Antirazzismo, femminismo e intersezionalità nel fumetto: Alitha Martinez e Ebony Flowers

Giovedì 13 maggio 2021 alle ore 18:00 per il ciclo “Women in Comics” si terrà l’incontro “Balloon Intersezionali”, tra Alitha Martinez, Ebony Flowers (dagli USA), Fumettibrutti e Elisa Macellari (dall’Italia), moderate da Sarah Di Nella per il festival Bande des Femmes. Live su Zoom e sulle pagine Facebook di ARF! e COMICON. L’evento anticipa la mostra Women in Comics che si terrà a Roma.

Per intersezionalità si intende la sovrapposizione di diverse identità sociali e le forme di discriminazione che ne derivano. Il concetto è stato formulato dall’attivista Kimberlé W. Crenshaw a proposito delle forme di oppressione, e anche di insulti, riservati alle donne di colore (che riuniscono spesso in modo indistinguibile sessismo e razzismo) ma in realtà è applicabile in molte altre situazioni in una realtà complessa e globalizzata. L’elemento dell’intersezionalità ha ampliato la prospettiva femminista arricchendola con le istanze dei movimenti antirazzisti e transfemministi, e a giusta ragione: se intersezionali sono le discriminazioni, intersezionale può e deve essere il modo in cui portare avanti la lotta per i diritti.

Un modo per combattere la discriminazione è decostruire gli stereotipi e luoghi comuni che condizionano in negativo la mentalità di una comunità. Questo implica ripensare i concetti di individualità e identità, ammettere che non abbiano forme rigide quanto piuttosto definizioni sfuggenti. Qualsiasi territorio, personale o professionale, può trasformarsi in uno scenario adatto a questa rivoluzione, anche il fumetto ovviamente.

Alitha Martinez ed Ebony Flowers hanno debuttato nel fumetto a distanza di vent’anni. Martinez ha alle spalle una lunga carriera nel fumetto mainstream come disegnatrice di Iron Man, Fantastici Quattro, Batgirl, Voltron e X-Men, mentre Ebony Flowers, autrice di Hot Comb, è una voce del fumetto indipendente con alle spalle una formazione da etnografa.

Martinez e Flowers hanno personalità, inclinazioni e obiettivi diversi, ma sono entrambe donne americane di colore che si sono fatte spazio nel mondo del fumetto portando avanti, ciascuna a modo suo, istanze femministe e antirazziste, facendo breccia in un ambiente poco sensibile a quei contenuti e facendo del fumetto un terreno su cui discutere di diversità e ampliare le forme di rappresentazione.

Alitha Martinez Moon Girl
Alitha Martinez, tavola da ‘Moon Girl’ #46, Marvel Comics 2019

«Non sono certo una stella del fumetto», dice di sé Alitha Martinez nonostante la ventennale carriera come disegnatrice per le principali case editrici americane di fumetti, da Marvel a DC Comics, fino a Image e Archie Comics. Dietro questa affermazione c’è sicuramente un’etica del lavoro che bada al sodo trascurando (forse troppo) lustrini e riflettori, ma anche una lucida consapevolezza delle dinamiche interne del mondo del fumetto e delle sue trasformazioni dagli anni Novanta a oggi e una certa tenacia nel voler guardare oltre gli schemi precostituiti, senza fissarsi in una posizione in cui molti altri si crogiolerebbero volentieri.

Martinez nasce a New York da una famiglia nera originaria di Honduras e Curaçao che non ha grande considerazione per i fumetti. Abituata a nascondere il suo amore per i supereroi, negli anni Novanta si iscrive alla School of Visual Art, scoprendo di essere l’unica ragazza in tutto il dipartimento dedicato al fumetto. Una situazione che spesso e volentieri la metteva a disagio e, ragionando a posteriori, ha probabilmente determinato il suo approccio schivo al mondo del fumetto: lavorare a testa bassa, in disparte, cercando di dare il meglio di sé senza mai attirare l’attenzione.

