La dittatura del politicamente corretto non esiste, si tratta solo di marketing

dittatura del politicamente corretto
Una vignetta di Zerocalcare da “La dittatura immaginaria”, pubblicata su Internazionale del 14/20 maggio 2021

«Penso che il grande problema di questo Paese sia il suo essere politicamente corretto» disse Donald Trump nel 2015 nel corso della campagna elettorale che lo avrebbe portato all’elezione. Nella vasta gamma di sproloqui pronunciati da Trump nel tempo, questa affermazione – politicamente strumentale, nelle sue motivazioni – aveva ben più di qualche fondamento: il politicamente corretto sembra essere sfuggito di mano a molti, negli ultimi tempi. Soprattutto ad alcuni fra i sostenitori più radicali di questo approccio, che spesso si concentrano più sulla forma che sulla sostanza delle cose. Più sulle parole o sui simboli che sulle questioni concrete, pur partendo da motivazioni condivisibili e necessarie.

La diffusione dei social non ha fatto altro che inasprire il dibattito, con il risultato che, per dirlo con le parole di Raffaele Alberto Ventura, «si discute spesso di fatti irreali che poco a poco si accumulano in grandiose cattedrali di paranoia», come è accaduto con il dibattito sorto intorno a un ennesimo esempio, quello del bacio “non consensuale” del principe a Biancaneve.

Questo caso ha ricalcato uno schema ormai usuale, che Valigia Blu ha sintetizzato negli scorsi giorni in modo chiaro. Alcuni giornali statunitensi hanno (volontariamente, a scopo propagandistico) travisato una notizia, ovvero il fatto che Disney Company ha modificato un’attrazione ispirata a Biancaneve nei propri parchi a tema; i media italiani hanno riportato – male – la notizia; molti italiani si sono indignati sui social perché il fatto dimostrerebbe che la Disney stia lavorando per censurare Biancaneve e i sette nani. Una ipotesi, non un fatto, e peraltro improbabile: Biancaneve è uno dei simboli più importanti per l’azienda americana.

Il punto sta qui: quello che spesso viene etichettato come “dittatura del politicamente corretto”, in realtà – almeno per quanto riguarda il mondo dell’intrattenimento – può essere ricondotto a “semplici” motivazioni economiche. E metterla giù in modo diverso è, banalmente, dietrologia (o complottismo) disinformata e molto, molto ingenua. Una «dittatura immaginaria», l’ha infatti definita Zerocalcare in un fumetto pubblicato sulla rivista Internazionale.

Marketing, non politicamente corretto

I nuovi film di Star Wars hanno una protagonista femminile? Colpa della dittatura del politicamente corretto. La nuova versione di Lupin per la serie tv di Netflix è nera? Colpa della dittatura del politicamente corretto. DC Comics pubblica un fumetto con un Superman afroamericano? Colpa della dittatura del politicamente corretto. In realtà, in tutti questi casi, si tratta di semplice marketing, e dei suoi effetti editoriali, sui contenuti.

Questa situazione mette inoltre in luce la visione del mondo – e dei suoi immaginari – di una fetta del pubblico dei contenuti di intrattenimento, spesso quella più tradizionale (e tradizionalista). Forse anche quella più egocentrica, altrimenti non saprei spiegarmi perché un prodotto di intrattenimento debba essere necessariamente rivolto a un maschio bianco di mezza età per il semplice fatto di avere nel titolo marchi storici come Star Wars o Spider-Man.

Una parte rumorosa di quelli che un tempo si chiamavano “nerd”, e che spesso erano gruppi di consumatori all’avanguardia in termini di gusto e progressisti in termini di sensibilità, ha ormai tendenze conservatrici. Non mancano persino comportamenti che sfociano nel razzismo e nel sessismo, anche se questi consumatori sono pronti a difendersi con varianti del “non sono razzista/sessista/omofobo, ma…”, ad esempio in casi tipo «lo Spider-Man di colore è razzismo verso i bianchi» o ancora «direi lo stesso se rendessero bianco Pantera Nera».

