Je suis Gipi, perché vorrei ridere delle nostre miserie

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Il commissario moderno di Gipi

Dopo le accese discussioni sul breve fumetto Il Commissario Moderno di Gipi, se volessi esprimere la mia opinione in modo sintetico mi tornerebbe utile, per aggirare preventivamente le critiche (incluse quelle di stimati colleghi), aprire con una battuta in stile captatio benevolentiae: «chiedo ufficialmente di essere stigmatizzato come pessimo soggetto», come ha fatto lo stimato Massimo Galletti.

Ma non me la sento. Non mi sento di essere sintetico, intendo. E non mi sento nemmeno di fare battute. Perché la questione è seria. Lo dico perciò con la stessa trasparenza con cui si è espresso Sio, sebbene con l’opinione opposta: la storiella di Gipi mi è piaciuta.

Per “seria”, però, non vorrei che equivocaste. Non intendo seria nel senso dei temi che quasi tutti hanno sollevato in questi giorni: cancel culture, femminismo VS. maschilismo, accuse di stupro al figlio di Beppe Grillo, reazioni pubbliche – inaccettabili, sia chiaro – di Grillo. La questione seria, qua, è a mio avviso un’altra: Gipi non ha creato una storia umoristica su questi temi, ma una storia al secondo grado. Non una satira diritta, ma una capriola sbilenca in un momento in cui – come è nella natura delle cose (mediatiche) – siamo portati a prendere posizioni nitide partendo dai fatti a cui abbiamo accesso. Una storia sbilenca perché dirige l’attenzione su un gioco degli equivoci, ma ruota intorno a un attacco contro la retorica, per invitarci a distinguerla dalla sostanza.

Al netto dei giudizi tranchant di leoni da tastiera & altre creature fantastiche, non credo che nessun contestatore abbia imputato a Gipi, in qualità di maschio bianco etero cis italiano, la volontà di difendere un presunto stupratore contro una presunta vittima. Le critiche, piuttosto, si sono concentrate su due aspetti: 1) il contenuto della “satira” e 2) la contingenza delle vicende recenti intorno al caso Grillo. Critiche comprensibili, ma entrambe fuori fuoco.

La miseria della violenza

Rispetto al punto 1, chi si è “infastidito” – la parola eufemistica usata da Instagram per offuscare, da ieri, il suddetto “contenuto sensibile” – lo ha fatto ritenendo inaccettabile il punto di vista rivelato nel finale: decostruire la credibilità di una donna aggredita, di un commissario, di un aggressore che inizialmente pare un uomo ma si svela essere una donna e peraltro si proclama aggredita dalla donna precedente (millantatrice dunque?). Tre personaggi di uno schema semplice – vittima donna, investigatore sul pezzo, criminale uomo – che si sgretola nella penultima vignetta, con il ribaltamento della prospettiva in cui l’uomo si rivela un’altra donna (da “commedia all’italiana”, lo ha definito sia qualche contestatore che qualche difensore) aggredita. Questo doppio capovolgimento, per chi lo ha ritenuto improprio, offre un’equivalenza tra vittima e carnefice – entrambe donne – che è parsa fuori luogo perché talmente rara da suonare superficiale e riduzionista: le donne sono assai più spesso vittime che carnefici. Lo ha scritto bene Sio: 

«farebbe ridere in un mondo in cui non esiste la violenza di genere, ma nulla esiste in una bolla scollegata dal resto dell’esistenza, e chi legga quella striscia vive in questo, nel quale lo squilibrio di genere genera 88 vittime femminili di violenza (di ogni tipo) ogni giorno in Italia. […] parlare delle false accuse è spostare il punto del discorso. Ogni volta che si sposta il discorso dalle vittime a quelli che potrebbero essere falsamente accusati, non si stanno ascoltando le vittime.» 

Il ribaltamento vittima/carnefice a fini umoristici o satirici è una tecnica antica, che ha attraversato i tempi toccando di tutto, dai rapporti umani a quelli politici fino a quelli religiosi. E su questo mi preme ricordare – nonostante i quintali di inchiostro versati in questi anni sulla satira, soprattutto dopo la strage di Charlie Hebdo – che il problema non è la satira-senza-confini, ma la natura della risata, della quale la satira è solo un epifenomeno. Ridere è importante anche – o forse soprattutto? – quando ci sbatte in faccia quanto siamo piccini, noi esseri umani, nel nostro generare aberrazioni sociali, senza sosta. E al centro di questa storiella risiede un’aberrazione culturale, dotata di un valore che è solo politico: donna = caso semplice.

Il Commissario Moderno di Gipi è un post-it sul fatto che siamo tutti questa cosa: tasselli di una società piagata da violenze inutili, popolata purtroppo anche da petulanti soggetti che strillano il proprio essere – a prescindere – dalla parte della ragione. Che nel fumetto sia un funzionario pubblico, membro delle forze dell’ordine, a pronunciare le frasi formulaiche – «mi fa vergognare in quanto uomo» e «perché a una donna si deve credere sempre» – rende ancora più amara la lettura. Perché rimarca l’illusione di una polizia moralmente inappuntabile, fatto sonoramente smentito dalla cronaca recente. Ovvero, rimarca il problema degli effetti giuridici di quell’aberrazione politica: è una semplificazione. E ci sbatte in faccia la complessità del reale: la schifosa diffusione della violenza contro le donne, e la schifosa retorica della semplificazione ideologica. Insieme.

