Gipi e il commissario moderno. Qualche nota su satira, femminismo e cinismo

Negli ultimi giorni, in rete è scoppiato un piccolo caso intorno ad una storiella a fumetti pubblicata da Gipi su Instagram, ovvero Il Commissario Moderno in “Finalmente un caso semplice”. Da qualche ora, evidentemente a seguito di segnalazioni, Instagram ha inserito un filtro sfocato con disclaimer che indica “Contenuti sensibili”. Censura? La striscia è per la verità pienamente fruibile, con un click in più del solito. Ma il disclaimer testimonia che qualcosa di insolito è accaduto.

Di cosa tratta questo breve fumetto in nove vignette? È una storia buffa – qualcuno direbbe persino “geniale” (vedasi vignetta geniale sulla genialità) – di quelle che Gipi ogni tanto pubblica sul suo profilo per parlare, in tono spesso surreale, di temi che gli stanno a cuore.

Il Commissario Moderno, come dice il nome, è un personaggio tutt’altro che all’antica. E infatti si trova a che fare con un caso finalmente semplice, ma molto attuale: di fronte a lui si presenta Marisa, una donna che dice di essere stata aggredita da Andrea. Ora, questo commissario, che è di larghe vedute, si infervora contro questo Andrea, si vergogna proprio di essere uomo, per colpa di questo Andrea che maltratta le donne. Ma perlomeno prende atto che si tratta di un caso già risolto: Marisa sta dicendo la verità, il Commissario Moderno le crede, perché è una donna, e a una donna bisogna credere sempre. 

Ma poco dopo, ecco che compare l’aggressore Andrea [spoiler] che è anch’essa una donna. Quindi il caso non è così semplice come sembrava. Fine della storiella.

Una storiella problematica

Geniale no? Non proprio. Lì per lì, quando l’ho letta mi ha fatto sorridere, perché gioca su un paradosso con efficacia, nei tempi giusti, e il Commissario Moderno è uno stereotipo già simpatico, che meriterebbe un’intera serie di storielle che lo mettono in ridicolo. Il problema è che questa storiella ha fatto incazzare un sacco di gente. Al di là della shitstorm piovuta in poche ore sul profilo di Gipi (“amico degli stupratori”, “maschilista” ecc.), le obiezioni mosse contro la storiella si concentrano sul concetto che “le donne vanno sempre credute”, che Gipi contesta con un simpatico colpo di scena (e se fossero due donne?).

Accanto ai segnali di solidarietà, che condannano la violenza esasperata di tanti commenti e difendono il diritto di esprimere opinioni anche controverse, non è mancata però una ventata di ragionevole indignazione. Persino il solitamente pacioso Simone Albrigi in arte Sio ha voluto dire la sua con un post su Instagram che, con pacatezza, non le manda a dire.

A diversi commentatori questo punto di vista è parso superficiale se non poco rispettoso nei confronti di un dramma vissuto da migliaia di donne, vittime non solo di violenza ma del trauma legato alla denuncia della violenza. Un problema che non può liquidarsi con una battuta. Ovviamente non è mancato chi ha preso le difese dell’autore, sottolineando il valore paradossale della rappresentazione, ed evidenziando il vero bersaglio della critica: che non è ovviamente la donna vittima di violenza, ma il contesto strumentale in cui queste violenze accadono e vengono valutate. Il riferimento alla biografia di Gipi o alle sue opere precedenti non mi sembra invece una giustificazione accettabile: noi non stiamo valutando la persona né le sue intenzioni (che sono sempre positive, fino a prova contraria) ma il risultato di quelle intenzioni, ovvero il testo che stiamo leggendo. 

Qualcuno ha poi sollevato un problema di tempismo, perché la storia è stata pubblicata poche ore dopo una vicenda di cronaca molto delicata. Le reazioni sarebbero state diverse, se il post fosse stato pubblicato un mese fa? Difficile dirlo. Avrete sentito parlare anche di questo, immagino: il figlio di Beppe Grillo, accusato di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza durante una vacanza, è stato difeso dal padre con un video molto chiacchierato, oggetto persino di una discussione in Parlamento, che ridimensiona il comportamento dei ragazzi («quattro coglioni, non quattro stupratori») e lancia pesanti accuse nei confronti della ragazza («una persona che viene stuprata la mattina, il pomeriggio fa kitesurf e denuncia dopo 8 giorni è strano»). 

