“Jupiter’s Legacy” di Netflix è uno spreco di tempo

jupiters legacy netflix

È difficile capire perché nel 2021 qualcuno realizzi una serie come Jupiter’s Legacy pensando che valga la pena guardarla. Tratta dal fumetto di Mark Millar e Frank Quitely, Jupiter’s Legacy di Netflix mette in scena un’America in cui la recessione del 2008 ha assunto echi da Grande Depressione. Sheldon Sampson, detto Utopian, è un supereroe capo di un gruppo di vigilanti, l’Unione, venuti in possesso dei poteri in circostanze misteriose negli anni Trenta.

Vecchio ma ancora in forze, Utopian deve gestire i rapporti con la società civile, scossa dalle crescenti problematiche economiche, ma anche la nuova generazione di eroi, tra cui i suoi due figli, Chloe e Brandon, una troppo dedita a godersi i privilegi dell’essere una supereroina, l’altro schiacciato dal senso di inadeguatezza nei confronti del padre.

Già dal trailer mi ero fatto l’idea che Jupiter’s Legacy non sarebbe stato Watchmen (la serie tv), però come al solito la realtà ha bissato le mie basse aspettative, ribadendo la buona pratica di non sperare mai, in niente, così da non restare delusi. È un prodotto che non può appellarsi a nulla per difendere la sua esistenza su questa landa televisiva, se non la fama (relativa) dei suoi creatori.

Ho il sospetto che il solo fatto che fossimo di fronte a un adattamento fumettistico abbia fatto credere ai produttori che sarebbe bastato a venderla. E in effetti l’assunzione come showrunner di Steven S. DeKnight non faceva ben sperare. Autore dietro ad accrocchi coatti come Spartacus, il sequel di Pacific Rim e la seconda stagione di Daredevil, DeKnight copre Jupiter’s Legacy con quello stesso gusto da due soldi, un tanto al chilo e vagamente trash – sia visivamente che nella scrittura – delle altre opere nel suo curriculum.

Ora, il fumetto di Millar e Quitely non è certo un prodotto d’avanguardia: come spiegava Daniele Croci, Jupiter’s Legacy utilizzava dinamiche note e portava avanti discorsi già sentiti sul rapporto tra supereroe e società. Lo spin-off/prequel Jupiter’s Circle cercava di aggiungere spessore a quei discorsi, dissezionando il Superman delle origini, però la grana grossa di Millar quella era e quella rimaneva. Il fumetto aveva dalla sua la forza spaccona di Millar, che pur di intrattenere non si è mai fatto scrupoli a guardare in faccia la banalità e dirle che, per essere un concetto astratto, aveva degli occhi bellissimi.

Tuttavia, la serie di DeKnight riesce a conciare il materiale di partenza rimuovendo lo stile, il tono e gli aspetti formali più interessanti. La trama è più o meno quella ma il fattore “wow!” e le invenzioni formali che c’erano nei fumetti, qui sono persi. Sarà anche perché quegli aspetti erano a carico di un Frank Quitely in grande forma, mentre nel telefilm sono lasciati in mano ad attori mediocri, con costumi ridicoli e trucco a buon mercato.

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È nell’impianto visivo che la serie tv si schianta al suolo, tra un’effettistica che potremmo dire riuscita solo se fossimo nel 2002 e la scelta di invecchiare attori giovani invece che farli interpretare a persone anziane. Le barbe posticce, i capelli bianchi e le rughe finte rendono difficile la sospensione dell’incredulità allo spettatore (piccola nota sessista: i personaggi maschili sono vessati in volto da ragnatele di rughe, mentre Grace, supereroina moglie di Utopian, ha soltanto i capelli bianchi ma una pelle di pesca). Nel fumetto, Quitely riusciva a vendere al lettore l’idea che una persona vecchia fosse comunque dotata di una presenza gioviale, nonostante il volto attempato. Era il potere del disegno, un potere che sullo schermo si traduce con una passata di lacca color argento. Visivamente, Jupiter’s Legacy è un po’ come Kick-Ass ma senza la patina ironico-distaccata.

Confrontando la serie tv con il fumetto, i cambiamenti apportati sono in direzione di una morigeratezza e stucchevolezza generale, senza contare la diluizione quasi omeopatica della narrazione. Già dal primo minuto, dove il fumetto presentava la generazione di figli annoiati e al tempo stesso imprigionati dalla ricchezza, la serie mette in bocca a Utopian il motto di Spider-Man – «da grandi poteri derivano grandi responsabilità» – per far capire a tutti di che pasta è fatto, cioè la stessa di mille altri eroi integerrimi che non contemplano l’omicidio.

Questo darà luogo a una serie di scene mal congegnate, tipo la sfuriata che Utopian fa al figlio quando questi si vede costretto a uccidere il cattivo Blackstar nel finale della prima puntata. Utopian si dimostra fin da subito un eroe molto diverso dal reazionario preoccupato a difendere lo status quo che era nel testo millariano.

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Sempre in quella scena, uno degli eroi utilizza la mossa del “dipinto psichico”, una dimensione in cui imprigionare la mente del cattivo, mentre il suo corpo è picchiato nella realtà condivisa. Quitely rappresentava questa sequenza mostrando la costruzione del “dipinto” nei suoi aspetti materici – i colori, la china, la linea della matita, la costruzione prospettica – in un gioco visivo dove il dipinto diventava la vignetta che stiamo leggendo. La serie si limita a staccare sulla veduta di una spiaggia. È un esempio di come Jupiter’s Legacy adatti con fare svogliato le idee del fumetto.

La prima stagione di Jupiter’s Legacy è un niente di che, il segmento di una storia che si concluderà non prima di quattro stagioni, almeno a giudicare dai ritmi di questi otto episodi, che adattano a malapena i primi due numeri della serie. Ci si è concentrati in particolare a raccontare gli antefatti di come la prima generazione di supereroi ottenne i poteri negli anni Trenta, una trama che il fumetto aveva concentrato in poche pagine.

L’impressione è che questa apertura sia stata fatta per prendere all’amo i fan dei period drama netflixani che vanno per la maggiore – e costano anche meno degli effetti speciali, a spanne. È un ulteriore ingrediente buttato a caso, all’interno di una preparazione indigesta anche per le bocche più magnanime.

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