Certo, c’è chi, per giustificarsi, giura di non aver condiviso nemmeno la scelta da parte di DC Comics di sostituire Bruce Wayne con Dick Grayson nel ruolo di Batman nel 2009. Ma il nodo è un altro, ovvero che il problema non è solo nell’ossessione dei fan hardcore per le retcon, o per la sacralità intoccabile del “canone” di opere e personaggi: le polemiche più accese – guarda caso – nascono perlopiù in casi diversi da quelli in cui un personaggio bianco-maschio-etero è sostituto con un altro personaggio bianco-maschio-etero.

Il mercato dei contenuti, tuttavia, sta inesorabilmente cambiando. E i prodotti un tempo considerati solo per nicchie di nerd – se è vero, come dicono molti (e siamo persino d’accordo), che “i nerd hanno vinto” – possono invece oggi essere definiti generalisti, rivolti a un pubblico più ampio possibile. Ovvero, per la maggior parte estraneo a quello degli appassionati di fumetto, come dimostrano per esempio i numeri al botteghino dei film Marvel, che non hanno certo incassato miliardi grazie a qualche “grande nicchia”, ma semmai travalicandola.

A questo bisogna aggiungere la crescente apertura ai contenuti dell’intrattenimento occidentale in mercati in passato più chiusi o meno recettivi, e da alcuni anni sempre più proficui come quello cinese, indiano, sudcoreano, thailandese, malese eccetera. Nel 2020, gli incassi dei cinema in Cina hanno superato per la prima volta quelli degli Stati Uniti; è un dato viziato dal Covid, ma che comunque segna il traguardo di una tendenza avviata da qualche tempo e che era già stata tracciata per sommi capi dagli analisti.

Nel 2019, per esempio, due film di produzione cinese – The Wandering Earth e Ne Zha – si erano già piazzati a ridosso della top 10 degli incassi mondiali, con una distribuzione scarsa o nulla al di fuori della Repubblica Popolare; gli effetti di tutto ciò sulle comunità di fandom li aveva sottolineati Matteo Stefanelli qualche mese fa, facendo notare il boom di alcuni character cinesi sulla più grande piattaforma di fanfiction online.

La Cina è ancora piuttosto restrittiva sull’importazione dei film hollywoodiani, che sono distribuiti in numero limitato e selezionati – dallo stesso governo del paese – in base a criteri stringenti. Il fatto che tra i prossimi film dei Marvel Studios ce ne sia uno ambientato in Cina, con protagonista un personaggio cinese (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli) è ascrivibile, quindi, a una scelta di politically correctness o è una decisione di marketing per accedere con maggiore efficacia a quel mercato?

La diversità aiuta (a incassare)

Uno studio recente condotto dall’Università della California sul mercato americano ha rilevato come la “diversità” aiuti gli incassi dei film al cinema. Secondo i risultati della ricerca, nel 2020 i film che presentavano nel cast meno dell’11% di attori appartenenti a minoranze hanno avuto incassi più bassi, mentre quelli che andavano dal 41 al 50% si sono piazzati nelle parti medio-alte della classifica, confermando sostanzialmente i risultati dell’anno precedente.

La maggioranza del pubblico di 6 fra i primi 10 film della classifica degli incassi del 2020 era inoltre rappresentato da persone di colore. Quasi lo stesso è accaduto con le piattaforme di streaming: nel 2020, i film con una percentuale tra il 21 e il 30% di attori appartenenti a minoranze sono stati quelli più visti da parte del pubblico appartenente alla fascia di età 18-49, tra afroamericani, latini, asiatici e bianchi.

Del resto, l’ultimo censimento condotto nel 2019 dal Governo degli Stati Uniti ha rilevato che il totale delle minoranze – tra neri, afroamericani, ispanici, latini, asiatici, nativi americani, meticci e altro ancora – corrisponde ormai a circa il 40% della popolazione americana, un dato in continua crescita nel corso degli anni (soltanto nel 2000 era circa 4 punti percentuale in meno). Le donne, inoltre, rappresentano più del 50% del totale.

Insomma, Disney, Netflix o chi per essi non vogliono “imporre” personaggi afroamericani, asiatici o addirittura femminili perché è più bello o corretto politicamente. La verità è che per vari motivi oggi – in una società sempre più globale e multietnica – afroamericani, asiatici e bambine/ragazze usufruiscono maggiormente di questi contenuti rispetto al passato. E se li godono pure, nonostante la gelosia di chi per primo ha scoperto i film di Star Wars negli anni Settanta o di chi legge fumetti Marvel dall’esordio de L’Uomo Ragno dell’Editoriale Corno nel 1970. Così facendo, anche loro diventano un bersaglio sempre più nitido nella visione degli uffici marketing delle multinazionali.