La pubblicazione della storia di Gipi su Instagram a poche ore dal video di Grillo non è effettivamente frutto del caso. Rispondendo ad alcuni commenti sui social, l’autore ha spiegato che la storia è stata ispirata da un articolo pubblicato su Il Foglio da Simonetta Sciandivasci (potete leggerlo, se siete abbonati, qui: Due parole che mancano su quella notte brava a Porto Cervo) che contestava il chiacchiericcio strumentale intorno a questa vicenda, che trasforma tutti i protagonisti in simboli di una lotta ideologica, già vittime e colpevoli prima ancora che la verità venga chiarita nel processo. 

Sciandivasci fa anche riferimento al movimento femminista “Nonunadimeno” che, per solidarietà nei confronti della ragazza, aveva lanciato l’hashtag #ioticredo, per difendere la sua versione dei fatti. Occorre semmai, conclude l’articolo, che alle presunte vittime si dia ascolto, non ragione, come ai presunti colpevoli si dia un giusto processo, in tempi ragionevoli, nelle sedi opportune. Ecco la scintilla che ha prodotto la storiella di Gipi: a partire dal concetto, espresso da Nonunadimeno, che alle donne bisogna sempre credere, ha immaginato un caso semplice (una donna vittima di molestie) che tanto semplice non è, perché non esistono colpevoli o vittime a priori, e i casi della realtà e della vita non si possono ridurre a vessilli per battaglie ideologiche. 

Tutto giusto, in linea di principio. Eppure se l’articolo di Sciandivasci (a sua volta molto contestato, come prevedibile, da posizioni femministe) pone una questione reale, ovvero il tema del rispetto delle persone implicate in un processo, tutti innocenti fino a prova contraria, la storia di Gipi si colloca su un altro livello, e con ben altre ambizioni.

Bentornato, antico problema: i confini della satira

Nel divertissement di Gipi, nell’urgenza artistica di esprimere un’opinione su un argomento così spinoso, si ripropone un tema che un appassionato di fumetti conosce bene, che riguarda il confine tra ciò che si dice e ciò che si vuole dire. In altre parole: cosa è la satira, e quali sono i suoi confini. Siamo abituati, specie dalla strage di Charlie Hebdo, a considerare la satira degna di rispetto in qualsiasi caso. Ma la satira, come ogni opinione, può esprimere le voci più diverse, può essere progressista o reazionaria, può rappresentare una maggioranza impaurita, decisa a mantenere i propri privilegi, o una minoranza combattiva, volta a fornire un nuovo punto di vista sulle cose.

Non stiamo parlando soltanto di una questione di linguaggio (la satira può dire parolacce? può offendere Dio? e le donne? e le minoranze?), ma prima ancora stiamo parlando dei temi che un fumettista, un comico o un artista in generale, sceglie o non sceglie di trattare. Ogni autore, in particolare quando è sensibile e consapevole del proprio lavoro come Gipi, si pone innanzitutto un problema di opportunità, o meglio ancora di necessità, rispetto a un argomento. La scelta di un argomento è già di per sé espressione di un punto di vista. 

Prendiamo per esempio un’altra vignetta a fumetti uscita su Instagram, che ruota intorno allo stesso evento: un post di Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti. Qui l’autrice ha scelto, con una forma scarna, non molto attraente dal punto di vista estetico ma funzionale al discorso, di trattare il tema della necessità di denunciare la violenza: «Chi ha subito una violenza se vuole denuncia, se vuole solo dirlo ne parla, e non vale di meno». Non è necessariamente un punto di vista femminista sull’argomento, non parla nemmeno di donne o di uomini, ma pone una riflessione costruttiva, utile a sviluppare un discorso sul reale, sulla vita delle persone. Se rileggiamo la storiella del Commissario Moderno di Gipi ci rendiamo conto che, sotto una forma impeccabile e un’abile gestione del ritmo, la satira di Gipi non “funziona”, nel senso che non contesta il reale. Il punto di vista scelto da Gipi, bianco maschio eterosessuale cis italiano (proprio come me, come tanti di noi), è contestare un’affermazione politica. 

