La vita è gravità e rotazione: “Annihilator” di Grant Morrison e Frazer Irving

Per parlare di Grant Morrison, e in particolare della sua idea di fumetto, bisogna partire dalla preistoria, letteralmente. Per la precisione, dalle grotte di Lascaux. Non so se ne avete sentito parlare, ma le pitture rupestri scoperte in quelle grotte della regione della Dordogne, in Francia, sono considerate dagli esperti l’esempio più antico (parliamo di Paleolitico, circa 17 mila anni fa) di protofumetto, perlomeno nella sua accezione di arte sequenziale. In una parete si vedono immagini di un cervo che si susseguono una dopo l’altra: secondo l’interpretazione più accreditata, si tratterebbe dello stesso cervo in più momenti nel tempo, che si tuffa in un fiume, lo attraversa nuotando ed emerge dall’altra parte.

L’obiettivo di questo tipo di rappresentazioni è ancora oggi oggetto di discussione: si trattava della volontà di testimoniare delle scene di caccia, di rievocare nella memoria questi episodi come fotografie di eventi già avvenuti, o piuttosto si voleva stimolare un risultato positivo, auspicare un successo dell’impresa, insomma fare in modo che la rappresentazione avesse un effetto sulla realtà? Sono due punti di vista molto diversi sulla funzione dell’arte in generale: l’arte come testimonianza e l’arte come magia.

annihilator morrison saldapress

È quest’ultima l’idea di arte, e di fumetto, che ha Morrison nei suoi lavori più personali e sperimentali. Da Animal Man a The Invisibles al più recente Nameless, Morrison si interroga sulla capacità dell’immaginazione di intervenire sul mondo. Il suo lavoro è sempre fortemente “magico”, nel senso che si pone il problema filosofico, o religioso, di come l’arte può servire a “cacciare il cervo”, ovvero agire attivamente sulla realtà. Anche in Annihilator, serie di sei episodi uscita nel 2016 per Legendary Comics e pubblicata in volume per l’Italia da saldaPress, Morrison si inventa una strampalata storia di supereroi e di case stregate, di prigioni cosmiche e di fantascienza psichedelica, in un gioco di scatole cinesi narrative degno del Nolan più cerebrale: ma il suo obiettivo principale resta sempre quello di riflettere sul senso magico dell’immaginazione, su come questa agisca sulla realtà.

La storia è, come tipico di Morrison, complicata e richiede almeno un paio di letture per essere compresa. Immaginiamoci diversi livelli di narrazione, dal più profondo al più superficiale, ognuno dei quali è di fatto il prodotto del livello successivo, ovvero costituisce appunto un legame creativo, direi magico, con quello che sta sopra. Al livello più profondo, nel cuore del racconto, c’è Max Nomax: personaggio-archetipo, genio della fuga, poeta criminale, ribelle, nato come parodia surrealista, protagonista di una serie di racconti pulp e in seguito di una striscia psichedelica italiana, sempre inserito all’interno di un racconto caratterizzato da pochi elementi standardizzati (una casa stregata, una bella addormentata in coma, un crimine irrisolto, un superpoliziotto – Macreau – che lo insegue).

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Al livello successivo troviamo Ray Spass (si pronuncia come Space, spazio), sceneggiatore di successo – ha lavorato con Tom Cruise, per dire – che ha lasciato parecchie rovine dietro di sé. Per il suo prossimo film, Ray Spass decide di prendere questo personaggio pulp e di aggiungervi qualche elemento alla moda, per esempio di ambientare la storia di Max Nomax nello spazio. In cerca di ispirazione, Ray si trasferisce in una casa stregata e si affida a alcool, droghe, orge, seguendo tutti gli stereotipi della peggiore Hollywood, finché non scopre di avere un tumore inoperabile al cervello. Gli restano sette giorni di vita, ormai. Sette giorni, come il tempo che ebbe Dio per creare l’universo: non è un caso.

