Luci e ombre di Stan Lee, raccontate in un libro

English text

Il personaggio più famoso mai creato da Stan Lee è Stan Lee. Per quanto Spider-Man, gli X-Men, i Fantastici Quattro, Hulk e gli altri eroi dei fumetti di Marvel Comics da lui co-creati siano conosciuti, la sua idea più mirabolante è stata quella di costruirsi un’immagine pubblica con cui ha plasmato la Storia dei fumetti. 

Nodo cruciale della carriera di Stan Lee è infatti la disputa riguardante la paternità di alcuni dei suoi personaggi più famosi, come Spider-Man e i Fantastici Quattro, attribuita ora a Lee, ora ai disegnatori delle testate. Negli anni Sessanta, Marvel Comics impiegava una modalità di lavoro successivamente nota come “metodo Marvel”, che prevedeva lo sviluppo completo da parte del disegnatore di una breve sinossi fornita dallo sceneggiatore (a volte solo una vaga indicazione come «Dottor Destino ruba la tavola di Silver Surfer»), il quale tornava poi sulle tavole disegnate per aggiungere i dialoghi. Il metodo Marvel rese fumosa l’assegnazione dei crediti, perché al disegnatore di turno erano attribuite soltanto le matite, quando lui era a tutti gli effetti responsabile anche della storia.

In seguito alla morte di Lee nel 2018, il giornalista Abraham Riesman, che nel 2016 aveva scritto un lungo profilo sul personaggio per la rivista Vulture, è stato ingaggiato dalla casa editrice Penguin Random House per scriverne la biografia definitiva. Il libro, intitolato True Believer: The Rise and Fall of Stan Lee, parte dalle origini dei genitori, ebrei romeni emigrati in America, passando per gli anni d’oro di Marvel Comics, la sua transizione da scrittore a uomo immagine dell’editore, le controversie e le liti, per finire con i tumultuosi ultimi anni di vita. Più di un secolo di narrazione che mischia vicende personali e Storia del fumetto.

Abbiamo avuto l’occasione di leggere il libro in anteprima e di parlare con Riesman del suo lavoro di ricerca e scrittura. Il nostro discorso ha affrontato la complessa figura di Lee, una delle più importanti della cultura americana, e degli aspetti inediti della sua personalità.

true believer stan lee riesman biography

Il libro è pieno di personaggi miserabili e storie tragiche, in netto contrasto con l’immagine di Lee.

Ci sono molte persone interessanti che intraprendono strade mai battute e non rientrano nei parametri abituali, e questo è ciò che spesso le rende degne di essere raccontate. Ci sono molte persone nella vita di Stan Lee, incluso lo stesso Stan Lee, che hanno storie di vita tragiche, sconvolgenti o inquietanti. È stata una sfida, perché devi essere rispettoso ma anche onesto e, nel caso di alcune di queste persone, essere onesto significava dire cose che possono essere sconvolgenti da leggere.

Ho fatto del mio meglio per avvicinarmi a ogni persona del libro con empatia, anche se non volevo necessariamente difendere il loro operato o il loro pensiero. Per scrivere un buon resoconto delle vite umane devi avere empatia per il fatto che siamo tutti umani, siamo tutti imperfetti, facciamo tutti cose di cui forse non siamo orgogliosi.

Avevi in mente qualche biografo come modello di riferimento?

In realtà non sono un lettore di biografie. Spesso una biografia può sembrare un’enciclopedia, una lunga sequenza di eventi in ordine cronologico. L’esperienza di lettura non è molto interessante o rivelatrice. A volte puoi leggere una biografia e ottenere meno informazioni su quella persona e sul perché è importante rispetto a quelle presenti in un breve profilo.

Non ho pensato a dei modelli di biografie, anche se ce n’era una che mi è rimasta in testa, perché l’ho letta all’inizio delle mie ricerche, per coincidenza: la biografia di Benjamin Netanyahu scritta dal giornalista Anshel Pfeffer. È una biografia affascinante per una serie di ragioni. Mi ha spinto a chiedermi: come posso rendere questa storia un racconto che non sia soltanto la vita di Stan Lee? Come faccio a trasformarla in una storia sull’industria dei fumetti, sulla natura umana, su Hollywood.

Pfeffer ha fatto un ottimo lavoro: la sua tesi era che la storia di Netanyahu è la storia di Israele, la sua vita si è sovrapposta a quella storia così tanto che per capirlo bisogna capire Israele e viceversa. La vita di Stan è interessante in sé e per sé, ma ciò che avrebbe reso questo libro utile sarebbe stata la mia capacità di capire e quindi trasmettere verità più ampie sulla vita di Stan Lee, sul mondo che lo circonda e sui modi in cui ha influenzato quel mondo.

