Storia di Paola Lombroso, che ideò il “Corriere dei Piccoli” (ma da cui fu cacciata)

paola lombroso corriere dei piccoli
Paola Lombroso nel 1899

«Paola Lombroso è stata la donna che ha ideato e battezzato il Corriere dei Piccoli, sottrattole mentre veniva alla luce.» La definisce così il critico Giulio C. Cuccolini, in un testo a lei dedicato nella raccolta di saggi Qua la penna! Autrici e art director nel fumetto italiano (1908-2018).

Nata a Pavia 150 anni fa, il 14 marzo 1871, Paola Lombroso avrebbe inconsapevolmente influenzato il fumetto italiano con le sue idee e il suo desiderio di avvicinare i bambini alla lettura, grazie all’ideazione del Corriere dei Piccoli (soprannominato anche Corrierino). Il suo nome non comparve mai sulla pubblicazione perché fu estromessa dalla direzione del giornale e, nello spazio che le fu affidato, dovette firmarsi con uno pseudonimo.

Primogenita dell’antropologo Cesare, Paola Lombroso (in Carrara, cognome che assunse dopo aver sposato il medico Mario, allievo del padre) crebbe a Torino. Abbandonò gli studi dopo il diploma, iniziando a scrivere per l’Archivio di psichiatria, la rivista scientifica fondata dal padre nel 1880, la Fanfulla della domenica, Gazzetta letteraria e Vita moderna.

La conoscenza di Anna Kuliscioff, tra i fondatori del Partito Socialista Italiano e donna che ammaliò Lombroso (la definì «la mia signora» e ne fece un modello da seguire in quanto autonoma professionalmente), la avvicinò alle idee del socialismo. Iniziò a scrivere per l’Avanti! e diventò sostenitrice dei diritti delle classi sociali subalterne.

Le fu presto chiaro che i suoi interessi orbitavano sempre di più attorno ai diritti dei bambini, alla pedagogia e alla letteratura dell’infanzia, tanto da pubblicare diversi saggi su questi temi – Saggi di psicologia del bambino (1894), Il problema della felicità (1900), La vita dei bambini (1904). Nel 1896, fondò insieme alla sorella Gina l’istituzione torinese Scuola e Famiglia, per combattere l’analfabetismo dei più piccoli. «Questa donna ferma e impegnata» ha scritto Fabio Gadducci, «rappresenta un tipico esempio della borghesia positivista e filo-socialista della città sabauda nei decenni a cavallo fra Otto e Novecento».

paola lombroso con il figlio enrico
Paola Lombroso con il figlio Enrico nel 1903. Da “Essere figlie di Lombroso. Due donne intellettuali tra ‘800 e ‘900”, di Delfina Dolza, Milano, Franco Angeli, 1990.

Come afferma Matteo Maculotti, Paola Lombroso sentiva «l’esigenza di diffondere la cultura agli strati della popolazione che ne erano stati esclusi: un pubblico di bambini, secondo la sua lungimirante intuizione, sarebbe stato il protagonista di questo mutamento, a patto però di riconsiderare la letteratura dell’infanzia a partire dai gusti dei piccoli lettori e adeguandosi al principio dell'”insegnare divertendo”».

Fino ad allora, l’editoria italiana aveva dedicato ai bambini prodotti troppo inamidati (Il Novellino, Il Giovedì, Il Follettino, La Domenica dei fanciulli, Il Giornale dei Fanciulli). Anche il pur pregevole Giornalino della Domenica, con cui Lombroso collaborava, era troppo snob e per lettori più che adolescenti. Paola Lombroso pensò quindi di creare un progetto che fosse emanazione diretta di un quotidiano nazionale, di modo da assicurare buona distribuzione e un costo contenuto.

Propose l’idea al quotidiano più venduto dell’epoca, nonché quello più vicino alle sue idee social-progressiste, Il Secolo, che rifiutò, e poi al quotidiano liberal-conservatore (meno aderente ai valori di Lombroso) Corriere della Sera, il cui direttore Luigi Albertini rispose positivamente, interessato dalle finalità educative del progetto. Ottenuto il via libera, Lombroso studiò i periodici europei, in particolare anglosassoni e francesi, intuendo il ruolo centrale che avrebbero dovuto avere le immagini e il fumetto. Immaginò uno spazio per i concorsi (diffusi all’esterno ma una novità assoluta per l’Italia), giochi per educare i lettori alla manualità, rubriche curate da scrittori – e non da specialisti – che sapessero raccontare il mondo con stile accattivante. Individuò una rosa di potenziali collaboratori e strutturò la rivista nella forma che rimarrà pressoché inalterata quando raggiungerà il pubblico, nel 1908.

Anche di fronte all’esitazione di Albertini, che non credeva ci fossero abbastanza disegnatori per soddisfare le richieste del giornale, Lombroso non si limitò a rassicurarlo ma contattò alcuni disegnatori torinesi commissionando loro immagini che fugassero i dubbi del direttore. Temendo la fuga di notizie, Albertini incaricò Lombroso di «organizzare i primi numeri», senza però precisare il ruolo ufficiale della donna all’interno del periodico.

primo numero corriere dei piccoli 1908
Il primo numero del “Corriere dei Piccoli”

Tuttavia, quando si decise di iniziare i lavori veri e propri sulla pubblicazione, Albertini, con il quale Lombroso aveva discusso perché lui avrebbe voluto ampliare la componente d’intrattenimento, pensò di nominare come direttore del Corriere dei Piccoli un uomo – che si sarebbe poi rivelato Silvio Spaventa Filippi, coadiuvato nella gestione amministrativa da Alberto Albertini, fratello di Luigi.