Durante una convention ha l’occasione di mostrare i suoi disegni a Joe Quesada, che di lì a qualche anno sarebbe diventato Editor-in-Chief di Marvel. Quesada le propone di diventare la sua ghost, e così Martinez comincia a lavorare come assistente finché nel 1999 è finalmente accreditata come disegnatrice per Cable Annual #1.

Ma anche la Casa delle Idee non è esattamente un ambiente girl friendly: Martinez ha solo una collega donna, Amanda Conner. Come racconta in un’intervista su Black Girl Nerds, c’era un «mansplaining che farebbe impazzire chiunque» e vigeva la consuetudine di tenere le donne nell’ombra a disegnare e inchiostrare, stroncando qualsiasi loro velleità di scrivere o semplicemente di portare avanti idee personali.

Alitha Martinez Batgirl
Alitha Martinez, tavola da ‘Batgirl’ vol.4 #10, DC Comics 2012

Martinez lavora tantissimo, collezionando un numero notevole di titoli e disegnando tra gli altri Iron Man e i Fantastici Quattro. Nel frattempo il mondo del fumetto subisce diversi cambiamenti, il numero di donne che scelgono di lavorare alle testate di supereroi aumenta e piano piano l’idea che sia una donna a sceneggiare non appare più così balzana. Nel 2012, poco prima che Amanda Conner si metta al lavoro su Harley Quinn, Martinez lavora a DC Comics per Batgirl di Gail Simone, e con l’autrice crea Knightfall, una supercattiva che diventa tale dopo aver assistito impotente al massacro della sua famiglia compiuto dal fidanzatino – un personaggio che sembra un omaggio al progetto con cui Simone era venuta alla ribalta anni prima, Women in refrigerators.

Lavorando ai fumetti di supereroi Martinez si perfeziona nel disegno di corpi atletici in grado di compiere ogni sorta di acrobazia e nella resa di sequenze d’azione concitate e movimentate. Ma mette a punto anche due elementi che a ben vedere costituiscono la sua peculiarità: l’attenzione per la sfera emotiva dei personaggi, rappresentata attraverso le espressioni dei volti, gli guardi e i piccoli gesti che costruiscono le relazioni tra loro, e l’abilità di adattare l’inchiostrazione, più nitida o più sporca, al tono e al senso della storia. Perché questo sia possibile l’autrice non può che cominciare leggendo con attenzione la sceneggiatura.

Alitha Martinez World of Wakanda
Alitha Martinez, tavola da ‘World of Wakanda’ #1, Marvel Comics 2018

Mentre si prepara il lancio di Black Panther nel Marvel Cinematic Universe, Martinez lavora alla miniserie Black Panther: World of Wakanda. Al centro della storia ci sono le Dora Milaje, le guerriere che hanno il compito di proteggere la famiglia reale di Wakanda. Create da Christopher Priest per un numero di Black Panther del 1998, avevano un aspetto molto diverso (e Martinez lo ricorda bene e con un certo imbarazzo, visto che a quell’albo aveva collaborato come assistente agli sfondi): una specie di Bond girl molto sexy, armate fino ai denti ma con abiti rossi succinti, capelli lisciati e tacchi a spillo. Insomma, un look difficilmente compatibile con il ruolo di guardie del corpo di T’Challa.

Al contrario, le Dora Milaje di World of Wakanda sfoggiano acconciature e tatuaggi che ricordano le tradizioni tribali africane, e, anche se non disdegnano la minigonna quando sono in libera uscita in una metropoli americana, se si allenano o svolgono il loro dovere indossano un equipaggiamento consono e pratico.

