Uscire dalla pelle. Il Dylan Dog di Uzzeo e Lauria

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Due sembrano essere i principali riferimenti cinematografici de Il detenuto, episodio numero 416 di Dylan Dog, illustrato da Arturo Lauria su testi di Mauro Uzzeo: il primo – citato sin dalla prima pagina – è Martyrs (Pascal Laugier, 2008) uno di quei titoli che, secondo lo stesso investigatore dell’incubo (citando grossomodo Wikipedia), insieme a Alta tensione, Frontiers – Ai confini dell’inferno, À l’intérieur ha riportato in auge l’horror francese. 

Al di là delle predilizioni di Dylan Dog per il genere del “torture porn”, il film mostra con grande sprezzo di sensibilità il legame insito tra la tortura della carne e l’elevazione spirituale: come i primi martiri cristiani, le giovani donne rapite da una spietata organizzazione di fanatici sono torturate e scuoiate per giorni, ma tenute in vita, nell’intento di farle raggiungere un’estasi mistica in grado di porle in contatto con l’aldilà. 

Il secondo film, non citato espressamente dai personaggi ma in qualche modo vissuto in prima persona dal protagonista nella sua odissea carceraria, è Sulla mia pelle (Alessio Cremonini, 2018): tratto da una storia vera, racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, un giovane romano, arrestato una sera di ottobre del 2009 per possesso di stupefacenti, che morì in carcere dopo pochi giorni, con evidenti segni di pestaggio, lividi e fratture su tutto il corpo.

In questa vicenda esemplare, drammaticamente reale, si rispecchia la discesa nell’incubo di Dylan Dog: arrestato per una sciocchezza (ha dimenticato il portafoglio a casa), l’Old Boy si ritrova rinchiuso in una cella in isolamento, incatenato e al buio, senza sapere dove si trova né qual è la sua colpa. Potrebbe sembrare la solita variazione sul tema kafkiano del condannato innocente, ma le cose non stanno esattamente così. Anche i poliziotti che arrestano Dylan non sono semplicemente degli aguzzini mostruosi.

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Come ci ha raccontato Mauro Uzzeo: «Mi sono confrontato tantissimo con Lauria per l’aspetto dei poliziotti. E alcune vignette che li rappresentavano sono state ridisegnate fino a una settimana dalla consegna. Non dovevamo comunicare banalmente il concetto che i poliziotti fossero i cattivi ma che Dylan finisse dentro per una serie di eventi che accadono uno dietro l’altro. Una slavina di incomprensioni e errori che portano al disastro senza che ci fosse un vero e inequivocabile colpevole».

Non è chiara la ragione della colpa, non è importante. Al di là delle pareti che lo rinchiudono, voci meccaniche chiedono all’inerme Dylan il motivo della sua detenzione, e mani misteriose gli trasmettono messaggi che sono fogli bianchi, senza significato. Nello spazio nero della tavola-cella, elaborato con piglio personale da Arturo Lauria, si consuma il martirio del peccatore.

Il segno di Lauria parte dai contrasti netti di Sin City di Frank Miller ma aggiunge un ritmo nell’uso dei vuoti e dei pieni che ricorda Il cuore rivelatore di Alberto Breccia. Come già accaduto di recente negli episodi più felici della gestione del personaggio, la narrazione tradizionale lascia il posto alla sperimentazione grafica e visiva, e le convenzioni formali sono abbandonate in funzione espressiva: la gabbia bonelliana si apre, le vignette nerissime si allargano per riempire lo spazio della pagina, ogni pannello si espande e si restringe, seguendo il respiro angoscioso della narrazione e marcando il cupo isolamento del personaggio, a tratti solcato da sprazzi di bianco, come sottili segni di luce e di libertà.

Ma ogni apparente apertura è in realtà una nuova prigionia. Lo spazio della cella obbliga Dylan a rassegnarsi alla propria prigione, la gabbia non si può rompere. Nel buio metafisico di questo carcere fuori dal tempo, si affacciano personaggi da incubo, ispirati alle fotografie di Joel Peter Witkin, che scuoiano la pelle di Dylan, come per levargli i segni della violenza, per spingerlo verso una nuova consapevolezza.

Nella radicale dissoluzione della gabbia della tavola e della pelle del personaggio, emerge l’esperienza del martirio cristiano, inteso come espressione di santità contro l’autorità e le ingiustizie del mondo, come espresso dalle parole di Eusebio di Cesarea. Ecco allora che la detenzione di Dylan Dog non rappresenta più soltanto la condanna per una colpa, giusta o sbagliata che sia, ma l’espressione di un martirio, di un’esperienza mistica e politica di testimonianza.

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Il personaggio Dylan Dog ha lasciato il posto al testimone, martire della violenza come tante altre vittime di ingiustizie: George Stinney, Carlos De Luna, Nie Shubin, Stefano Cucchi. Solo alcuni, tra i tanti nomi possibili. Nella loro innocenza sta forse il valore più profondo di questa esperienza, che non ha nulla a che fare con la giustizia dei tribunali o degli stati: come dice la Grande Madre, figura femminile che domina questo mondo di martirio, consolante come una Madonna, «noi non siamo in l’inghilterra, noi siamo in prigione».

In questa prigione nella quale viviamo tutti non è più tempo per facili semplificazioni. Di nuovo Uzzeo: «Crescendo mi ritrovo molto in certe parole di De André che non capivo da ragazzo. De André odiava Storia di un impiegato (uno degli album più belli della sua carriera, secondo me), lo odiava perché solo in quell’occasione aveva detto alla gente come doveva pensare. Ci sono interviste in cui dice che vorrebbe bruciarlo: bruciare un album dove dentro c’è Sogno numero due, Verranno a chiederti del nostro amore, Il bombarolo e cose simili. Ecco, io da ragazzo non lo capivo. Ora me ne rendo conto: in questa società sempre più polarizzata, dove tutti ti chiedono la tua opinione su tutto, ecco, io credo che quelle parole di De André siano preziosissime». Nel solco della tradizione postmoderna della serie, i riferimenti musicali e visivi a De André – ma anche a Marlene Kunz, Caparezza, e chissà quanti altri – arricchiscono la vicenda di suggestioni, non limitandosi a un citazionismo superficiale un po’ fine a se stesso.

Torna l’idea sclaviana che il vero orrore sia ciò che emerge dalla cronaca, dalla realtà, dalla violenza della società: oltre la pelle del personaggio, oltre la gabbia del fumetto, si affaccia una realtà di sopraffazione, difficile da guardare a lungo. Non a caso, in conclusione, il personaggio Dylan Dog si riappropria della pelle, non a caso riprende il flusso dei pensieri che, per qualche pagina, ne aveva scombinato le certezze. 

«Non deve esistere prigione senza uscita» è infatti la confortante conclusione del racconto, uscita che nel caso di Dylan è una tavola finale con cliffhanger incluso, a rimandare al prossimo numero: un finale di libertà dove il mondo riprende il suo ordine, e il personaggio Dylan Dog (pur apparentemente colpevole) può tornare nella sua gabbia, nella certezza di una serialità innocente.

Dylan Dog 416 – Il detenuto
di Mauro Uzzeo e Arturo Lauria
Sergio Bonelli Editore, maggio 2021
brossurato, 96 pp., b/n
4,40 € (acquista online)

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