Corpi rivoluzionari, un ritratto di Colleen Doran e Emil Ferris

Giovedì 15 aprile 2021 alle ore 18:00 per il ciclo “Women in Comics” si terrà l’incontro “Corpi rivoluzionari e donne che li disegnano”, tra Emil Ferris, Colleen Doran (dagli USA) e Sara Pichelli (dall’Italia), moderate da Riccardo Corbò. Live su Zoom e sulla pagine Facebook di ARF! e COMICON. L’evento anticipa la mostra Women in Comics che si terrà a Roma.

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La storia del fumetto è anche la storia di come si è evoluta la rappresentazione del corpo. Nel racconto per immagini non c’è solo l’esigenza di dare forma all’anatomia in senso tecnico. La fisicità dei personaggi è importante quanto la loro recitazione e, ad un livello ulteriore, il corpo è oggetto stesso del racconto, è una rappresentazione, un segno di quello che si sta raccontando. 

Sono corpi “parlanti” quelli realistico-grotteschi di Andrea Pazienza, quelli ipertrofici di Simon Bisley, le donne nasone di Claire Bretécher, i corpi scarabocchiati di Maicol e Mirco. E così via. 

Da questo punto di vista due autrici che sembrerebbero lontane anni luce tra loro, per esordio, carriera, stile e formazione, sono accomunate dalla loro ricerca nella rappresentazione del corpo, non solo come soggetto del racconto, ma come oggetto del racconto stesso. 

Colleen Doran ed Emil Ferris condividono innanzitutto il periodo di nascita, i primissimi anni sessanta in America, Doran nella New York dei moti di Stonewall (considerati la nascita del movimento di liberazione gay) e Ferris nella Chicago delle tensioni razziali e del Freedom Movement di Martin Luther King Junior. Entrambe si avvicinano all’arte e al disegno da piccole, la Doran con la sua prima autoproduzione a quindici anni e la Ferris con i fumetti che, bloccata da un busto per una malformazione alla colonna vertebrale, disegna per i compagni di classe. 

Mentre per Emil Ferris il disegno è un sollievo e il rapporto con la malattia sarà centrale in tutta la sua produzione, per Colleen Doran è un modo per liberare i mondi che ha in testa e per entrare professionalmente nel fumetto, ancora adolescente, dopo un esordio nella small press (settore che non abbandonerà mai del tutto, terreno fertile per gli artisti che vogliono creare senza il vincolo degli editori e della tiratura). 

Nei primi anni ottanta Colleen Doran si fa notare per una storia di ampissimo respiro, che scrive e disegna interamente da sola. A Distant Soil, “epic sci-fi opera” con protagonista una giovane dotata di poteri psichici in un mondo futuribile a metà strada tra fantascienza e romanzo  epico medievale. L’autrice unica, il mix di generi e il fatto che vengano affrontati temi queer, lo rende un prodotto totalmente innovativo, tanto da attrarre prima l’interesse di Warp Graphics, suo primo editore, e poi di altri fino ad arrivare a Image Comics. Di fatto la saga non si è ancora conclusa anche se, dopo tante uscite periodiche, la Doran ha annunciato di voler scrivere a breve un finale. 

Seguendo l’evoluzione del fumetto negli anni, è evidente l’attenzione crescente per lo studio della costruzione grafica della tavola e della caratterizzazione psicologica e fisica dei suoi personaggi. Colleen Doran è tanto talentuosa e produttiva da lasciare la scuola molto presto a causa della mole di commission e scadenze che la impegnano. 

Nel 1985 il fumettista Keith Giffen si accorge delle sue capacità e la introduce in DC Comics e ai suoi primi lavori professionali in ambito fumetto. Tra i titoli ai quali si dedica, Teen Titans e Wonder Woman. Quasi subito anche Marvel Comics la nota e le affida diversi numeri su testate importanti come The Guardians of the GalaxyThe Silver SurferCaptain America, Amazing Spider-ManX-Men… lavora anche a stretto contatto con Stan Lee per il settore marketing di Marvel: il suo rapporto di conoscenza personale la porterà a disegnare nel 2015 il volume celebrativo Amazing Fantastic Incredible Stan Lee, scritto dallo stesso Lee e da Peter David. 

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A fianco della ricca produzione sulle testate più mainstream ci sono i suoi lavori autoriali, nei quali si può sbizzarrire con libertà nella sua ricerca artistica, anche sulla rappresentazione del corpo. 

Negli anni collabora con alcuni dei più importanti autori del periodo, protagonisti della British Invasion che ha fortemente influenzato, dalla metà degli anni ottanta e poi negli anni novanta, il livello e il tono del fumetto supereroistico mainstream, fantascientifico e fantastico americano.

