Lo scandalo di un corpo che esiste. La copertina di Fumettibrutti per “L’Espresso”

fumettibrutti copertina espresso

Per parlare della copertina su l’uomo incinto realizzata da Josephine “Fumettibrutti” Signorelli per L’Espresso dello scorso 17 maggio, vorrei prima citare un’altra copertina, altrettanto “scandalosa”, di qualche anno fa.

National Geographic e il caso Avery Jackson

Nel gennaio 2017 il magazine del National Geographic uscì in USA con un numero speciale dedicato alle questioni di genere. Lo speciale, dal titolo Special Issue: Gender Revolution, mostrava in copertina la fotografia di una bambina di 9 anni, Avery Jackson, dai capelli rosa e dalla faccia risoluta.

Avery Jackson è una ragazza transgender: nata maschietto, dal 2012 ha intrapreso un percorso per cambiare genere. Quello speciale del National Geographic poneva sotto i riflettori una questione di cui, allora, forse non si parlava abbastanza: la “rivoluzione gender” è solo uno dei tanti modi – e neanche dei peggiori – con cui viene definita la tendenza di alcune persone a riconoscere se stessi e il proprio genere non in base a un’appartenenza indiscutibile, ma come una costruzione identitaria.

In questo scorcio di Nuovo Secolo e Millennio, si affacciano – perlomeno nello sviluppato, benestante mondo occidentale – individui che sono propensi a interpretare il proprio genere non in una logica binaria, maschio-femmina, ma in modo “fluido”, “liquido” o – come direbbe la filosofa Judith Butler – «liberamente fluttuante». In questo contesto, la loro stessa esistenza diventa un atto politico. 

In un’intervista per Usa Today, Avery riconosce di non avere l’ambizione di porsi a paladina di qualche rivoluzione culturale o politica, ma semplicemente di voler affermare il proprio desiderio di essere se stessa. E ammette, riferendosi alla copertina: «esponendomi così di fronte a tutti, le persone potranno sapere che sono orgogliosamente transgender, e impareranno di più sulle questioni transgender». 

Fumettibrutti e il corpo reale in copertina

Quando è uscita in anteprima la copertina de L’Espresso – realizzata in occasione della giornata internazionale contro l’omo-lesbo-bi-trans-fobia – l’autrice Josephine Yole Signorelli ha dichiarato: «più che mandare un messaggio volevo rappresentare una persona concreta che fa parte della mia comunità, la comunità LGBTQ+». E ha poi aggiunto: «per ricordarci tutti i giorni che effettivamente le persone della mia comunità vivono micro aggressioni, che siano verbali o fisiche, in continuazione», e, riferita alla comunità LGBTQ+ «per parlarne sempre più spesso, per rendere questo argomento mainstream all’interno di una società che sogno e che spero un giorno si realizzi». 

Non è la prima volta che Fumettibrutti è protagonista della copertina di un magazine a grande diffusione. Era già nel novembre 2020 su Sette, il settimanale del Corriere della Sera, dove l’autrice raccontava la sua esperienza di transizione, intervistata da Teresa Ciabatti. Ma nel disegno per L’Espresso l’autrice decide di non rappresentare più la sua storia, ovvero la storia del suo corpo, ma di esprimere un discorso più allargato: la storia di un corpo anomalo, che chiede di essere riconosciuto.

La copertina, tanto semplice quanto efficace nella sua iconicità, raffigura un uomo transgender, con le evidenti cicatrici di una mastectomia, e la scritta sul pancione «la diversità è ricchezza». Nell’operazione risulta chiaro l’intento di far discutere, di provocare forti reazioni nell’opinione pubblica, specie in un momento politico già incandescente per la discussione parlamentare sul Disegno di Legge Zan (dedicato a «Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità»). Reazioni che sono puntualmente arrivate. Sia da parte di esponenti politici più o meno conservatori, sia da intellettuali più o meno favorevoli all’idea di mondo qui rappresentata. Per non parlare del fiorire di commenti nel mare magnum dei social… 

Ma quella copertina non può ridursi a una provocazione: il disegno di Yole Signorelli non rappresenta soltanto un paradosso, una finzione, un personaggio immaginario nella testa di un fumettista, come la Cosa di Jack Kirby o l’Arzack di Moebius; ma è invece un corpo vero, che è già di questo mondo. Quel disegno è sintomo di qualcosa. Un corpo che non si può semplicemente negare, come un’opinione. Proprio come Avery Jackson, quel corpo disegnato rappresenta qualcosa con cui – ci piaccia o no – dobbiamo confrontarci. Semplicemente, perché esiste. 

Fedele alla sua fama (influencer dell’anno ai Diversity Media Awards 2020), Fumettibrutti ha colto l’occasione, fornita da L’Espresso e dal direttore Marco Damilano, per portare avanti un discorso legato alla sua personale esperienza di transizione. A partire dalle tavole pubblicate sui suoi profili social, fino ai tre graphic novel per Feltrinelli Comics, Fumettibrutti ha sempre messo in primo piano se stessa, il proprio corpo e la propria identità (anche) sessuale, in modo schietto e programmatico. In questo senso, la trasgressione apparente, l’assenza di pudore – il suo primo libro si intitolava Romanzo esplicito – si fanno dichiarazione di intenti e indispensabile premessa di un discorso basato essenzialmente sulla sincerità, sulla esibizione libera delle proprie debolezze, dei propri desideri e delle proprie imperfezioni, di un percorso complesso che è lungi dall’essere concluso. 

