Lo stile schivo di John Paul Leon

Quando ero piccolo, John Paul Leon era una fonte costante di delusione. Aprivo Terra X sperando di trovare nelle pagine lo stesso scintillante iperrealismo che emanavano le copertine di Alex Ross, ci trovavo dentro un mondo cupo, asciutto come un osso e che rinnegava ogni esibizionismo. Solo dopo ho capito ciò che mi infastidiva di Leon, a parte non essere Alex Ross: volevo gente che mi urlasse in faccia quanto era brava e c’era questo disegnatore che affogava nelle sue stesse campiture di nero.

Questo era John Paul Leon, scomparso pochi giorni fa a 49 anni: un fumettista in anticipo sui tempi, per me ma probabilmente anche per i lettori con qualche primavera in più, assuefatti a stili più smargiassi. All’epoca non era abbastanza mainstream, in un mondo dove Alex Maleev, Michael Gaydos, Tommy Lee Edward (e poi ancora David Aja e Chris Samnee) avevano fatto loro la lezione di Leon spogliandola dalle eccessive ombrosità e compromettendo l’abbandono totale al nero in favore di un segno predisposto alla mediazione.

Un talento precoce

Classe 1972 e nativo di New York, John Paul Leon iniziò a lavorare che stava ancora scoprendo sé stesso, nei primissimi anni Novanta. Il suo debutto nei fumetti vide la luce mentre frequentava la School of Visual Arts di New York e frequentando le lezioni di Will Eisner e Walter Simonson, nome quest’ultimo che tornava spesso nelle interviste a Leon, che lo citava come fonte di insegnamenti.

Iniziò con due storie di Robocop per Dark Horse Comics scritte da John Arcudi. Diversissime dal Leon adulto, le pagine di Robocop già parlavano chiaro sul tipo di disegno che gli piaceva, sintetico, troppo sintetico, e interessato all’uso del vuoto come volume. Pur acerbe, contenevano alcune scelte di gusto, come il personaggio vestito di bianco, una testa montata su una silhouette grafica. C’era solo un vago panneggio, impercettibile nelle due pieghe che disegnava in corrispondenza delle insenature articolari.

robocop john paul leon

Questa estrema concezione delle figure, che proseguì sulla serie Static per l’etichetta DC Comics Milestone, era apparentemente frutto di una ricerca personale solo in parte influenzata dalle opere di Walt Simonson, Bill Sienkiewicz e Robert Fawcett, illustratore di inizio Novecento che realizzò illustrazioni per romanzi e riviste (Saturday Evening Post, Collier’s, Look) dal quale imparò che le immagini migliori erano quelle che raccontavano una storia e non erano soltanto pin-up. «John Paul Leon si presentò con delle tavole di prova di Superman ed erano incredibili» ricorda il fumettista Denys Cowan, tra i fondatori di Milestone, al Comics Journal. «Gli dissi che sembravano opera di Alex Toth e lui disse “Chi è Alex Toth?”. Pensai, santo cielo, sei un genio, perché non stai rendendo conto di quello che stai facendo, o da dove proviene, eppure lo stai facendo.»

Lo stesso Leon, in un’intervista pubblicata su Master of Comics (e tradotta in italiano da smoky man), disse di aver scoperto Toth in quell’occasione, e «da quel momento è cambiato tutto per me». Static è effettivamente debitore della sintesi di Toth ma con un’energia arruffata vicina a Frank Miller e alle chine di Klaus Janson. Non sono tavole memorabili ma sono una delle tante tappe evolutive del disegnatore, che nel giro di pochi anni muta a ogni nuovo incarico. E così passa da una fase à la Mike Mignola (Le nuove avventure di Ciclope e Fenice) a sconfinamenti nel realistico (Anarky, una storia dell’antologico Batman: Shadow of the Bat).

batman john paul leon

Terra X, un nuovo John Paul Leon

La quadra la trova sul progetto di Marvel Comics del 1999 Terra X, scritto da Alex Ross e Jim Krueger, che immagina una versione distopica dell’universo di Spider-Man e compagni. Qui Leon scopre la sua vera natura di disegnatore e inchiostratore, affidandosi a uno stile cupo, pieno di neri, con forme sintetiche ma non più estremizzate come a inizio carriera e in aperto contrasto con le stravaganze cromatiche e le linee cinetiche della scuola Image, che stava dettando legge.

