Più che “A figura intera”, l’autobiografia di Manara è appena un abbozzo

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Di fumetti autobiografici sono piene le librerie. Ciò che non si vede tanto in giro, soprattutto nel mercato italiano, sono le autobiografie e basta. Testi in prosa in cui un fumettista racconta la sua vita dalla culla a oggi, con “oggi” inteso come momento in cui ha raccolto abbastanza esperienza per provare a inserire tutte le casualità della propria esistenza in un disegno unitario. Questa tipologia di libri è poco diffusa, perché se un fumettista vuole raccontare qualcosa di solito lo fa con i fumetti. Makkox e Igort – rispettivamente con Nuove mappe del paradiso e My Generation – sono due (unici?) esempi recenti che mi vengono in mente, ma hanno comunque pubblicato con case editrici piccole, e nel caso di Igort si trattava di un memoir.

Non che questo sminuisca i loro sforzi, però, insomma, il posizionamento è tutto. Che un fumettista pubblichi un’autobiografia per uno degli editori più importanti del paese, direi che lo possiamo inserire nello scaffale delle rarità. Il soggetto in questione è Milo Manara, la cui autobiografia A figura intera, realizzata in collaborazione con Tito Faraci, si inserisce nel lancio della collana Biblioteca Manara con cui Feltrinelli pubblicherà i classici dell’autore in una nuova edizione, partendo da Lo Scimmiotto e Felliniana.

Purtroppo, più che “a figura intera”, il libro è appena un abbozzo. Stranisce innanzitutto la struttura fondata su capitoletti da una manciata di pagine, spesso una soltanto, con una scansione episodica: l’infanzia, il primo lavoro, la collaborazione con Mino Milani, il rapporto con Federico Fellini, l’amicizia con Hugo Pratt, quella volta che disegnò un fumetto su Valentino Rossi e via discorrendo, tra curiosità e puntate nelle passioni private (le moto, i viaggi in camper). Non pagine di vita, ma morsetti, stati di Facebook.

Tutte queste rievocazioni, che si mescolano a considerazioni sul proprio lavoro e a occasionali approfondimenti su alcune opere, sono sviscerate con un andamento piatto e colmo di artifici linguistici (fioccano le domande retoriche, le anticipazioni, le tergiversazioni, i “ma di questo parlerò più avanti”). Il testo è anche parco di date, che avrebbero aiutato ad ancorare i fatti a un canovaccio temporale e soprattutto a contestualizzare alcuni degli argomenti.

C’è poca (auto)analisi dei suoi fumetti, del suo stile, e si glissa sulla sua poetica, se si eccettua qualche scampolo d’argomento che non riesce a suggerire le direttive entro cui si svilupperà il suo immaginario. In certe pagine poi Manara sembra quasi obbligato a trattare un argomento su cui non ha niente da dire, se non ribadire l’ovvio o chiarire il già chiarito, penso soprattutto alle controversie sulla copertina di Spider-Woman o sul suo coinvolgimento alla serie Adrian, o ancora agli omaggi ai lavoratori disegnati durante il lockdown del 2020.

Ci sono lampi di luce, squarci nel velo della mestizia che lasciano intravedere storie affascinanti, testimonianze d’altri tempi (trovare riferimenti fotografici dell’Hôtel des Invalides mentre si è in vacanza al mare, prima di internet), o disamine puntuali – la genesi di alcuni fumetti o il racconto di quando, come un abile direttore della fotografia, dovette far sembrare scuro un aeroplano parcheggiato davanti al duomo, nerissimo, di Colonia, ne Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet. Però il grosso del libro parla di altro. Ci sono gli incontri e le collaborazioni, accorate e sentite, quelle che Manara ha ritenuto più valide perché, con sfoggio di modestia, pensava che il racconto di vita da fumettista non fosse altrettanto stimolante. Peccato che a un appassionato di fumetti interessava proprio quella polpa, scartata perché considerata tessuto connettivo.

Forse è proprio questo il problema di fondo. Il libro non è pensato per un appassionato di fumetti. È un prodotto che sembra progettato per il lettore feltrinelliano, un acquirente dal profilo curioso e acculturato ma non esegeta del fumetto, che quindi ha familiarità con il nome di Manara ma non così tanto da conoscerne la bibliografia, e che di pagine intere di disamina su Il profumo dell’invisibile non sa cosa farsene.

Meglio ridurre ogni discorso a pensierini facilmente digeribili e, quando l’aria si fa troppo fumettosa, inserirci un episodio, fosse pure risibile, che abbia una guest star per ravvivare l’atmosfera. Che il libro sia strutturato attorno ai bisogni di un lettore casuale lo si intravede dalla scelta di non andare troppo nel tecnico e, quando proprio non si riesce ad esimersi, di spiegare termini comuni come “splash page”.

Certo, a monte di alcune scelte ci sarà l’indole riservata dell’autore o le intenzioni di chi ha presieduto alla genesi del libro, però un’autobiografia del genere, a un appassionato di Manara, o di fumetti, dirà ben poco. Questo però non è un danno poi così grave. Il peggio penso sia che un lettore neofita poggerà il libro facendosi l’idea di Manara come di un signore che ha scritto e disegnato molto e che ha conosciuto tante persone famose. Ed è un disservizio che un fumettista del suo rango non si merita.

A figura intera
di Milo Manara
Feltrinelli Comics, aprile 2021
brossura, 224 pp., b/n
20,90 € (acquista online)

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