Non mi considero femminista, al limite mi sforzo di essere anti-maschilista, ma sono abbastanza sicuro che con l’hashtag #ioticredo non si vuole dire che tutte le donne devono essere credute a prescindere. È uno slogan, semplice come tutti gli slogan, che si contrappone a un modo di vedere – questo si, maggioritario, in questo paese – secondo cui la donna deve sempre dimostrare di dire la verità, pure quando è vittima.

La presa di posizione di Nonunadimeno, come l’hashtag #ioticredo, sono reazioni politiche di fronte a una palese disuguaglianza: che non è, ovviamente, il fatto che le donne dicono sempre la verità, ma semmai il fatto che, nel mondo reale, specie in situazioni delicate come le molestie, la credibilità delle donne viene sempre aprioristicamente messa in discussione. Ecco perché il caso semplice del Commissario Moderno fa arrabbiare tanti: perché non è una satira che ha per oggetto il reale, ma un mondo ipotetico, un futuro auspicato che non esiste.

Nessuno contesta il fatto che una donna (come chiunque) non abbia sempre ragione, semmai si pone il problema contrario. Pare di leggere quelle critiche sulla cancel culture che partono da assunti corretti («la libertà di opinione è un diritto inviolabile della nostra società») per giungere a conclusioni errate perché basate su fatti inesistenti («se mi cancellano l’account su Facebook, ledono la mia libertà di espressione»). Il politicamente corretto non cancella i nostri diritti: il tema è un altro. Nel momento in cui abbiamo libertà di dire potenzialmente tutto, si pone il problema di quello che decidiamo di dire.

La vignetta di Fumettibrutti non fa ridere, non è geniale né divertente, ma affronta un tema politico: si propone di cambiare un punto di vista sulle cose. Quella di Gipi invece si focalizza solo sul pericolo potenziale, ignorando i problemi reali della questione, per coglierne solo gli elementi buffi e paradossali. Si tratta di un punto di vista conservatore, che contesta non ciò che è, ma ciò che potrebbe essere: l’espressione di una maggioranza che vede più facilmente i pericoli di un futuro diverso che le problematiche di una società imperfetta. Questo sguardo superficiale su temi di ambito femminista era probabilmente lo stesso in una precedente storiella di Gipi su Instagram dedicata al catcalling. Per chi non lo sapesse, catcalling è il termine con cui si indica (cito l’Accademia della Crusca:) «la molestia sessuale, tendenzialmente verbale, che avviene in strada». 

Con una satira di grana un po’ grossa, Gipi decide di fraintendere volutamente il concetto per fare un po’ di spirito. A me – maschio bianco etero cis – questa storiella ha fatto molto ridere, perché affronta un problema che non mi tocca personalmente (e penso che non tocchi neanche Gipi), quindi fa simpatia parlarne così. Ma questo modo distaccato di affrontare temi alla moda senza capirli, evidenzia un problema più generale, che è quello della crisi degli intellettuali (categoria a cui Gipi appartiene senza ombra di dubbio, che lo voglia o no). 

Provo a spiegarmi citando a grandi linee chi ne sa più di me. In un mondo reale in continuo mutamento si afferma sempre di più tra i pensatori e gli artisti un approccio cinico al mondo (Peter Sloterdijk, Critica della ragion cinica), dove il cinico non è più quello antico, che sa smantellare con arguzia le grandi idee del mondo, ma semmai colui che si limita con rassegnazione a guardare il mondo con sguardo sprezzante, incapace di mostrare solidarietà e empatia verso i mutamenti sociali. Questi intellettuali, espressione di un’unica classe dominante, sembrano avere ormai introiettato quella che Mark Fisher chiama “impotenza riflessiva” (in Realismo Capitalista), ovvero la sensazione che le cose non solo vanno male, ma che «non ci sono alternative» (direbbe la Thatcher), che la strada del mondo è destinata a non cambiare direzione, che qualsiasi tentativo di rivoluzione è innocuo, sciocco e indegno di attenzione se non per produrre qualche battuta di spirito.

Con questo atteggiamento, è naturale sviluppare un punto di vista conservatore, che si focalizza sui pericoli potenziali di una realtà inesistente, piuttosto che sui problemi reali di una società diseguale e maschilista. Nell’eterno scontro tra le rappresentazioni del mondo, il ruolo dell’intellettuale e dell’artista è anche quello di scegliere quale punto di vista adottare. Non dubito che un autore sensibile come Gipi non vorrà sottrarsi a questa sfida. Anche, talvolta, negandoci una risata.

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