Le inquadrature sono portentose eppure intimiste, anche quando gli eroi sono statuari, volano nel cielo o sono impegnati in combattimento, sembra sempre di stare con loro nella stanza. Lo sguardo non rende gratuitamente epici i personaggi, nelle tavole di John Paul Leon se lo devono meritare, di essere eroi. Fu la base che avrebbe affinato per il resto della vita professionale.

Negli anni Duemila, Marvel Comics gli affidò una serie di storie in cui non si sentiva a suo agio perché costretto entro uno stile che non era più suo – disegnò due numeri di New X-Men inchiostrati da un suo punto di riferimento, Bill Sienkiewicz, che però si mangiò le matite di Leon e le fece diventare delle esibizioni di forza del suo stile graffiato. La sua carriera proseguì a singhiozzo, con lavori per il cinema (fu concept artist di Batman Begins e Superman Returns, tra gli altri), piccoli progetti (la miniserie The Winter Men, la storia di un supereroe creato dalla Russia, praticamente una versione meno spaccona di Superman: Red Son) e albi sparsi (The Authority, Sgt. Fury & His Howling Commandos, Ex Machina, Hellblazer).

Aveva dei problemi di ritmi lavorativi – per disegnare e inchiostrare un albo di venti pagine impiegava circa otto settimane – e di salute, che avevano iniziato ad affliggerlo nel 2008, con la comparsa di un cancro, per poi ripresentarsi ciclicamente. L’attività si fece sempre più limitata, ma quando produceva, lo faceva al massimo della forma, arrivando a occuparsi anche dei colori. Copertinista di DMZ e Sheriff of Babylon, Leon confermava a ogni uscita il grande equilibrio nel comporre le ombre e una bravura da disegnatore con molti più anni di quelli che aveva in realtà. I suoi disegni davano l’idea di un autore che aveva macinato migliaia di pagine ed era consapevole degli strumenti costruiti in una lunga carriera.

Gli ultimi lavori

Due piccole vette le raggiunse nel biennio 2014-2015 quando disegnò Terminal, una storia in due parti sceneggiata da Benjamin Percy con Batman chiamato a indagare sulle conseguenze di un disastro aereo. Le pagine in cui l’aereo si sfracella contro il terminal, crude e serrate, sono un manuale di regia, e la capacità di dosare dettagli e spazio negativo lascia ammaliati.

Impartì la stessa lezione l’anno successivo, questa volta con un devastante bianco e nero, con Black Death in America, la testimonianza di un soldato afroamericano della Grande Guerra, pubblicata su Vertigo Quarterly CMYK e scritta da Tom King. Gli ambienti delle sue vignette erano vissuti, densi di dettagli, oppure appena accennati, come in questa vignetta di Batman: Creatura della notte, la sua ultima opera, del 2018, in cui l’occhio punta dritto sul soggetto e il resto dell’immagine è disegnata con pochissimi segni, quasi stesse sfumando nella mente del protagonista:

batman john paul leon

«Una figura o una parte di una figura possono stare bene attorno a dello spazio negativo, ma il mio istinto per il disegno è quello di abbellire lo spazio che abitano le figure» disse in un’intervista a SKTCHD. «È vero soprattutto nelle tavole interne, in cui una vignetta cede il passo all’altra e bisogna sacrificare quello spazio vuoto che ti piace per poter risolvere le relazioni tra lo spazio e la figura.»

Scritto da Kurt Busiek e sequel spirituale di Superman: Identità segreta (l’idea alla base di entrambi i progetti è la stessa: in un mondo come il nostro, in cui esistono i fumetti dei supereroi DC, un ragazzo scopre che la storia di Batman/Superman è uguale alla propria vita), Batman: Creatura della notte è una partitura che suona benissimo, perché girava dalle parti delle storie che a Leon riuscivano meglio, a metà strada tra il realistico e il fantastico. Il disegnatore sapeva infatti a dare peso alle trame più fantasiose con uno stile che cercava una sintesi ma aveva un occhio ancorato al terreno, quasi documentaristico.

«A che punto mi sono accorto che faccio le cose consapevolmente?» si chiese nel 2016. «Non penso di aver mai affrontato un lavoro sapendo perché volevo fare una certa cosa. Qualsiasi cosa abbia mai fatto è stata fatta per cercare di disegnare al meglio. E d’improvviso, ma accade raramente, credo a ciò che sto disegnando. Magari cinque minuti fa no, ma adesso sì, anche se sto disegnando qualcosa di folle come Galactus.»

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