Il corpo nella tradizione del fumetto confessionale

Il racconto autobiografico di Yole Signorelli rientra in una vasta tradizione di narrazioni del sé, portato avanti sin dagli anni settanta nel contesto degli “underground comix” americani da autori come Justin Green e Aline Kominsky-Crumb (compagna e moglie di Robert Crumb dal 1978). Un tipo di fumetto che Alessio Trabacchini, parlandone nel catalogo dell’edizione 2020 del festival BilBOlbul, definisce “Fumetto Confessionale”, traendo spunto dalla Poesia Confessionale degli anni Cinquanta e Sessanta, con esponenti come Sylvia Plath e Anne Sexton:

«Un approccio autobiografico nel quale lo scavo e la messa in scena dell’interiorità sono in primo piano rispetto ai fatti e alle relazioni della propria vita, così come alla realtà esterna. È un genere che si farà lentamente strada nel decennio dell’io per proseguire e infine esplodere nei successivi e non meno narcisisti decenni, diventando il cardine del futuro graphic novel

Questa modalità di auto-rappresentazione, a partire proprio da autrici come Aline Kominsky-Crumb, non rinuncia al racconto esplicito del corpo e alla sessualità, confrontandosi dunque con questioni inerenti la società e i suoi limiti, come il riconoscimento di determinati pensieri, pulsioni, comportamenti non conformi alla morale pubblica, soprattutto in ambito femminile. In seguito, fumettiste come Phoebe Gloeckner hanno portato avanti un autobiografismo ancora più radicale, che sfiora l’autodistruzione: nel romanzo illustrato Diario di una ragazzina (Fernandel, 2006) e nella raccolta di racconti a fumetti Vita da bambina e altre storie (Fernandel, 2007), il suo alter-ego Minnie vive e racconta in prima persona una serie di esperienze traumatiche, di abusi psicologici e sessuali, ma il tutto è narrato con un distacco tanto crudele quanto realistico. 

Non a caso, a introdurre Vita da bambina compare “L’autoritratto con pemphigus vulgaris (1987)”, nel quale l’autrice rappresenta se stessa, il proprio corpo nudo devastato dalle pustole. La malattia della pelle (di cui Gloeckner non soffre davvero) si fa espressione visiva, immaginaria, di una condizione dolorosa di autoannientamento. L’esperienza dell’autrice nel campo dell’illustrazione medica la conduce verso una rappresentazione del corpo, specialmente femminile, oggettivo e crudele: nelle illustrazioni per il romanzo La mostra delle atrocità di J. G. Ballard (RE/Search, 1990) i corpi sezionati si fanno veicoli di un erotismo disturbante che superano l’intento ballardiano e diventano testimonianza, fisica e concreta, del loro stesso disfacimento.

Il corpo non è più solo “confessionale”, teatro di traumi e abusi da raccontare per riuscire a distaccarsene, per superare la propria condizione di violenza: il corpo diventa “politico”, si mette volontariamente in mostra, si esibisce per autodistruggersi. Come Marina Abramović nella performance Rhythm 0 (Napoli, 1974), il corpo-oggetto si pone alla mercé del pubblico, che può farne ciò che vuole. E lo fa, spesso. 

L’esperienza “confessionale” portata avanti da Josephine Yole Signorelli nei suoi graphic novel si può accostare a quella di altre sue colleghe come Cristina Portolano, Zuzu e Nicoz Balboa. In Non so chi sei (Rizzoli Lizard, 2017) Portolano racconta con segno morbido e realistico alcune esperienze con sconosciuti avvenute tramite app di incontri; in questa schietta e liberatoria auto-fiction, l’autrice parte dalla tematica sessuale per parlare di sé e del suo rapporto con gli altri, con leggerezza e con sincerità, rifuggendo da banalità e facili schematismi.

Nel suo fulminante graphic novel di esordio Cheese (Coconino Press, 2019), anche Zuzu si rappresenta in un corpo imperfetto, un corpo mutante e difficile da controllare, dominato dalla bulimia, preda di mostriciattoli vermiformi che le escono dalle viscere e la costringono a vomitare. I libri di Nicoz Balboa, Born to Lose (Coconino Press, 2017) e Play with Fire (Oblomov, 2020) raccontano invece momenti traumatici, il coming out e il percorso verso una nuova identità, con uno stile potente e anarchico che ben rappresenta il tumulto psicologico compiuto dall’autrice nel suo sforzo di autodeterminazione.

Come nel caso di Fumettibrutti, anche queste fumettiste affrontano un percorso di identificazione, di accettazione e definizione di se stesse. Un percorso che necessariamente passa attraverso il corpo, attraverso una definizione visiva del corpo come sintomo, che si materializza nel disegno come metodo di autorappresentazione e di affermazione sociale. Il corpo disegnato esprime quindi un intento confessionale e politico; nella rappresentazione del corpo si dichiara una volontà di normalizzazione, come espressione di sé e come categoria. 

«La diversità è ricchezza» ci dice quel corpo scandaloso di un uomo incinto in copertina: lo scandalo, prima che nell’essere disegnato, è nell’esistere. Compito del disegno è cogliere lo scandalo per renderlo, come dice Fumettibrutti, mainstream. Nella società liquida del Nuovo Secolo, il corpo disegnato è (anche) un atto politico.

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