“Raya e l’ultimo drago” sembra tutto tranne che un film Disney

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Raya e l’ultimo drago, la nuova produzione degli studi d’animazione Disney, ha un solo difetto, ma è bello grosso: è talmente preoccupato di essere un bel videogioco, un ottimo spunto per i cosplayer, un racconto morale e una degna aggiunta al curriculum dei suoi animatori, da dimenticarsi di essere un film.

Cinquantanovesimo classico animato Disney, uscito il 5 marzo sulla piattaforma streaming Disney+ (e nei cinema, dove sono aperti), Raya e l’ultimo drago è ambientato nella regione immaginaria di Kumandra, un sudest asiatico fittizio, dove i draghi si sono sacrificati per difendere gli umani dalla minaccia di creature chiamate Druun che per sopravvivere pietrificavano ogni essere vivente.

Uno di questi draghi, Sisu, ha radunato i poteri dei draghi in una gemma luminosa che ha spazzato via i Druun e rianimato tutti quelli che sono stati pietrificati, ad eccezione però dei draghi stessi. Anni dopo, la gemma è diventata oggetto conteso tra gli umani, dividendo Kumandra in cinque regioni: Coda, Artiglio, Dorso, Zanna e Cuore, chiamate così perché, insieme al fiume che scorre tra di esse, formano il profilo di un drago. Benja, sovrano di Cuore, addestra sua figlia Raya alla protezione della Gemma Drago e la nomina sua custode. Ma quando la gemma va in pezzi e ognuna delle cinque regioni ne reclama un frammento, i Druun si risvegliano, pietrificando Benja e la popolazione. Raya parte così alla ricerca degli altri quattro pezzi per riunirli e riportare la pace.

Il film è diretto da Don Hall (Winnie the Pooh – Nuove avventure nel Bosco dei 100 Acri, Big Hero 6) e Carlos López Estrada, insieme a Paul Briggs (a capo della storia di Big Hero 6 e Frozen) e John Ripa (a capo della storia di Oceania). A parte Hall, sono tutti esordienti alla regia di una cartone – López Estrada viene dal cinema dal vivo e dai videoclip musicali.

Siamo arrivati alla terza generazione di registi: la prima è quella dei Nine Old Men, gli animatori e registi collaboratori di Walt Disney, la seconda quella delle (allora) nuove leve che diressero i film del “Rinascimento Disney” alla fine del secolo scorso. Con l’eccezione della coppia Ron Clements e John Musker che ha continuato a lavorare fino al 2016 (hanno diretto Oceania, ma da allora Musker è andato in pensione), ora anche quel gruppo ha lasciato spazio a una nuova ondata di registi e animatori. Hall, Briggs e Ripa hanno infatti iniziato a lavorare alla fine degli anni Novanta con ruoli modesti, per poi scalare la gerarchia creativa. 

Ognuna di queste generazioni rispondeva a esigenze di pubblico diverse. In termini di ritmo e messa in scena, Pinocchio non è La sirenetta che non è Ralph spacca Internet. Ma più di altri film Disney recenti, Raya corre con un fuoco d’artificio impazzito: nell’ora e mezza abbondante di durata affastella una scena d’azione sopra l’altra, introducendo nuovi personaggi fino a film inoltrato. Non è un problema di velocità – impostata su tempi sincopati ma comunque sufficienti ad assorbire tutte le informazioni – ma di quello che racconta dentro quella velocità.

raya ultimo drago

Raya spreca molte scene in siparietti poco centrati e che avrebbero potuto essere occasione per un minimo di costruzione psicologica – praticamente tutto il cast di contorno è inconsistente, se non irrilevante, e animato da idee stanche (c’è una bimba che lavora come artista della truffa, un espediente non originalissimo che già stava alla base di Zootropolis, un recente cartone Disney). I personaggi del film sono talmente sradicati da un qualsiasi retroterra che esistono solo quando compaiono sullo schermo, e sembrano scomparire dalla mente dello spettatore quando escono dall’inquadratura.

