, ma il continuo susseguirsi di eventi e archi narrativi spesso va a colmare le sue lacune come narratore intimo ed emozionale.

Lo sceneggiatore del Kentucky si dimostra ancora una volta una sorta di über-nerd, in grado di sintetizzare anni di letture e visioni in serie che rappresentano perfettamente quello che i suoi lettori non sapevano di stare cercando. Profondità ed empatia non sono richieste per forza di cose, bastano tonnellate di richiami impliciti o espliciti alla onnipresente cultura pop. D’altro canto nessuno sospettava che una serie sugli zombi, in bianco e nero oltretutto, avrebbe costituito il più grande successo dell’industria statunitense del fumetto delle scorse due decadi. 

Alla stessa maniera era difficile immaginare che una serie di supereroi del tutto inedita e con le fondamenta ben piantate nel classicismo Silver Age – pubblicata in un momento dove la mania per l’universo Ultimate della Marvel era al suo picco massimo – riuscisse di numero in numero a scalare le classifiche. Oggi Kirkman è titolare di un piccolo impero mediatico che produce storie a ritmo continuo, per qualsiasi piattaforma immaginabile, ma nulla sarebbe stato possibile se in quel lontano 2003 gli editor della Image non avessero deciso di credere in due progetti che sulla carta non sarebbero potuti apparire come più assurdi.

“Invincible” è pubblicato in Italia da saldaPress.

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