Con Neil Gaiman, ad esempio, lavora su Sandman, illustrando i cicli A Game of You e Dream Country. Con Warren Ellis lavora su Transmetropolitan (in un volume collaterale one shot, I Hate It Here) e soprattutto su Orbiter

Orbiter, uscito del 2003 con Vertigo, sembra quasi cucito da Ellis sul tratto della Doran. L’equipaggio di uno space shuttle disperso da dieci anni ricompare improvvisamente, ma tutti i membri sono catatonici e il loro viaggio custodisce un qualche tipo di mistero. In particolare, parte del velivolo è diventato organico. Non è strano che Ellis abbia scelto proprio la fisicità dei personaggi non convenzionali di Colleen Doran, per rendere questa componente perturbante. 

La Doran a questo punto ha una quarantina di anni. Lei e Emil Ferris sono quasi coetanee e proprio al compimento dei quarant’anni la vita della Ferris, già non facile, cambia per sempre.

Emil Ferris bambina, costretta in un busto ortopedico, intrattiene coi suoi disegni i compagni di classe nel quartiere di Rogers Park, a Chicago. Figlia di due artisti, Eleanor Spiess, pittrice simbolista, e Mike Ferris, designer e illustratore, Emil vorrebbe seguire le orme del padre, che disegna giocattoli e anche flipper. I flipper però sono terreno da maschi e queste commission le rimarranno precluse. Ha problemi motori e i dottori le prospettano un futuro di dolore e una vita abbastanza breve. Lei, appassionata di mostri, della rivista Famous Monster della Filmland, dei fumetti di EC comics, si chiede se la condizione di mostro, nel senso di outsider, di persona ai margini, non sia in qualche modo a lei vicina. 

Anche lei lascia presto la scuola, fa mansioni che le consentono la sopravvivenza economica e intanto continua a lavorare come illustratrice freelance. Incinta di una bimba a trentaquattro anni, non smette mai di gestire più lavori contemporaneamente.

Esattamente il giorno della sua festa dei quarant’anni, il banale morso di una zanzara le trasmette una malattia potenzialmente letale, causata dal virus West Nile.

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Si risveglia dopo quasi un mese di coma, ha una figlia di sei anni di cui prendersi cura e una paralisi in gran parte del corpo. I dottori lanciano quello che sembra l’ennesimo anatema, non camminerà più. Lei non si dà per vinta e inizia a disegnare quello che sarà poi, quindici anni dopo, il suo romanzo grafico d’esordio. Lo disegna con la penna a sfera su un notebook e si fa aiutare dalla figlia. Finisce il college, donna su una sedia a rotelle in mezzo a frotte di ventenni gonfi di ormoni e di vita. 

Fa in modo che il disegno diventi la sua fisioterapia. Quello che non riusciva più a fare, mantenere il controllo del suo stile a tratteggio realistico, figlio degli studi di arte classica e moderna e delle visite col fratello e i genitori all’Istituto d’Arte di Chicago, mano a mano torna ad emergere sulla carta. Impiegherà anni a terminare il suo primo libro e decine di editori lo rifiuteranno, fino a quando non incontrerà Fantagraphics Books.

My Favorite Thing is Monsters (in Italia: La mia cosa preferita sono i mostri, Bao Publishing, 2018) è il diario della piccola Karen Reyes, bambina di dieci anni proveniente da una famiglia multietnica, proprio come quella della Ferris. 

My Favorite Thing is Monsters Emil Ferris Fantagraphics

La piccola Karen è ritratta come una bambina-licantropo che, impegnata a vivere la vita di quartiere, incappa in un omicidio; la sua vicina, sopravvissuta all’Olocausto, viene uccisa a colpi di pistola e lei decide di indagare. Il libro esce con la stessa impaginazione a righe del suo notebook e senza la gabbia nella tavola, come un diario (il testo è molto ricco) illustrato con disegni e fumetti. Le influenze sullo stile della Ferris sono molte e tutte volutamente riconoscibili ed esplicite: da Daumier a Goya, per arrivare agli albi illustrati (in particolare l’opera omnia di Dickens dell’editore Collier) e ai suoi maestri in ambito fumettistico, Art Spiegelman, Robert Crumb, Alison Bechdel. 

Un filo narrativo unisce la sua vita tormentata, la mano riabilitata dall’esercizio (il suo stile tratteggiato è frutto di un lavoro paziente ed ipnotico) e i corpi che disegna, caratterizzati dal portare addosso i segni della loro storia; nel libro convivono opere d’arte incarnate, statue funerarie che prendono vita, mostri che sono grotteschi e simpatici e esseri umani realmente mostruosi e pericolosi. 

Per la Ferris, il mostro è il simbolo di qualcosa che si diversifica dalla norma comunemente accettata: bambina malata prima, poi ragazza attratta da altre donne e con una vita ai margini, il mostro è quello in cui lei spera di trasformarsi per non doversi definire per forza in un modo preciso, per evadere da un corpo malato, o addirittura, baciata da un vampiro, per diventare un corpo che supera la morte. 

My Favorite Thing is Monsters Emil Ferris Fantagraphics

Mentre Emil Ferris lotta per vedere pubblicato il suo libro, attorno al 2015, Colleen Doran sta collaborando con l’ennesimo mostro sacro, Alan Moore. Emil racconta la storia della bambina-lupo, Colleen illustra un esperimento di webcomic su un portale che Moore ha chiamato Electricomics, opere che non verranno mai stampate e nate per il web. 