La serie World of Wakanda è incentrata su due guerriere, Aneka, capitano delle Dora Milaje e molto rispettosa dei suoi doveri, e la giovane recluta Ayo, talentuosa e insolente. Tra le due nasce un amore profondo che costringe Aneka a mettere in discussione sé stessa, la sua integrità di capitano e anche la sua fedeltà alla famiglia reale, in una situazione che vede il Wakanda minacciato da Namor e T’Challa troppo preso dagli Avengers per risolvere i problemi del regno.

Martinez disegna sulle sceneggiature di Roxane Gay e Yona Harvey. Aggiungendo al team anche Afua Richardson, che realizza alcune copertine, World of Wakanda è la prima serie interamente realizzata da donne di colore e nel 2018 vince il Premio Eisner, oltre a ricevere il GLAAD Media Award per la sensibilità verso le tematiche LGBT.

Dopo la vittoria agli Eisner e il grande successo del Black Panther cinematografico, in molte interviste Martinez viene chiamata in causa per dire la sua sulla rappresentazione della comunità afroamericana e afrolatina all’interno dei fumetti mainstream. Mostrando grande intelligenza e sensibilità, Martinez fa molta attenzione a non semplificare la questione e a rifiutare qualsiasi etichetta che rischi di appiattire la prospettiva di lettori e lettrici ma anche il senso del suo lavoro. «Forse il punto non è tanto [rappresentare] la diversità in sédichiaraquanto creare una forma di riflessione più realistica. I libri cui siamo più legati sono quelli che hanno un punto di contatto con il nostro mondo reale, e nel nostro mondo reale c’è un magnifico mix di tutto e tutti, non c’è mai un unico punto di vista».

Parallelamente, Martinez ricorda che se bisogna prendere come un segnale positivo il fatto che rispetto agli anni Novanta più donne lavorano nel fumetto, è anche vero che la maggior parte delle autrici opera nell’editoria indipendente, poche restano le professioniste nell’editoria mainstream e pochissime quelle cui vengono affidati personaggi e titoli di punta. Manca ancora quindi nel fumetto di supereroi quella varietà di punti di vista che le donne potrebbero dare e che contribuirebbero più rapidamente a decostruire certi stereotipi di rappresentazione. D’altro canto, sarebbe un’aberrazione considerare il lavoro di una donna afrolatina come valido e interessante solo per le lettrici, o per i membri della comunità afrolatina: il vero passo avanti è riconoscere chiunque crei una storia «come un artista che ha tutto il diritto di esserlo in quanto essere umano»

Alitha Martinez Omni
Alitha Martinez, tavola da ‘Omni’ #1, Humanoids 2019

Il fumetto di supereroi con il tempo ha cristallizzato delle regole che non possono essere facilmente aggirate. Ecco perché, grazie alla capacità di macinare una quantità impressionante di lavoro, Martinez ha sempre portato avanti anche progetti meno mainistream. L’esempio più noto è la miniserie Omni, scritta da Devin Grayson, pubblicata dal 2019 da Humanoids e incentrata su una dottoressa di colore che lavora per Medici Senza Frontiere e ha l’abilità di pensare più velocemente del normale, un personaggio che contraddice lo stereotipo dei neri come categoria sociale disagiata e poco istruita.

Ci sono poi le autoproduzioni vere e proprie, pubblicate a partire dal 2008 con la sua etichetta Ariotstorm (ribattezzata così da un suo vecchio nickname). Contrariamente a quanto ci aspetteremmo da un’autrice così famosa, Martinez frequenta pochissimo i social e non usa la sua notorietà per vendere online i lavori personali, preferendo fare alla vecchia maniera, ossia tenendo di persona piccoli stand nelle convention perché a suo dire parlare faccia a faccia con i lettori è il modo che conosce per fare fumetti.