Raya fa a meno della figura classica dell’uomo nelle sue declinazioni tipiche: paterno, eroico o in qualità di interesse amoroso per la protagonista. La componente maschile non esiste o è neutralizzata e trasformata in una statua, immobile e incapace di influenzare gli eventi, bloccata in una posa passiva. Tutti gli uomini che partecipano all’azione sono preadolescenti o figure caratterizzate soltanto dalla loro forza bruta.

Volendo emulare Zootropolis (una storia sul pregiudizio e il razzismo), Raya cavalca temi attuali: i Druun si moltiplicano infettando le persone, Raya cerca di riportare unità in un paese dilaniato dai conflitti, c’è un richiamo costante alla fiducia e al sapersi affidare agli altri. Quest’ultima è la lezione generale del film, insistita fino alla noia, sottolineata con l’evidenziatore ma comunque funzionale come sfondo per il rapporto a tre – e dal sapore queer – che intercorre tra Raya, la rivale Namaari e il drago Sisu.

raya ultimo drago

I tre caratteri sono ben pensati, anche nel loro aspetto (ottimo materiale per i cosplayer perché d’impatto ma non troppo difficili da ottenere), e quando la storia si concentra sulle loro interazioni il film prende vita. Ma tutto ciò che ci sta attorno non suscita lo stesso interesse. C’è poi una schizofrenia di fondo nel mischiare animazioni e musiche diverse senza un pensiero dietro: la colonna sonora orchestrale lascia il posto a brani elettronici, l’animazione canonica ogni tanto diventa pop – come quando Boun immagina un piano d’attacco e la regia lo rappresenta con lo stile di Spider-Man – Un nuovo universo (retini, animazioni a scatto).

Nell’affrontare una storia così connotata culturalmente, Disney ha cercato di fare le cose per bene. I realizzatori hanno visitato quasi tutti i paesi del sudest asiatico che hanno ispirato Kumandra. A capo della storia del film c’è la disegnatrice tailandese Fawn Veerasunthorn, mentre la sceneggiatura è scritta da Adele Lim – sceneggiatrice malese di Crazy & Rich – e dal commediografo vietnamita Qui Nguyen. I doppiatori sono tutti asiatici – anche in italiano è stato fatto uno sforzo simile, chiamando l’attrice Jun Ichikawa a doppiare uno dei personaggi . Ed è stato perfino messo in piedi un comitato con consulenti culturali.

Non è bastato, perché comunque il film è stato criticato per aver utilizzato attori che non provenivano dal sudest asiatico e per aver semplificato la ricchezza di usi e costumi della regione – costituita da 11 paesi, ognuno con una specificità culturale. È pur vero che a un certo punto è necessaria una qualche forma di sintesi, specie in un prodotto che non ha le pretese da documentario, ma forse la Disney paga lo scotto di una filmografia che ha sempre ridotto a stereotipo le estetiche delle tradizioni insediate con i propri cartoni. E ora, come ironizza il New York Times, pare difficile ripulirsi dalla nomea di re Mida al contrario, che livella – involontariamente o meno – ogni asperità culturale incontrata sul proprio cammino.

Raya e l’ultimo drago si inserisce nel filone degli ultimi cartoni Disney, volenterosi ma incapaci di tradurre in immagini e storie i loro discorsi – penso a Frozen II, un more of the same di cui il meglio che si poteva dire era che relegava il concetto omeopatico di “memoria dell’acqua” (fondamentale nella trama del film) nell’unico luogo dove ha diritto di cittadinanza: la fantasia. Mi domando se sia un difetto di qualità intrinseca o uno scollamento generazionale per cui il problema è che questi film non fanno presa sullo spettatore scafato come La bella e la bestia non faceva presa sul pubblico smaliziato di trent’anni fa (lo faceva?).

Forse Raya, Frozen e i film di quella risma hanno mire più plebiscitarie, ma sarebbe bello vedere un’alternanza di produzioni Disney come fanno alla Pixar, cioè un bilanciamento tra concessioni commerciali (Toy Story 4) e ambizioni artistiche (Soul).

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