Ridere antipatico, per non abbassare la guardia

E poi c’è il punto 2. In tanti hanno sottolineato questo aspetto nelle loro critiche a Gipi. La penso diversamente: è proprio nel timing che Gipi ha fatto centro. Perché ricordarci ora quanto siamo miseri nella produzione di violenza contro le donne, e nella produzione di semplificazioni giustizialiste, è utile quanto una doccia fredda. Chi ha criticato il tempismo di Gipi potrebbe avere commesso un errore – dettato con ogni probabilità dalla pressione dell’indignazione mediatica – assimilando la difesa del figlio da parte di Beppe Grillo alla de-colpevolizzazione dell’uomo (Andrea) nel fumetto. Ma c’è una bella differenza: se nella realtà della cronaca c’è una difesa che contesta l’esistenza di una violenza, qui questa difesa non c’è. C’è un ribaltamento immaginario… che ribaltamento non è: la violenza non è negata, è solo modificata l’identità del soggetto violento. Un cambio che avviene in un contesto surreale, ovvero interamente disegnato in una forma – lo stile sketch del “Gipi disegnato male” – che suggerisce chiaramente: non è credibile, non è realistico.  

Ed è un passaggio importante. La forma estetica farsesca è parte del discorso, e dovrebbe ricordare a tutti che c’è un patto a monte: si gioca, non si sta predicando una posizione ideologica. Se la situazione non è credibile, la “morale” – chiedo scusa per la parolaccia – non è allora nell’identità del carnefice, ma nella trama generale al cui centro c’è altro. Ovvero il protagonista, il Commissario che parla per frasi fatte. Oggi sul tema della violenza di genere; domani, chissà su cos’altro. 

Non è una novità, in Gipi, prendere di petto stereotipi, radicalismi ideologici ed espressioni retoriche, squadernandoli in maniera sprezzante: mi vengono in mente La settimana mafia, la storia verticale I bambini non si toccano o il video Blackface per Internazionale e una gran quantità di altri video e fumetti. Sono tutte fiction non solo satiriche, ma propriamente antipatiche in cui Gipi gioca a provocare mettendo in scena una prospettiva reazionaria, messa alla prova contro una qualche contraddizione molto contemporanea. In qualche caso la battuta strappa risate, in altre mette in imbarazzo lo spettatore. Questo è Gipi: non l’acquarellista sognante e poetico, o il bardo del disagio sociale della provincia italiana, ma un narratore che alterna la voglia di giocare con quella di puntare il dito contro la pulsione a semplificare, contro l’autoindulgenza che inquina enne aspetti della vita sociale. 

La scelta del contenuto e della forma, della prospettiva e del tempismo, testimoniano esattamente l’opposto di ciò che Sio o il nostro Davide Scagni (che su Fumettologica ha espresso tesi diverse dalle mie) hanno notato: Il Commissario Moderno dimostra l’accuratezza e la sensibilità anti-violenza di un artista che “vive in questo mondo” e “contesta il reale”, indicandoci quanto sia pieno di intollerabile miseria il nostro tempo, e come il solo modo per resistervi – e non abbassare la guardia – sia sorriderne. Perché solo sorridere può sanare la ferita inferta dal passato nella nostra consapevolezza: combattere la violenza di genere è praticare la sola giustizia possibile, perché praticare una giustizia “giusta” è il solo modo possibile di combattere la violenza. Sempre.

Un gioco (non) di parte 

Il Commissario Moderno di Gipi è, a mio avviso, un divertissement sulla delegittimazione delle vittime di stupro solo in un senso: quello dell’irrealtà. Che la donna sia autore, e non oggetto della violenza, è una rarità tale da rasentare l’assurdo, immaginabile solo in un contesto di fiction satirica. Disegnata male, peraltro, a ribadire esteticamente la natura grottesca delle dinamiche sociali. Una storiella a fumetti “semplice” sì, ma quanto può essere semplice la perfidia di un autore che ci sbatte in faccia le nostre miserie nel momento storico in cui ne avremmo meno bisogno. Nel momento in cui vorremmo sentirci, solo e sempre, dalla parte giusta. Che è una sola, ma che la nostra società spesso non mette in pratica perché troppo contraddittoria per riuscirci davvero, o perché semplifica seguendo l’impulsività, con il rischio di generare effetti collaterali e nuove vittime (donne o uomini che siano). 

Il Commissario è Moderno (in senso positivo) perché non è un uomo degli anni Cinquanta, sa bene che le donne vanno ascoltate con attenzione, a prescindere. Ma è anche Moderno (in senso negativo) perché prima ancora di esaminare i fatti – prima ancora di svolgere il suo lavoro, la sua funzione sociale – si esprime attingendo al punto di vista che, in quel momento, sta dominando nella sfera pubblica. Ed è anche Moderno, infine (e nel senso del boh), perché non sa che pesci pigliare quando si trova ad affrontare l’autentica, antipatica, laboriosa complessità del presente. Come tutti noi, forse, raggelati in linea con la singola vignetta muta postata da Gipi il giorno dopo il fumetto. Augurandoci di «non avere valori così fragili da temere di romperli ridendoci su», come ha scritto qualcuno nei commenti. Una persona molto moderna, direi.

Leggi anche: Gipi e il commissario moderno. Qualche nota su satira, femminismo e cinismo

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