“Crudelia”, quando la Disney incontra il punk

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Quanto può essere difficile reinventare un’icona? Specie se parliamo di icone Disney, personaggi da sempre scolpiti nell’immaginario collettivo, monolitici, facenti parte di un canone. Ancora di più se parliamo degli antagonisti, figure archetipiche non facili da plasmare, che necessitano di caratteristiche precise per restare impressi.

Perché i buoni possono accontentarsi di essere solo buoni, saranno comunque i protagonisti della storia, ma i cattivi non possono permettersi di essere solo gratuitamente cattivi, devono avere un movente, un difetto all’origine, una spiccata personalità che possa giustificare le loro azioni.

Dopo la delusione di Maleficent, il live-action dedicato all’antagonista della Bella Addormentata, che era in realtà un remake in chiave revisionista (con Malefica diventata buona per non meglio specificati motivi), Disney ci riprova con Crudelia, dedicato a quello che è forse il miglior cattivo del canone: La Crudelia De Mon/Cruella De Vil di La carica dei 101

Una donna talmente ossessionata e pazza da essere pronta a uccidere dei cuccioli di dalmata per farne delle pellicce. Una cosa che oggi non si riesce neanche a scrivere, neanche a pensare, associata a un cartone animato per bambini. Ma nel 1961 non si andava tanto per il sottile e sì, i cuccioli dovevano essere presi a bastonate e scuoiati, questo si diceva nel film.

Va da sé che, sessant’anni dopo, qualcosa doveva essere rivisto. L’ardua impresa è toccata a Craig Gillespie, il regista di Tonya, biopic del 2017 su un’altra donna dal caratterino peculiare, se così si può dire (campionessa di pattinaggio negli anni Novanta, fu accusata di aver commissionato il pestaggio della sua rivale storica). Il film ottenne tre candidature agli Oscar e vinse una statuetta per la migliore attrice non protagonista.

Gillespie affronta dunque il personaggio di Cruella decidendo di girare un prequel, ambientato però negli anni Settanta (quindi in barba a una eventuale continuity con il classico Disney) in una Londra in cui la cultura punk è appena esplosa. Estella è una giovane aspirante stilista, tanto talentuosa quanto scombinata. Orfana, convive con il senso di colpa di essere stata la causa della morte della madre e con due ladruncoli imbroglioni, i fratelli Jasper e Horace (Gaspare e Orazio nella traduzione italiana del classico animato).

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Fin dalla nascita combatte per tenere a bada il suo lato oscuro, un caratteraccio egocentrico, irascibile e violento, cercando di onorare la promessa fatta alla madre. Vive di espedienti, furti e imbrogli, ma quando trova lavoro nel centro commerciale dei suoi sogni (ricalcato, grazie a scansioni 3D, sul celebre Liberty department store di Soho), fa di tutto per essere notata.

È così che si imbatte nella baronessa von Hellmann, guru della moda (molto simile alla Miranda Priestley di Il diavolo veste Prada) e imprenditrice senza scrupoli, che la assume nel suo atelier dando inizio a un crescendo di scaramucce che deflagra ben presto in una vera e propria guerra. Lì il lato oscuro di Estella torna alla ribalta, trasformandola nella spietata Cruella che tutti noi conosciamo… oppure no? 

La Cruella dipinta da Gillespie non è in effetti la stessa a cui eravamo abituati, se la confrontiamo sia con quella del classico Disney sia con quella del primo remake live-action del 1996 con Glenn Close (che qui figura in veste di produttrice). È narcisista ed esuberante come l’originale, e come lei ispira la stessa simpatia, ma questa rivisitazione le fornisce un background solido e la spinge in una direzione diversa, centrando il bersaglio. 

Emma Stone, all’ennesima eccellente prova d’attrice, veste i panni (è proprio il caso di dirlo) dell’antieroina che tutte vorremmo essere, non una squilibrata a caccia di cuccioli da scuoiare ma una Vivienne Westwood ruggente e sicura di sé, che esprime il suo talento di fashion designer impersonando veri e propri quadri viventi a metà tra il vandalismo e l’arte concettuale. La battaglia contro la baronessa (una Emma Thompson perfetta nella parte) va avanti a suon di abiti sontuosi e imprevedibili colpi di teatro, mentre la storia procede in maniera non così scontata come avremmo potuto pensare. 

Difficile parlarne senza spoilerare, ma c’è davvero da restare a bocca aperta davanti alle vulcaniche invenzioni riguardanti trucco&parrucco, costumi e scenografie (tre candidature ai prossimi Oscar già seriamente ipotecate), che accompagnano altrettante notevoli trovate narrative. Il tutto coadiuvato da una colonna sonora gigantesca, in cui ogni pezzo ha fatto la storia della musica: dai Clash ai Queen, dai Blondie a Nina Simone, fino a Beatles e Led Zeppelin (nelle versioni coverizzate da Ike e Tina Turner).

La sfilata organizzata sulle note di I Wanna Be Your Dog (poteva esistere brano più azzeccato?), in cui la protagonista rivela un abito a macchie che scatena una serie di illazioni (che fine hanno fatto i cani? Ha ucciso i cani? È ossessionata dai cani?) è un tripudio di estetica glam mescolata alla ruvida novità rappresentata dal punk.

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L’arroganza e la spudoratezza di Cruella arrivano perfino a capovolgere il classico motto “no future”, nella folgorante scena della passerella notturna clandestina davanti all’Old Royal Naval College videomappato con il suo nome a lettere cubitali, in cui si presenta in moto e sotto il casco nasconde la scritta “the future”, impressa direttamente sulla pelle a mo’ di mascherina. Lei è il futuro, la baronessa è roba vecchia, “old news” come titolano i giornali. Come si può non parteggiare per una tipa così?

Accanto a scene evocative come queste, troviamo anche tante citazioni del film animato originale, come l’iconica sequenza che vede la protagonista scatenata al volante della Panther De Ville, occhi allucinati e capelli arruffati, e da cui apprendiamo che guidava così male perché, in effetti, non era capace. Inoltre, attenzione ai frequenti richiami a Regent’s Park (dove è ambientato l’incontro tra i due umani protagonisti del cartone animato) e al blind casting che ha riguardato alcuni personaggi.

Sorvoliamo invece sui confusi titolisti italiani, che in Maleficent hanno lasciato il titolo originale per poi chiamare la protagonista Malefica, mentre qui hanno cambiato il nome del titolo con quello italiano lasciando però in tutto il film quello originale. Quando si dice la coerenza.

Crudelia è un film che merita di essere visto al cinema per lo spettacolo che offre, tra musica e messa in scena, ed è cucito su misura sulle due protagoniste, con botta-e-risposta arguti e spunti molto divertenti. Forse è un tantino troppo patinato per rappresentare davvero l’estetica punk, ma come dice Cruella… «una gonna di pregevole fattura vi salva la vita, ragazze».

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