Alitha Martinez, cover di 'Yume and Ever #1
Alitha Martinez, cover di ‘Yume and Ever #1

La prima autoproduzione Ariotstorm è la serie Yumi and Ever, per la quale Martinez ha dovuto imparare a gran velocità a colorare, impaginare, letterare e svolgere tutte quelle parti del lavoro che generalmente non sono di sua competenza. Si tratta di una storia avventurosa dove ci sono supereroi teenager di varie provenienze etniche, un supercattivo e scene catastrofiche di grande impatto, come la distruzione di Tokyo. La serie si caratterizza per la sequenza senza dialoghi e parole che occupa tutto il primo albo, una scelta voluta per invitare i lettori a soffermarsi sull’incipit della storia più a lungo di quanto non farebbero leggendo i testi nei balloon.

La seconda autoproduzione, ancora in corso, è Foreign: Modern Savages, 147 Days, una storia SCI-FI su una comunità che vive nello spazio ma spera di tornare sulla Terra. Sviluppato a partire da una passione personale per il genere e da idee e personaggi elaborati nei suoi primi esperimenti da adolescente, diventato realtà su richiesta e incoraggiamento del figlio teenager, Foreign è il progetto di cui Martinez parla con più affetto. Dopotutto, è la realizzazione di un’idea che porta con sé da anni ma forse e anche è quello che più si avvicina alla realizzazione del sogno di una vita: «Si dice che non esistono scrittici nere di fantascienza, che non riescano a vivere facendo solo questo, eppure lo fanno. Questa è una nuova frontiera da conquistare. È lì che mi piacerebbe arrivare. Vedremo».

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Ebony Flowers, cover di ‘Hot Comb”, Drawn & Quarterly 2019

«A essere onesta, i fumetti mainstream non sono proprio il mio campo», ammette Ebony Flowers, che in effetti è arrivata al fumetto attraverso un percorso decisamente inconsueto. Dopo aver studiato antropologia fisica al college, Flowers si iscrive all’University of Wisconsin-Madison. Lì conosce Lynda Barry, autrice di fumetti unici come The Good Times are Killing Me e One! Hundred! Demons!  e da poco assunta come docente di creatività interdisciplinare. Animatrice dell’Image Lab, uno spazio di ricerca orientato verso scienza, educazione e arte, Barry tiene dei workshop che fondono esercizi di disegno e scrittura, sperimentando metodi utili a disinnescare l’ansia da prestazione e incoraggiare la fiducia nei propri mezzi espressivi, in un’attività di insegnamento così appassionata da farle meritare il prestigioso Genius Grant assegnato alle personalità creative.

«Lynda mi ha insegnato come fare fumetti. E mi ha insegnato anche a essere una persona curiosa», dichiara con onestà Flowers, che trova in Barry un punto di riferimento e una mentore da cui riprende l’idea del fumetto come mezzo espressivo liberamente creativo. Diventa sua assistente e parte integrante di un gruppo di persone che gravitano intorno all’Image Lab ed esercitano costantemente la loro creatività, incoraggiandosi a vicenda e condividendo con gli altri le proprie scoperte. Questo lavoro rappresenta anche il fulcro della sua tesi finale in Curriculum and Instruction, dove racconta e analizza alcuni laboratori in cui studenti universitari e bambini hanno giocato e disegnato insieme, consentendo creazione e passaggio di conoscenza tra le parti.

Per Flowers la soluzione più coerente è scrivere la tesi a fumetti, ossia affiancando a una dissertazione testuale una parte disegnata capace di trasmettere i dati di ricerca in modo meno noioso e più comprensibile (con il risultato che non solo i relatori, ma anche i loro figli si mettono a leggerla). Distinguendosi per questo lavoro innovativo e accurato, oltre a ottenere il suo PhD, nel 2017 Flowers vince il Premio Rona Jeffe, una cospicua borsa di studio che le consente di dedicarsi alla ricerca e alla scrittura.