Al terzo livello, troviamo di nuovo Max Nomax. Il Max Nomax dello spazio, questa volta, il personaggio reinventato da Ray Spass, imprigionato nel Dis, una sorta di mausoleo in orbita attorno al grande buco nero noto come Annichilatore. Con lui, dentro a un bozzolo che la tiene artificialmente in vita, c’è Olimpia, la donna che lui ha ucciso e che ora proverà miracolosamente a salvare. Ma questo personaggio non è solamente il frutto della sceneggiatura di Spass. O meglio, come scopriremo in seguito, il legame magico che lo lega a Ray Spass è molto più complesso. 

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Max Nomax infatti ha sparato nel cervello di Spass un proiettile di dati contenenti tutta la sua vicenda, dal motivo per cui è stato imprigionato nel Dis alla sua fuga da quella prigione nello spazio, alle origini della strana creatura mortale chiamata Oorga, che vive nascosta nel Dis e ne ha ucciso tutti gli abitanti. Disceso sulla terra, in fuga dal segugio definitivo Makro, ora Max Nomax ha bisogno dell’aiuto di Ray Spass per ricostruire la sua vita e scoprire l’origine del mondo nel quale vive. Insomma, Max Nomax non è frutto dell’invenzione di Ray Spass ma, al contrario, l’arte dello sceneggiatore riproduce magicamente la realtà di Max Nomax.

Il quarto e ultimo livello è proprio quello di Morrison, il mago definitivo, come sempre abile nel mescolare diverse suggestioni in una vicenda più o meno lineare, mettendoci il giusto mestiere per tenere desto l’interesse del lettore senza scivolare nell’incomprensione. Ad aiutarlo nell’impresa, un Frazer Irving ispirato nella costruzione della tavola, nella gestione degli spazi, nella resa della sequenzialità e nella concatenazione dei vari livelli narrativi, da quelli più realistici a quelli più visionari e fantastici.

Morrison inserisce le sue riflessioni postmoderniste e l’interesse per la dottrina gnostica in un impianto di fantascienza orrorifica unendo – come ambisce il suo alterego Ray Spass – Alien e Shining, ma traendo ispirazione soprattutto dal realismo magico di Hoffmann, dall’orrore cosmico di Lovecraft, fino ad arrivare al nichilismo fantastico di Thomas Ligotti. La sfiducia nell’umano, così ben rappresentata da tutti i personaggi, meschini e mentitori, egoisti e distruttivi, si integra così a un riflessione più ampia sull’insensatezza dell’esistenza. 

Il malvagio demiurgo che, secondo lo gnosticismo, ha creato il mondo materiale nel quale viviamo, assume qui le vesti del criminale spaziale Max Nomax, spinto da vendetta nei confronti del dio computer Vada, signore indifferente dell’universo. Come spiega al creatore Max Nomax il suo autore-creatura Ray Spass, in un momento di feroce lucidità, la complicata costruzione della vita somiglia all’effetto Coriolis, quel fenomeno che ci fa apparire le cose in movimento, mentre siamo noi che ruotiamo. «Tutto questo movimento, Max. La frenesia insensata delle nostre vite. A noi sembra che debba avere un senso. Invece sono solo gravità e rotazione.» 

Non tutto fila come dovrebbe, in questo racconto. Come spesso accade con i lavori meno mainstream di Morrison, la sensazione è che la carne al fuoco sia troppa per una storia sola. Ma è comunque bello lasciarsi trasportare da queste suggestioni incandescenti, restando a galla quel tanto che basta per illudersi di avere compreso qualcosa, di aver imparato un altro modo per “cacciare il cervo” della nostra confusa realtà.

Annihilator
di Grant Morrison e Frazer Irving
traduzione di Stefano Formiconi
saldaPress, marzo 2021
cartonato, 224 pp., colore
24,90 € (acquista online)

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