Gli Albertini affermarono che avrebbero preferito nominare un collaboratore interno che risiedesse a Milano ma che soprattutto fosse un maschio: «Con una donna non potremmo avere quella libertà di rapporti necessaria con tutti colori ai quali si affida una simile responsabilità e che invece si può avere con un uomo». Inoltre, Luigi non se la sentì di delegare l’impresa a una direttrice perché «mai è stata finora affidata a una donna la responsabilità di un giornale sia pure per ragazzi» e «le famiglie non capirebbero e non gradirebbero». In realtà, già a partire dalla fine dell’Ottocento, giornaliste come Matilde Serao, Ida Baccini e Emma Perodi avevano diretto quotidiani e periodici. La motivazione di Albertini era forse più politica – in quanto le idee socialiste della scrittrice non si allineavano con quelle del Corriere – ma l’uomo fece comunque leva sul genere di Lombroso per screditarne la candidatura.

Albertini si offrì di pagarla per il lavoro svolto fino ad allora, o restituirle tutto il materiale, impegnandosi a non utilizzarlo nella pubblicazione, oppure ingaggiarla come collaboratrice, anonima, per un periodo di prova. Lombroso rifiutò ogni trattativa. Si aprì un arbitrato che vide coinvolto, dalla parte di Lombroso, Filippo Turati, leader dei socialisti. Gli Albertini furono perentori: «Lei si è incaricata “a suo rischio e pericolo” degli studi preliminari» le scrissero. «È vero che le era stata affidata l’organizzazione dei primi numeri ma nel senso che le era affidata la linea di proposte», per poi aggiungere che «noi non abbiamo impegni formali sul suo avvenire».

L’intransigenza degli Albertini fecero capitolare perfino Turati, che consigliò all’amica di accettare la modesta proposta di collaborazione, pur di tenere un piede dentro il giornale che aveva creato. Con lo pseudonimo di Zia Mariù, Paola Lombroso curò la rubrica Corrispondenze, e scrisse alcuni racconti. Nel piccolo spazio che si era ritagliata, riuscì comunque a lasciare il segno. Varò l’idea delle “Bibliotechine rurali” per promuovere la lettura e raccogliere fondi per famiglie e scuole disagiate. L’iniziativa era nata in seguito alla richiesta di una maestra che aveva chiesto se qualche lettore avrebbe potuto inviare alla loro scuola di campagna dei libri per gli alunni. 

Paola Lombroso zia mariù

La redazione malsopportava lo spirito intraprendente di Lombroso, che aveva fatto diventare la rubrica un angolo quasi indipendente del giornale. La scrittrice era a sua volta scocciata dalle censure preventive che la direzione operava sulla posta. A una lettrice che non aveva ricevuto risposta, scrisse: «Io non salto mai la Corrispondenza, ma ci sono i Minosse, i censori russi al Corriere dei Piccoli che cestinano la Zia Mariù. […] Arrivederci se il signor Minosse lo permetterà la settimana prossima». La direzione impedì la pubblicazione di queste righe e minacciò di concludere la collaborazione con Lombroso, la quale, piccata, si dimise per prima: «La mia Corrispondenza era rigorosamente intonata alla verità ed alle lettere rimandatemi da loro stessi» scrisse ad Albertini, concludendo il messaggio con un serafico «tolgo il disturbo».

Negli anni successivi, Lombroso allestì un asilo per i figli dei soldati in guerra senza parenti – l’edificio si trasformerà nella Casa del Sole, un istituto che accoglie i figli dei tubercolotici – e si impegnò in attività culturali, come il prosieguo delle “Bibliotechine rurali”, e letterarie (pubblicò alcuni libri di storie per bambini con lo pseudonimo che l’aveva resa famosa, Zia Mariù) che vennero interrotte dall’arrivo del Fascismo e poi della Seconda guerra mondiali. In quanto ebrea, Lombroso fuggì in Svizzera. Rientrò dopo la Liberazione e continuò i suoi studi sull’infanzia fino alla morte, nel 1954.

Il suo contributo, noto agli addetti ai lavori, rimase sconosciuto al pubblico fino agli anni Settanta, quando Giorgio Licata ne fece accennò nel libro Storia del Corriere della Sera (1976). Solo nel 1990 Delfina Dolza trattò a fondo la questione nella biografia delle sorelle Lombroso, Essere figlie di Lombroso. Due donne intellettuali tra ‘800 e ‘900, sfruttando gli archivi della famiglia Carrara e i carteggi intercorsi tra i fratelli Albertini e Paola, tra il 1906 e il 1912. Negli anni Duemila, vari studiosi scrissero della Lombroso, ultimo in ordine di tempo Giulio C. Cuccolini, in un testo pubblicato su Qua la penna! – che presenta diversi stralci delle lettere di Lombroso e Albertini, oltre al testo in cui si abbozzava l’idea del Corrierino.

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