“Jin-Roh”, il capolavoro di Oshii sul male nel mondo

Diretto da Hiroyuki Okiura e scritto da Mamoru Oshii, il regista di Ghost in the Shell, Jin-Roh – Uomini e lupi (da poco disponibile su Amazon Prime Video) è un’opera fondamentale dell’animazione giapponese, un film tanto potente e coraggioso quanto raro se paragonato al contesto della produzione animata nipponica contemporanea.

Ambientato in un Giappone alternativo durante gli anni Sessanta, Jin-Roh è un tassello di quella che è comunemente nota come Kerberos Saga. Si tratta di un mondo narrativo in cui Mamoru Oshii ha approfondito le sue ossessioni di stampo politico, sociale ed esistenziale includendole in un contesto dove la ricostruzione del Giappone del dopoguerra non è andata come nella realtà e in cui uno degli elementi essenziali è la presenza dei Kerberos, soldati con un armamento pesante e con una maschera inquietante dotata di visione notturna (da lì i caratteristici occhi rossi).

Jin-Roh e la Kerberos Saga

jin-roh uomini lupi oshii

La Kerberos Saga è stata esplorata in media differenti, dai film dal vivo a quelli animati, dai manga ai radiodrammi. Alcuni esempi sono i lungometraggi live-action The Red Spectacles (1987) e StrayDogs (1991). Si tratta di un universo narrativo complesso, sviluppato nel corso di più di trent’anni, con cui Oshii assieme ad altri autori ha reinterpretato il presente del Giappone e del mondo, attraverso le gesta dell’unità speciale di polizia “Special Armed Garrison” o Kerberos. Questa tipologia di world building ha un nome ed è ucronia. Se dovessimo etichettare Jin-Roh e gli altri elementi della Kerberos Saga dovremmo parlare di “Ucronia distopica”.

Oshii, immaginando un mondo alternativo e narrandone gli sviluppi economici, sociali, politici e militari, stava in realtà riflettendo sul Giappone reale e su tutte le dinamiche che si erano  susseguite nel dopoguerra, definendo il paese per quello che è attualmente. Non è difficile reperire l’impatto che la Seconda guerra mondiale, le contestazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche l’urbanizzazione violenta e il mutamento del paesaggio stesso giapponese hanno avuto sull’autore di Ghost in the Shell e su molti altri suoi colleghi (tra cui, inevitabilmente, Katsuhiro Ōtomo o Hayao Miyazaki).

Il protagonista di Jin-Roh è Fuse, un membro dell’unità di polizia anti-terrorismo che, durante un’operazione contro un gruppo di terroristi, non riesce a sparare a una giovane che sta trasportando una bomba. La ragazza si fa poi esplodere davanti ai suoi occhi, e poco dopo Fuse ne conosce la sorella, con la quale resterà immischiato in una guerra silenziosa più grande di lui, uno scontro strategico fra agenzie militari, reparti speciali, enti politici.

Il film ha la struttura di un thriller politico: gli snodi narrativi sono frutto di strategie delle varie agenzie (le forze di polizia, quelle militari, le sezioni speciali) le cui vittime sono i cittadini comuni o le pedine che intendono muovere per i loro obiettivi di potere. Pur essendo legato a un genere specifico, Jin-Roh sviluppa i propri assunti concettuali per mezzo della allegoria, e lo fa partendo dalla favola di Cappuccetto Rosso. Reinterpretando la favola dei fratelli Grimm in una versione ancora più cruenta e oscura, Oshii pose le basi per lo scheletro narrativo e concettuale di Jin-Roh, nonché l’appiglio attorno al quale gira il tema cardine del film, da ricondurre a una sola domanda: esiste il bene?

Dal manga all’animazione

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La genesi produttiva del film fu molto articolata. Oshii scrisse originariamente un manga, Kenrō Densetsu, pubblicato tra il 1988 e il 1994. Durante la lavorazione di Ghost in the Shell, Oshii decise di trasporre il soggetto del manga in una serie di OAV, ma la produzione optò per un lungometraggio animato, affidato a uno dei pupilli di Oshii, il talentuoso animatore Hiroyuki Okiura. Oshii rimase solo in veste di sceneggiatore ma, col senno di poi, è evidente come Jin-Roh sia una creatura intimamente oshiiana (al pari di un altro lavoro che non ha diretto, Blood: The Last Vampire).

Lo dimostra il fatto che, successivamente, Okiura non abbia portato avanti tematiche così particolari, né abbia avuto grandi esperienze come regista – eccezion fatta per Una lettera per Momo – nonostante sia un animatore straordinario, come testimoniano le sequenze affascinanti e fluide da lui curate, dall’opening del film di Cowboy Bebop alla sequenza dell’attacco dei chopper in Patlabor 2: The Movie. Jin-Roh però è, per tematiche, scelte registiche, ritmo narrativo, approccio concettuale, un film con un’evidente matrice. E quella matrice ha un nome e un cognome: Mamoru Oshii.

Appare chiaro dunque come il film – con il suo impianto metaforico, la sua ambientazione, il suo sguardo sospeso capace di muoversi con facilità tra la poesia disincantata e la crudezza di un mondo impietoso – sia una riflessione di stampo etico e morale. Se è vero che la pellicola si compone di più elementi concettuali, come quello politico, quello storico o sociale, è altrettanto vero che il cuore pulsante di Jin-Roh sia un discorso etico che gira attorno alla domanda già citata.

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La risposta rispecchia l’idea della vita e del mondo di un autore complesso come Oshii. Con la sua vasta filmografia, con i suoi romanzi e i suoi fumetti, Oshii ha dimostrato di osservare la Storia, la società, l’esistenza stessa con occhi pessimisti. Il suo disfattismo è spesso radicale, come nel caso di Jin-Roh o di The Sky Crawler, talvolta è un po’ più mitigato, come nel caso di Ghost in the Shell. Ma in generale rispecchia un pensiero che vede il male come unico paradigma con cui interpretare il presente.

E, sebbene Jin-Roh ci regali squarci di generosa bellezza e lo sfondo della storia sia quello della ricostruzione – che diventa un disperato tentativo di ricerca del Futuro – il film palesa, con il finale, come per Oshii l’uomo sia irrimediabilmente un essere corrotto dal male della Storia.

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