Anche in questo caso la storia parla di un bambino, uno dei più famosi tra i protagonisti dei fumetti, Little Nemo. Nella versione di Moore e Doran, il delicato bambino di inizio secolo si sveglia nel corpo devastato e disincantato dell’adulto Big Nemo, che decisamente non vive più a Slumberland. 

Passa un anno abbondante, e My Favorite Thing is Monsters è andato in stampa. O meglio, è stato mandato in stampa all’estero perché per grandi tirature molte case editrici decentrano il lavoro, per abbassare i costi. Mentre il cargo che trasporta la tiratura di libri sta attraversando il canale di Panama, la compagnia di trasporti cinese fallisce e il cargo viene sequestrato per mesi. Per chi ha un rapporto affettivo coi libri è straniante pensare come, nella loro fisicità, siano merce, pacchi, pacchetti e scatoloni, e che possano essere vittime di incidenti e stravolgimenti. Come quelli che continuano a funestare la vita della Ferris e che lei affronta con una forza di volontà invidiabile.

Quando viene finalmente pubblicato, l’accoglienza del libro è sorprendente (uscirà in due tomi, trattandosi di circa 700 pagine): vince due Ignatz Awards e tre Eisner Awards; viene nominato per un Hugo Award come “Best Graphic Story” nel 2018, vince la Fauve D’Or all’ Angoulême International Comics Festival, e il Gran Guinigi 2018 alla miglior graphic novel a Lucca Comics and Games. Notizia di questi giorni, la Ferris ha vinto una fellowship al Museo Guggenheim di New York. Sono tutti premi importanti e prestigiosi, ma soprattutto il successo è di pubblico. 

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Nel 2019, Colleen Doran torna a collaborare con Neil Gaiman che, come Warren Ellis, apprezza il suo segno e la sua capacità di adattarsi alla storie: assieme lavorano alla rivisitazione di una fiaba senza tempo, Biancaneve, che uscirà col titolo di Snow, Glass, Apples. Il racconto parte dal punto di vista della matrigna.

Per raccontare questa storia immortale e classica, Colleen Doran fa una ricerca stilistica molto approfondita su Harry Clarke, illustratore e incisore su vetro, attivo in Irlanda a cavallo tra il l’ottocento e il novecento. Il suo stile, che ricorda quello di un Aubrey Beardsley più oscuro e tragico, la affascina moltissimo e quando scopre che Neil Gaiman ha un originale, corre fino in Inghilterra per studiarlo dal vero, soprattutto nell’uso del colore. 

Per un caso del destino, o perché il tono del racconto si sposa in entrambi i casi con questa atmosfera livida, il risultato sarà una palette cromatica molto simile a quella di My Favorite Thing is Monsters

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Come ha già fatto, e come ha scelto anche Emil Ferris nel suo volume, Colleen Doran si libera totalmente dalla gabbia e sceglie di scandire il tempo del racconto tramite la composizione della tavola; i corpi, i costumi, gli ambienti, diventano dettagli decorativi ma al servizio del racconto.

La vita delle due autrici si incontra anche su un punto da toccare con molto rispetto, visto che loro stesse hanno deciso di parlarne solo parzialmente; il tema delle molestie.

La Doran ne ha accennato durante le prime fasi del movimento MeToo, dichiarando di non poter parlare della situazione da lei vissuta da giovane a causa di un contratto NDA, un tipo di accordo che prevede la non diffusione di determinate informazioni riservate. Ha lasciato intendere di aver vissuto situazioni di abuso durante un rapporto di lavoro, quando era giovane e ancora poco esperta. Emil Ferris ha raccontato più dettagliatamente quello che le è successo da piccola e gli abusi da parte di un conoscente dei parenti, ma ha comunque deciso di non farne un argomento centrale nella descrizione della sua crescita artistica e nella sua biografia. 

Allo stesso modo, anche se per la Ferris questa caratteristica è nettamente più evidente,  l’idea del disegno come terapia finisce per unire le loro due sensibilità. È Colleen Doran a parlare in questi termini intervistata dal The Comics Journal sullo stile che ha ripreso da quello di Harry Clarke, ma non potrebbe raccontare meglio quello che descrive la stessa Emil Ferris: 

«[dopo aver studiato il suo metodo di lavoro], mi sono chiesta quanto di quell’approccio per lui fosse meditativo o terapeutico. Quel tipo di lavoro ti mette in un incredibile stato zen. Sembra strano, ma ripensando ai problemi di salute di Clarke, mi chiedevo quanto di quell’approccio fosse una reazione alla sua infermità. Come persona con problemi di salute cronici, presto molta attenzione a quali attività artistiche ti consumano e quali sono rinvigorenti. Passi ore ogni giorno su quei piccoli dettagli e vorresti staccarti il braccio. Ma alla fine è ipnotico. Scommetto che disegnare quelle cose lo ha fatto sentire meglio. Mi ha fatto sentire meglio».

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