Nel libro c’è una frase attribuita allo sceneggiatore Gerry Conway che dice: «Stan Lee era una brava persona, ma non un’ottima persona». Non so perché, ma leggere questa frase, detta da uno dei suoi collaboratori, accentua la tragicità del personaggio Stan Lee.

Penso che quello che stava cercando di dire fosse: c’erano dei limiti alla sua bontà. C’erano cose che non ha fatto che sarebbe stato bene avesse fatto e c’erano cose che ha fatto che sarebbe stato bene non avesse fatto. E questa era un’impressione espressa da molte persone.

C’è una citazione che era nel profilo che ho scritto nel 2016 su Stan Lee in cui Colleen Doran, che ha disegnato la sua autobiografia a fumetti, ha detto: «Devi perdonare i tuoi genitori». E questo era il suo parere su Stan. Ha fatto un sacco di cose che lei trovava sgradevoli ma allo stesso tempo è stato come un genitore, per lei e per l’intera industria dei fumetti. Penso che fosse un sentimento abbastanza comune tra le persone all’interno dell’azienda che conoscevano il modo in cui Stan si comportava nell’industria dei fumetti.

Una volta che entri nell’industria dell’intrattenimento più ampia, molte persone non hanno idea di come funzioni il mondo dei fumetti e di sicuro, quando si tratta di Stan e del cosiddetto Metodo Marvel, una persona di Hollywood qualsiasi non ha idea di tutto il procedimento. Quindi, Stan è stato venduto al mondo per decenni e decenni come un grande scrittore quando in realtà non era l’artefice principale di questi fumetti. In generale, nel mondo dello spettacolo, ci sono molte idee sbagliate su chi fosse.

Forse è perchè vivo in una bolla e penso che tutti sappiano la storia di Stan e del Metodo Marvel, ma mi ha sorpreso vedere che molte persone ti hanno mandato messaggi d’odio accusandoti di raccontare bugie sul loro idolo.

Molte persone sono molto, molto appassionate di Stan Lee e provano un attaccamento emotivo forte. Spesso quell’entusiasmo è genuino, ma si basa su poche informazioni. Quindi la mia speranza con questo libro è che le persone rispondano non dicendo «Amo Stan, questo libro odia Stan, quindi odio questo libro», perché il libro non odia Stan.

Non sto cercando di screditare Stan Lee perché non mi piace. Sto cercando di presentare un ritratto equilibrato e ho cercato di inserire quanto necessario per fare luce sulle cose che ha realizzato. Viviamo in una cultura in cui le persone tendono a essere perentorie riguardo a ciò che amano o odiano. Vogliono solo costruire questi dei e diavoli per se stessi in modo che possano avere una comprensione del mondo che si adatti alla loro visione. È una tendenza umana naturale.

Come hai gestito i momenti più importanti della vita professionale di Stan Lee come l’origine di Spider-Man o dei Fantastici Quattro, di cui non esistono documenti?

Se c’è un messaggio nel libro che ho cercato di trasmettere è: sfortunatamente, in questa vita, devi convivere con l’ambiguità. E a volte questa ambiguità è morale – come stavamo dicendo, come si fa a capire se qualcuno è una brava persona o una cattiva persona? – ma a volte è fattuale, concreta, come nel caso dei personaggi Marvel.

Penso che non scopriremo mai esattamente chi ha creato quei personaggi Marvel, chi merita credito per cosa e come andrebbe spartita la paternità delle opere. Né Stan né Jack Kirby hanno mai detto «Oh, vorrei che potessimo trovare quegli appunti che ho preso il giorno in cui mi è venuta questa idea, se solo potessimo scoprirli, dimostrerei la mia ragione». Nessuno dei due ha mai detto che c’era qualcosa che comprovasse davvero la loro versione dei fatti, oltre a un promemoria con il soggetto dei Fantastici Quattro. Ma, come ho detto nel libro, quello è un documento davvero dubbio, perché non è chiaro in che momento del processo creativo sia stato scritto.

Non c’era documentazione, nessuna registrazione. Ci sono stati casi legali di altissimo profilo, il giornalismo investigativo se ne è interessato nel corso dei decenni e le persone hanno cercato di trovare la risposta a questa domanda, senza mai riuscirci. Quando ho iniziato a scrivere, mi sono proposto di presentare tutte le informazioni che sembravano rilevanti per quella domanda, avvertendo il lettore che non potevo sapere per certo la risposta, e che nemmeno chi leggeva avrebbe potuto saperla.