Flowers si avvicina quindi al fumetto come esercizio creativo per poi trasformarlo in strumento utile a condividere ricerche etnografiche. È solo dopo questi due passaggi che arriva a usare il fumetto in modo più tradizionale, ossia come mezzo capace di raccontare storie. E le storie che la interessano sono quelle che solleticano la sua sensibilità di etnografa, fatta di attenzione ai dettagli e immaginazione, consapevolezza del proprio vissuto e della dimensione multisensoriale di cui sono fatte esperienze e ricordi.

È da questo spirito che nasce Hot Comb, pubblicato da Drawn & Quarterly nel 2019. Il volume raccoglie diverse storie brevi, alcune di ispirazione autobiografica, che hanno come filo conduttore il rapporto delle protagoniste, ragazze e donne nere, con i loro capelli – e infatti il titolo si riferisce al pettine elettrico che le donne nere usano per lisciarli.

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Ebony Flowers, tavola di ‘Hot Comb”, Drawn & Quarterly 2019

«I capelli – spiega Flowers – sono un aspetto importante della nostra vita. I capelli afro parlano del tempo passato insieme. Esprimono intimità. Rimandano alla cultura pop. Sono parte di una storia personale e condivisa con una comunità. La questione dei capelli afro, in America come nel resto del mondo, è intrecciata al retaggio della supremazia bianca, delle classi sociali, della disuguaglianza e del capitalismo. Scegliendo di raccontare storie sui capelli afro, sapevo di intercettare anche molti altri aspetti della vita dei neri».

La storia dei capelli neri è politica, ma in Hot Comb l’elemento politico non scivola mai nel proclama o nello stereotipo, perché il focus sono sempre e comunque le persone osservate nel loro contesto con l’acutezza di un’etnografa ma ritratte nella loro complessità con la sensibilità di un’artista.

Non manca poi l’elemento ironico: tra un racconto e l’altro, Flowers inserisce delle pubblicità di finti prodotti per capelli, una satira dei condizionamenti che la società del consumo impone alle donne di colore ma anche un invito a emanciparsi e accettarsi per ciò che si è.

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Ebony Flowers, tavola di ‘Hot Comb”, Drawn & Quarterly 2019

Lo stile grafico di Hot Comb è lo sviluppo coerente di uno degli insegnamenti fondamentali di Barry, la capacità di «scoprire la scrittura nel disegno e il disegno nella scrittura»: i disegni in bianco e nero sono fortemente espressivi, e attraverso un tratto volutamente naïf si fondono naturalmente con i testi, rinchiusi nei balloon o che irrompono liberi nella vignetta. La ripartizione rigida della tavola in una griglia di vignette regolari non smorza l’impressione che figure e parole fluiscano indistintamente da un’unica ispirazione, secondo un metodo di lavoro in cui effettivamente scrittura e disegno scaturiscono insieme come negli esercizi creativi appresi all’Image Lab.

Inoltre il segno selvaggio e spontaneo non è per niente privo di accuratezza: per esempio, Flowers riesce a ritrarre i ricci afro nella loro varietà, inserendo in una storia anche un vero e proprio tutorial su come realizzare un’acconciatura.

Hot Comb ottiene un grande successo e anche numerosi premi, tra cui l’Eisner e l’Ignatz 2020, e Flowers diventa una delle voci femminili più interessanti del fumetto indipendente, tanto da partecipare all’antologia nata sull’onda del MeToo, Drawing Power: Women’s Stories of Sexual Violence, Harassment, and Survival.

Con questo esordio Flowers ha compiuto diverse rivoluzioni. Ha esplorato le potenzialità comunicative del fumetto individuando una formula grafica capace di conservare l’immediatezza del processo creativo da cui nasce, ed è riuscita a evocare personaggi in cui un’intera comunità può rispecchiarsi, decostruendo molti stereotipi. Il tutto restando fedele alla sua personale vocazione: «La mia speranza nel fare fumetti è raccontare storie che altri non noterebbero o cui forse non darebbero peso, e fare in modo che si accorgano di cose che avevano tralasciato».

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