Moriremo scòzzariani

mar delle blatte filippo scozzari coconino

Il mare è orribile. A un anno dall’inizio della nostra pandemica clausura, ci rimane un amaro ricordo dei weekend passati ad annusare l’odore salmastro di quella distesa di acqua e rifiuti alla quale fuggivamo nella speranza di dimenticare le nostre pene feriali. Il mare è orribile perché, suggerendo la possibilità di un altrove oltre lo sguardo, ci ricorda una fuga impossibile. Lungo quella linea crudele e immutabile che ci separa dall’orizzonte, il mare ci pone davanti agli occhi i limiti del nostro corpo e della nostra immaginazione. 

Si immagini dunque un mare interamente coperto di scarafaggi. Si immagini di attraversarlo su una nave, percorso obbligato verso un’isola di libertà che forse non raggiungeremo mai, o a cui forse siamo destinati comunque. Il mar delle blatte è il racconto balzano (datato 1936) di uno scrittore balzano, Tommaso Landolfi, che un fumettista altrettanto balzano e blasfemo come Filippo Scòzzari tradusse in disegni nel 1983, in quattro puntate pubblicate sulla rivista Frigidaire e poi scomparse dalla memoria della nazione.

Anche per colpa dello stesso Scòzzari che, in modo alquanto incauto, per non dire idiota, ne smarrì le tavole originali. Ora Coconino Press ripubblica in un bel volume cartonato tutte le 38 tavole recuperate qua e là dalle precedenti pubblicazioni, riviste per l’occasione dallo Scòzzari stesso: una fantastica opportunità per l’autore di rimediare a passate idiozie, e per noi lettori di recuperare un piccolo gioiello perduto.

Il “mar delle blatte” è dunque l’immagine potente e disgustosa di una fuga che, come tutte le fughe, si rivela fallimentare. Un racconto di poche decine di pagine in cui Landolfi sputa fuori, con la sua scrittura esatta e visionaria, una serie di invenzioni immaginifiche e insensate, eppure perfettamente coerenti: il sogno di una fuga dalla clausura che è il nostro corpo, la nostra vita. Il figlio dell’avvocato che viene imbarcato sulla nave in rotta verso un’isola alla quale non si arriverà mai – suo figlio, dicevamo, all’inizio della storia mostra una profonda ferita a un braccio dalla quale fuoriesce una serie di oggetti: una bulletta da scarpe, alcuni pallini da caccia, dei chicchi di riso, e poi anche un moscone dalle ali appiccicate e un vermiciattolo azzurro e diafano.

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E ciascuno di questi oggetti sarà poi preso dai membri dell’equipaggio della nave su cui si imbarcheranno, darà nome ai personaggi della nostra storia e addirittura, come nel caso del vermiciattolo azzurro e diafano, sarà oggetto di amore e desiderio della protagonista: Lucrezia, la vergine lattante, a sua volta desiderata dal figlio dell’avvocato che a un certo punto diventa capitano della nave e Gran Grovio (o Alto Variago, per dire quanto è importante).

Certa Critica ritiene che lo Scòzzari, poiché – come abbiamo scoperto sui social – spesso dice e fa baggianate, non sia da reputarsi un vero Artista. Aggiungendo quindi alle baggianate dell’Artista le baggianate della Critica. Invece qui, in questo delirio di immaginazione controllatissima, Scòzzari ha fatto una scelta saggia, ovvero quella di restare fedele al testo, già di per sé ricchissimo, ponendosi al servizio del racconto con il suo segno corposo e ironico, con i suoi colori acidi e antirealisti che arricchiscono l’immaginario landolfiano senza snaturarlo.

Nella moltiplicazione kafkiana degli scarafaggi che infestano il mare, e nell’erotismo deviante di Lucrezia verso il piccolo verme azzurro, Scòzzari trova in Landolfi una completa affinità poetica e visiva, al punto da giungere a una sintesi perfetta del suo percorso artistico. Se Moebius nel 1975, con uno storico editoriale su Metal Hurlant, teorizzava la possibilità di realizzare storie a forma di elefante, Scòzzari realizza invece una storia a forma di scarafaggio, un intero mondo invaso dalle blatte.

Un’operazione di grande rigore e allo stesso tempo di piena libertà espressiva, che consegna al presente e al futuro l’immaginario di due grandi artisti, entrambi troppo linguisticamente radicali per essere compresi, troppo marginali per essere amati. Eppure, nel mare opaco che talvolta ci troviamo ad attraversare, forse abbiamo bisogno di sfidare ancora i limiti del nostro corpo e del nostro immaginario perbene.

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Non sempre il mare è il posto più adatto per fuggire. Talvolta il mare è un posto orribile, una distesa disgustosa di scarafaggi che nasconde i nostri desideri insepolti, le nostre meschine frustrazioni. Viviamo la vita illudendoci di essere puliti, ma abbiamo sempre paura di non poter fuggire a noi stessi. Questa illusione che Landolfi scrisse, questa fuga impossibile da realizzare, è il racconto che Scòzzari ha rappresentato con i suoi disegni.

L’immaginario di Landolfi cela un abisso crudele che Scòzzari ha compreso meglio e prima di tutti. Per questo il mare opaco di Scòzzari è anche un po’ il nostro mare. Vivremo un’intera vita specchiandoci nella nostra integrità, ci sforzeremo ogni giorno di essere meno sgradevoli e meno idioti possibile, ma, ci piaccia o no, alla fine moriremo tutti scòzzariani.

Il mar delle blatte
di Filippo Scòzzari e Tommaso Landolfi
Coconino Press, gennaio 2020
cartonato, 96 pp., colore
18,00 € (acquista online)

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