L’ironia è che poi, per i progetti realizzati nell’ultimo periodo della sua vita, ci sono documenti in abbondanza di cui però a nessuno importa nulla.

Vero, ma anche in quei caso diventa complicato, perché, come ho cercato di raccontare con la storia di Stripperella, ad esempio, a volte un progetto portava il titolo di “Stan Lee’s Qualcosa” anche se lui non ci aveva avuto molto a che fare. In quei casi hai prove documentate e facili che provano la paternità degli autori, ma a nessuno è mai importato. Io ho pensato invece che fosse importante.

La storia di Stripperella è esemplare: Stan aveva una vaga idea, il titolo e l’immagine di Pamela Anderson che interpreta una spogliarellista che combatte i cattivi, ma oltre a questo non c’era nulla fino a quando altre persone non furono portate a bordo per sviluppare il progetto. E questo era vero per molte delle opere di Stan nella fase post-Marvel della sua vita, dove era molto chiaro chi aveva le idee, e quel qualcuno non era necessariamente Stan. Però era molto coinvolto, in un modo o nell’altro.

Secondo le persone con cui ho parlato – Mark Waid è l’esempio che uso nel libro – lasciava fare gli autori, ma interveniva quando c’era bisogno. Nel caso della linea di supereroi di Boom! per cui Stan ha fornito i soggetti, Stan ha posto il veto su uno dei fumetti fino a quando non è stato cambiato, perché non si sentiva a suo agio a metterci il suo nome sopra.

Tu quando hai scoperto per la prima volta che Stan Lee non era l’autore completo delle sceneggiature Marvel?

Non ne sono sicuro. È successo poco a poco. Ricordo che, quando ero giovane, andavo nel mio negozio di fumetti e sentivo delle allusioni al fatto che forse Stan Lee non era l’autore dei fumetti, ma non ricordo niente di specifico, e forse ero semplicemente troppo giovane per capire.

Penso che la prima volta che ho davvero capito che la versione raccontata da Stan non fosse quella veritiera è stata quando ho letto Marvel Comics: Una storia di eroi e supereroi di Sean Howe, che è un libro meraviglioso e mi ha ispirato a diventare un giornalista che si occupa anche di fumetti e a guardarli come oggetto di studio. È buffo, ricordo di averlo letto e di non essere stato completamente sorpreso, quindi devo aver avuto un certo grado di consapevolezza. Ricordo di aver pensato «Ohhh, non mi ero reso conto di quanto fosse diversa la versione della storia che diceva “Questo signore ha scritto tutti questi fumetti” e la realtà del Metodo Marvel, che era molto difficile da definire con precisione».

Io ricordo molto bene la prima volta che vidi il documentario di Jonathan Ross, In Search of Steve Ditko, dove c’era quel momento agghiacciante in cui Lee spiegava di sentirsi l’unico creatore di Spider-Man.

Il documentario di Jonathan Ross è stato molto importante, e penso sia stato un grande passo per gli studiosi di fumetti perché ha presentato in modo molto accattivante, accessibile e digeribile una serie di domande che in realtà sono molto complicate, non solo per le loro risposte ma anche perché è difficile capire quali sono queste domande.

Il Metodo Marvel era davvero strano e, cosa più importante, non era mai uguale a sé stesso: c’erano diversi livelli di contributo, perché una volta lo sceneggiatore poteva avere una storia quasi completa, altre volte solo un’idea. Quel documentario fu epocale. La mia speranza con il mio libro è poter far avanzare la ricerca accademica sui fumetti. Queste sono domande che hanno conseguenze importantissime che impattano un’industria multimiliardaria, e il giornalismo e gli storici che si occupano di fumetti sono ancora marginali. Non ci sono soldi o sostegno istituzionale ed è un peccato.

Non vedo l’ora di leggere il libro di Douglas Wolk in cui legge tutti i fumetti Marvel, per esempio, e spero che il mercato inizi a premiare questo tipo di opere. Non voglio puntare il dito, ma ci sono un sacco di brutture che accadono nell’industria dei fumetti che non vengono riportate.

Qual è la stata la scoperta più sorprendente che hai fatto durante le ricerche?

Per me la cosa più interessante, forse dovuta ai miei interessi personali, è stato scoprire le origini della famiglia di Stan e il suo retroterra ebraico. Sono ebreo e penso molto alla storia ebraica e all’arte ebraica. C’erano pochissime informazioni sulle sue origini e sul suo background ebraico, e ciò che era di dominio pubblico era spesso sbagliato.