Soldi soldi soldi

Si tratta sempre e soltanto di soldi. La “disneyzzazione del mondo” che alcuni temono come effetto di una presunta volontà ideologica globalista, alla luce di questi fatti si riduce a una mera – spesso becera – questione capitalistica. Non c’è nessun tentativo di sostituzione etnica in atto da parte delle multinazionali, e non sono George Soros o Bill Gates a finanziare in modo occulto Disney o Netflix, insomma. L’unico scopo di queste aziende è quello di spillare soldi – democraticamente, a tutti – dalle tasche dei consumatori. La “colpa” più grande della Disney, allora, è probabilmente solo quella di esserci arrivata prima di concorrenti come Warner Bros. o Netflix.

Ne è una specie di dimostrazione anche il fatto che, a volte, si tratti di tentativi grossolani, come sottolineava il nostro Marco Andreoletti già nel 2014, parlando di un rilancio dell’epoca dei personaggi di Marvel Comics, con classici eroi come Iron Man, Thor e Capitan America sostituiti da nuove versioni:

«C’è da dire che, mai come in questo caso, la Marvel ha proprio mostrato il fianco ai suoi detrattori. Prendendo alla lettera i loro comunicati stampa, infatti, sembrerebbe che le caratteristiche di “afro-americano” e “donna” siano più che sufficienti a descrivere un nuovo personaggio. Come se questi due aspetti della loro identità andassero a influenzarne tutto il resto. Potevano definire il nuovo Cap come più tosto, più umano, inesperto o pronto a tutto. Invece hanno puntato sull’unico aspetto che non dovrebbe – o almeno si spera: non siamo più negli anni ‘70, giusto? – influenzarne il carattere. Difficile non immaginarsi un fiume di saggi istantanei, dove si espone con arguzia come la cultura pop contribuisca a diffondere stereotipi limitanti e offensivi».

Probabilmente, anche in questo caso la sottolineatura di tali caratteristiche nei comunicati stampa era stata voluta dall’ufficio che, in coordinamento con il marketing, decise cosa mettere in primo piano e cosa no. E le polemiche che ne derivarono – opinioni avverse ed esagerazioni al limite delle fake news comprese – non furono poi un vero dramma, perché, alla fine, funziona sempre il vecchio adagio: “purché se ne parli”.

A proposito della sostituzione temporanea di supereroi “canonici” con nuove identità orientate alla diversity, a leggere i commenti sui social un’altra questione ricorrente è sintetizzabile così: «Perché hanno reso Batman una persona di colore/donna/gay? Non potevano creare un personaggio nuovo con quelle caratteristiche?». Per la risposta è sufficiente rivolgersi a Guglielmo di Occam e al suo rasoio: forse perché Batman (o chi per lui) venderà di più – al netto persino del colpo di scena del cambiamento di etnia/sesso/orientamento – di personaggi creati ex novo, chiunque ci sia sotto la maschera.

Con buona pace di molti – sottoscritto compreso – bisogna ricordare inoltre che ormai i fumetti pubblicati dalle case editrici statunitensi sono poco più che un’appendice dei film, una fabbrica di properties. Non è un caso che di recente abbiamo visto il Capitan America afroamericano – creato nei fumetti – approdare nel Marvel Cinematic Universe, nella serie tv The Falcon and the Winter Soldier, o che DC Comics stia puntando su un Superman di colore, che diventerà a quanto pare presto protagonista anche di un film.

Ma – dopo tanta spietata brutalità – mi piacerebbe chiudere con una nota idealistica (buonista, direbbero quelli che credono alla dittatura del politicamente corretto): perché un bambino ispanico o afroamericano non può avere uno Spider-Man o un Superman in cui identificarsi, visto che tutti i suoi amici WASP ne hanno già uno tutto loro a disposizione? E perché questo dovrebbe dare fastidio a qualcuno, visto che non gli si chiede di sacrificare nulla? Ma soprattutto, nel 2021 ci stiamo davvero ancora ponendo queste domande?

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