Sono stato fortunato ad aver avuto accesso a database a cui una generazione fa sarebbe stato molto più difficile avere accesso. Ma ho anche assunto un genealogista professionista, Meryl Schumaker, che mi ha aiutato ad arrivare dove non sarei potuto arrivare da solo.

Per quanto riguarda la sua infanzia e la famiglia, inoltre, parlare con il fratello Larry Lieber è stato molto importante. Certe cose che ha raccontato mi hanno lasciato sgomento, come quando ho sentito la storia di come loro padre avesse scritto diverse lettere a Stan dicendogli che non stava facendo abbastanza per la comunità ebraica, che non festeggiava le feste, che non parlava in giro della sua religione. E questo era motivo di grande delusione per il padre. Stan era così lontano dall’ebraicità e disinteressato dalla religione ebraica che a volte è frustrante vedere scrittori che rivendicano la sua arte come arte ebraica.

Penso sia il tentativo di ricondurre anche Stan Lee alla matrice ebraica comune all’industria fumettistica americana di primo Novecento.

Nella sua autobiografia, Stan racconta che lui e la moglie Joan non furono in grado di adottare un bambino perché erano un matrimonio misto. C’è una sua frase a cui all’epoca non diedi molta importanza ma che in realtà è fondamentale: «Lei era episcopale e i miei genitori erano ebrei». Ebbe l’opportunità di dire «sono ebreo» e in modo molto deliberato non colse l’occasione.

Stan era un ragazzo ebreo che, in larga parte, non voleva essere considerato ebreo. L’industria dei fumetti era un’industria ebraica, questo è inevitabile. Ma questo non significa che il prodotto finito, i suoi fumetti, fossero intrinsecamente ebraici.

Hai avuto accesso agli oltre duecento scatoloni del fondo “Stan Lee Papers”, che Stan e la moglie donarono all’American Heritage Center dell’University of Wyoming. Lì hai trovato qualcosa di interessante?

Sì, la cosa che mi ha davvero sorpreso è stata la quantità di filmati casalinghi presenti, soprattutto provenienti dagli anni Ottanta, ma anche degli anni Cinquanta. In quei due periodi girarono molti filmini. E, per non so quale motivo, donarono tutto all’archivio. Sono estremamente rivelatori sulle dinamiche familiari e sulle loro vite personali.

Sono rimasto scioccato dal fatto che abbiano donato quelle videocassette. Se dovessi creare un archivio per me stesso, non sono sicuro che ci metterei quei filmati. Non so perché l’abbiano fatto, ma la mia teoria è che Stan voleva che ci fosse un quadro più completo di lui che non fosse solo la sua storia professionale.

Ci sono troppe informazioni personali in quell’archivio per pensare che non ci fosse un certo grado di consapevolezza quando fu il momento di creare una documentazione storica. Potrebbe essere stato solo un errore, ma è del tutto possibile che sia stato intenzionale.

Uno dei personaggi più memorabili – per tutti i motivi sbagliati – è la figlia di Stan Lee, JC, che non ha voluto parlare con te riguardo alla vita del padre. È una figura inquietante, quasi paurosa.

Sono stato davvero sorpreso di sentire il tipo di cose che le persone hanno detto su di lei, a verbale, con i loro nomi sopra. Non hanno esitato a dirmi esplicitamente cosa pensassero di JC, ed erano pareri molto negativi. Kevin Smith [scrittore e regista di Clerks, Ndr] mi ha detto che JC è «il peggior essere umano del mondo». Ho dovuto aggirarla, non volendo avere a che fare con lei in modo diretto.

True Believer è un libro che spesso si trova di fronte a queste impasse – l’impossibilità di fotografare la realtà con precisione – e ne parla apertamente. Come dici tu nel libro: la storia di Stan Lee è dove la verità oggettiva va a morire. Come hai gestito questo aspetto? 

C’erano momenti in cui dovevo essere diretto con il lettore, perché a volte le informazioni avevano senso solo in un contesto, e volevo anche essere trasparente sulle risposte che potevo o non potevo dare con certezza ad alcune domande. Si crea una fiducia tra il lettore e l’autore più forte se sei aperto e onesto. Come dicevo, immagino che il messaggio principale del libro sia: non ci sono supereroi, siamo tutti esseri umani che commettono errori. Dobbiamo convivere con l’ambiguità.

Leggi anche: Stan Lee, creatore di eroi, mondi, miti

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.